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Grecia, dalla crisi al disastro sociale

Si allungano le file davanti alla mense dei poveri, organizzate dalla Chiesa ortodossa. Gli stipendi minimi saranno tagliati anche del 32%. E si cerca di fuggire in campagna.


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Komotini è una piccola città del nord della Grecia, capoluogo della provincia della Macedonia orientale e Tracia. Una regione tradizionalmente povera, dove risiede la grande parte della minoranza turca che vive nel Paese. Qui, nella mattinata del primo marzo, Dimitris Manikas, un operaio 52enne da poco licenziato, è entrato nella sede del suo vecchio posto di lavoro e ha preso in ostaggio alcuni lavoratori.

Si è consegnato alla polizia dopo 11 ore di trattative, ma prima è riuscito a ferire a colpi di fucile tre ostaggi, tra cui il suo ex capo. Manikas, senza lavoro da mesi, sosteneva che l'azienda gli dovesse ancora 31mila euro di arretrati. «Il gesto di uno squilibrato, anche se portato alla disperazione» è stato il giudizio condiviso. Ma anche un episodio che fa suonare un preoccupante campanello d'allarme, per un Paese che, giunto al suo quarto anno di recessione, stenta a vedere la luce alla fine del tunnel.

La crisi economica greca, ormai da tempo si è trasformata in una pesantissima crisi sociale. Davanti alle mense dei poveri, organizzate principalmente dalla Chiesa ortodossa, nell'ultimo anno le file si sono allungate a dismisura. Ce ne sono una ventina solo ad Atene. Di fronte a quella della Santissima Trinità, a due passi dal porto del Pireo, le code attraversano la superstrada a quattro corsie. Effetti inevitabili di un Paese al collasso dal punto di vista dell'impiego: il tasso di disoccupazione a novembre ha raggiunto il 20,9%.

Un esercito di senza lavoro da un milione di persone, raddoppiato rispetto al 2009, quando se ne contavano 530mila. Nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni a non avere un posto di lavoro è addirittura il 48%. E la situazione non può che peggiorare: da qui al 2015 solo nel settore pubblico sono previsti 150mila esuberi. Gli stipendi minimi (751 euro lordi) in virtù del nuovo piano di tagli appena varato dal Governo, caleranno del 22%, addirittura del 32% sotto ai 25 anni di età.

«Non sappiamo dove andare a sbattere la testa - spiega Irini Kofopoulou, una giovane insegnante che fa parte del movimento degli Indignati di piazza Syntagma - ci costringeranno a emigrare tutti». E di ripresa dell'economia non v'è traccia, anzi. «Secondo le nostre stime - spiega Savas Robolis, numero uno del principale istituto greco di ricerche sul lavoro l'Ine/Gsee-Adedy - la recessione peggiorerà di un punto percentuale già nel 2012: se le previsioni erano di un Pil a -3%, andremo a -4%. La disoccupazione potrebbe aumentare quest'anno di tre punti: avremo 50mila senza lavoro in più».

Uno degli effetti più immediati della durissima crisi che va avanti ormai dal 2009 è che i greci hanno ricominciato ad emigrare in massa. Verso l'estero, soprattutto. Ma c'è anche una migrazione interna, di ritorno verso le campagne. I più giovani e istruiti guardano con attenzione al Regno Unito, agli Stati Uniti, alla Germania e all'Australia, dove esiste già una forte comunità greca. In occasione di un seminario informativo sulle procedure di concessione dei visti e sulle politiche di immigrazione organizzato dal governo australiano ad Atene ai primi di ottobre, le richieste arrivate, secondo il centro di ricerche americano Stratfor, sono state 12mila. Nel 2010 erano state 42.

Secondo Costas Dimitriou, numero uno della sezione tedesca del SAE (l'organizzazione che rappresenta i greci all'estero), dall'inizio della crisi la comunità greca in Germania, 300mila persone, è cresciuta di 10mila unità. «Non abbiamo mai visto niente del genere» ha spiegato in un'intervista all'agenzia Reuters. Ma a scappare dal Paese non sono solo i greci: anche i molti migranti che negli scorsi anni si erano trasferiti in Grecia dalla Bulgaria, dalla Macedonia, dall'Albania, dalla Romania, stanno pian piano tornando verso casa. E poi, come dicevamo, c'è l'emigrazione interna di ritorno verso le campagne: secondo i sindacati degli agricoltori, fra il 2008 and 2010 circa 38.000 lavoratori sono tornati dalle città, dove avevano perso o lasciato il lavoro, verso i paesi d'origine, per occuparsi dell'agricoltura.

Anche se nemmeno il settore agricolo se la passa troppo bene: i consumi nel Paese si sono ridotti drasticamente, anche quelli alimentari, per via della diminuzione del potere d'acquisto e per le tasse aumentate anche sui prodotti alimentari. Il risultato è che in Grecia si moltiplicano i mercati agricoli che effettuano la vendita diretta: così si abbattono i prezzi di intermediazione e i contadini evitano di lasciare frutta e verdura a marcire nei magazzini.

FamigliaCristiana.it ha intervistato Stathis Anestis, vicesegretario generale e portavoce del Gsee, il principale sindacato greco, che rappresenta i lavoratori del settore privato.

Che cosa pensa dell'ulteriore riduzione dei salari che è stata decisa con l'ultimo piano di austerità chiesto dai creditori internazionali?
  «E' una misura inaccettabile, ingiusta e inefficace. La troika ci chiede di rafforzare la competitività della Grecia: le parti sociali sono d'accordo su questo punto: siamo in un paese in cui la stragrande maggioranza delle imprese sono di piccole dimensioni e i salari sono scesi in un anno del 14,3%. Ma la riduzione del costo del lavoro non è la soluzione».

Saranno ridotte ulteriormente anche le pensioni complementari?
  «I pensionati e i salari bassi in Grecia sono quelli che maggiormente hanno accusato il peso della crisi. Quella del taglio delle pensioni è una soluzione sin troppo facile, che però aumenterà la povertà e ucciderà i fondi pensionistici».

Pensa, come molti dicono, che queste misure avranno un ulteriore effetto recessivo?
  «Si, pensiamo che le richieste della trojka peggioreranno ulteriormente la situazione, già ora difficilissima. La gente non ne può davvero più».

Uno degli effetti più odiosi della crisi Greca è forse quello dei tagli alla sanità. Nel nuovo piano di austerità approvato poche settimane fa dal Parlamento di Atene è compresa una ulteriore riduzione della spesa farmaceutica pari a 1,3 miliardi di euro solo nel 2012.

Una scelta che andrà, probabilmente, a ricadere sulle fasce più bisognose della popolazione. Secondo quanto scritto già a fine 2011 dal Wall Street Journal la multinazionale svizzera Roche ha deciso di sospendere la fornitura di medicinali, soprattutto quelli per la cura del cancro agli ospedali pubblici greci, che non riescono a pagare completamente le fatture da oltre quattro anni.

E già mesi prima l'azienda danese Novo Nordisk aveva bloccato la spedizione di insulina in Grecia, dopo l'annuncio del governo di un taglio dei prezzi di oltre un quarto. Taglio che era stato poi ridimensionato: l'industria ha continuato a inviare farmaci, ma solo quelli a più basso costo, privando così i pazienti diabetici dei prodotti più innovativi e più costosi.

«Le nostre azioni si moltiplicano di giorno in giorno. Con centinaia di miglia di persone che vivono sotto la soglia di povertà agiamo in tutti quei campi che hanno a che fare con i beni sociali». Ioanna è un'attivista di Den Plirono ("Io non pago") il movimento nato in Grecia nel 2007 per opporsi all'aumento delle tariffe dei servizi pubblici e dei servizi statali.

I membri dell'associazione mettono in pratica azioni collettive di riduzione: si piazzano ad esempio ai caselli delle autostrade e alzano le sbarre per far passare le macchine, lo stesso ai tornelli delle metropolitane. Ma agiscono anche negli ospedali o nelle cliniche per far avere cure e medicinali a chi non ha abbastanza soldi. E generalmente ricevono il sostegno di tutti.

«Siamo attivi in tutta la Grecia e abbiamo sempre più iscritti e simpatizzanti - continua Ioanna - ultimamente insieme ad altre associazione abbiamo anche ottenuto una importante vittoria sul fronte legislativo. Abbiamo fatto ricorso contro la compagnia elettrica statale che aveva avviato l'odiosa pratica di tagliare la corrente a chi non riusciva a pagare la tassa sulla casa. E abbiamo vinto: la Corte Suprema ha deciso che si trattava di un comportamento illegale»

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