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Gran Torino, la carica della gente

Oltre centomila persone per strada il 17 marzo, bandiere, fanfare, balli, musei: una città alla ricerca della sua anima più profonda (e aggiornata), il desiderio di parlare al Paese.


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Un successo così per la festa del 17 marzo forse non se lo aspettava nessuno. A Torino le vie e le piazze del centro storico sono state chiuse al traffico dalla gente prima che da trafelate pattuglie di vigili urbani, prese in controtempo da tanto entusiasmo. Cittadini, turisti, famiglie al completo: a conti fatti le persone sono state oltre centomila. Mica poco per la città dei "bogianen", ovvero per una metropoli considerata dal resto d'Italia lenta, pigra, restia a muoversi.

     I bar hanno finito le scorte di acqua minerale, e passi. Molti hanno esaurito anche quelle di caffè, cosa già un tantino più grave. Ma quel che conta è che il Museo nazionale del Cinema, dentro la Mole Antonelliana  ha registrato più di 8 mila ingressi, e che il Museo Egizio, il secondo al mondo - per importanza - dopo quello del Cairo -  ha visto entrare nelle sue sale tre 11.000 visitatori (di cui 4.500 nella "Notte tricolore"). Palazzo Madama, con la sua ricostruzione dell'aula del Senato Subalpino, ha fatto anch'esso l'en plein con 9.100 persone ieri, di cui 4.000 nella lunga notte tra il 16 e il 17.
 
     Qui finisce la cronaca. Strade stracolme, bandiere ovunque, entusiasmo sincero e trascinante (durante la "Notte tricolore" a migliaia hanno fatto le ore piccole, nonostante il diluvio, cantando accompagnati da almeno sei tra bande, cori  e fanfare) non hanno una morale da offrire, ma legittimano qualche riflessione. La prima: si sappia che la società civile esiste, pensa ed esprime propri sentimenti politici non solo con il voto. In questo caso ha voluto battere un colpo in prima persona, torinesi doc,  figli d'immigrati, extracomunitari insieme, un riuscito mosaico di volti, voci, culture e fedi, immune da xenofobia o da pulsioni secessioniste. L'immagine che pubblichiamo la dice lunga: donne cuciono un tricolore; è un operoso dissenso, il loro, rispetto a chi il Paese lo lacera o lo svillaneggia ogni pie' sospinto.
  
    La seconda riflessione riguarda Torino. La sua identità. Il suo futuro. La città può sorridere; senza esagerare, però. Il genuino patriottisimo, che ha colpito anche un commosso Giorgio Napolitano,  le consente di spronare il resto del Paese, Milano in testa, così fredda, così distante quando non sono in gioco economia e finanza. Ma deve anche chiedersi, Torino, perché offre il meglio di sè o in presenza di eventi eccezionali (le Olimpiadi invernali, 2006) o allorché si tratta di togliere la polvere al passato remoto (il Risorgimento e dintorni). La verità è che la città sta cambiando pelle: sa ciò che non è più, un distretto esclusivamente industriale, non sa che cos'è diventata o cosa sta diventando.

    In ogni caso, per qualche ora, Torino è stata capace di scaldare il cuore a un'Italia che in molte sue parti e in molte sue elite politiche è parsa più spaesata e sedentaria di lei.

Immagine articolo
Torino. Donne cuciono un tricolore in Galleria Subalpina, il 17 marzo 2011, festa dell'Unità d'Italia. Un modo garbatamente polemico per segnalare il proprio dissenso contro chi lacera il Paese.
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