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Credere

Trapattoni: «Oggi credo ancor di più di quando ero bambino»

L’ ex allenatore e Ct della Nazionale parla della fede e svela i segreti del suo successo: lavorare per migliorarsi, cogliere le occasioni e... credere: «L’ angelo custode mi è sempre accanto»


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Il segreto di una carriera sportiva lunga quasi sessant’ anni e di un viso sereno non è la “zona mista” né la prudenza di chi sa che è meglio “non dire gatto se non ce l’ hai nel sacco”.
«Ho un angelo custode», dice Giovanni Trapattoni. Il ricordo del “Trap”, come lo chiamano affettuosamente gli appassionati di calcio, va indietro negli anni quando un frate − «è morto da tempo, il suo nome ora non me lo ricordo ma non dimentico quanto mi ha insegnato» − gli disse: «Se pensi di essere solo sappi, invece, che hai un angelo custode». Da quel momento la vita del Trap è cambiata: «Può sembrare una frase fatta, ma da allora io sento sempre accanto l’ angelo custode e non mi preoccupo».

I GENITORI, I PRIMI CATECHISTI

Una fede genuina e sincera, quella del mister di Milan, Juventus, Inter e Bayern Monaco, giusto per citare alcuni dei club in cui ha allenato. «Oggi credo più di quando ero bambino perché ho sperimentato la presenza di Dio nella vita». Un lungo percorso di fede che l’ ex giocatore e Ct della Nazionale italiana di calcio racconta così: «Vengo da una famiglia che dire cristiana è poco. Eravamo poveri, una famiglia di contadini bergamaschi. I miei genitori erano molto religiosi e mi hanno insegnato cosa era giusto e cosa era sbagliato», ricorda il mister, ultimo di cinque figli. «Fin da piccolo ho fatto miei i riti della religione cattolica. La sera, prima di addormentarmi, mia madre mi faceva dire le preghiere e oggi non salto una Messa».
Trapattoni inizia a giocare sui campetti di terra dell’ oratorio San Martino, a Cusano Milanino. Poi nel 1958 la prima partita nel Milan, un esordio tenuto nascosto ai genitori, che non vedevano di buon occhio la carriera da giocatore. «Pochi giorni dopo mio padre è morto e così non mi ha mai visto giocare. La sua morte è stata per me un duro colpo: sono rimasto solo con mia madre e pensavo di dover smettere di giocare per lavorare e mantenerla, visto che i miei fratelli erano già sposati. Un dirigente di cuore mi assicurò, però, che giocando a calcio avrei potuto mantenere tutta la famiglia: per me è stato come se mio padre fosse intervenuto dal cielo. Ricordo ancora quel momento: ho sentito Dio quanto mai vicino».

DIO NON È UN’ ABITUDINE

«Non sono credente per appartenenza familiare o per abitudine. La fede mi è cresciuta dentro e quando, da ragazzo, è stato il momento delle grandi domande della vita − perché siamo qui, perché crediamo, c’ è qualcuno superiore a noi? − ho maturato ancora più la scelta».
Di grande aiuto è stata anche Romilda, l’ amata sorella consacrata nelle Suore di Maria Bambina e mancata nel 2013, la cui testimonianza ha segnato il cammino dell’ allenatore. «L’ avere una sorella suora ha rinforzato molto la mia fede», riprende. «Per me credere è un punto di forza, mi ha sempre fatto andare avanti, soprattutto nei momenti dolorosi... Ogni mattina quando mi alzo chiedo a Dio: “Tutelami, tutela la mia giornata” e lo ringrazio per quello che mi ha dato e continua a darmi. Quando mi capita di avere difficoltà mi dico: “Si vede che Dio vuole così”, allora non mi abbatto e vado avanti. Non è un modo passivo di accettare quel che succede, ma è la certezza della fede».

A SAN SIRO COME A CASA

Nel 1960, alle Olimpiadi di Roma, Trapattoni conosce Paola, che quattro anni dopo diventerà sua moglie. «Il nostro è stato un matrimonio nel segno della famiglia, nonostante le tentazioni. Facendo il calciatore e poi ancor più da allenatore sono stato molto all’ estero, in Germania, Portogallo, Austria e così via. Volendo, di occasioni ne avrei avute molte, ma sono sempre stato fedele a mia moglie. Il nostro motto, che ho anche fatto incidere nella fede nuziale, è: “Questo amore non si cancellerà mai”».
Poi i figli, Alberto e Alessandra, e i loro figli ormai grandi, Riccardo ed Edoardo, 21 e 18 anni, a cui pochi mesi fa si è aggiunta un’ altra nipotina. «Li ho aiutati fin da piccoli, cercando di indirizzarli. La pianta non l’ ho fatta crescere al vento», dice facendo riferimento all’ educazione cristiana trasmessa ai “piccoli” di casa. «Ho messo loro accanto un paletto».
Dalla famiglia allo stadio, la passione per l’ educazione il Trap l’ ha portata anche in campo. «Ai giocatori l’ ho sempre detto: fatevi delle domande! Tutti i miei calciatori sono sempre stati rispettosi della mia fede. Nel calcio ci sono diverse persone credenti anche se non sempre i comportamenti lo dimostrano», sospira.
Da quando Trapattoni esordì come professionista sono passate generazioni di giocatori. «Ai miei tempi quasi tutti facevano il segno della croce prima di entrare in campo. Io stesso lo facevo, ma non come superstizione, per chiedere di vincere, bensì per invocare la protezione di Dio. Anche la bottiglietta di acqua santa, che molti ricorderanno, per me era una preghiera di benedizione, un modo di pregare che nessuno si facesse male in campo».
Prendere del tempo per sé, per pensare e migliorarsi, e mantenersi sempre umili sono le linee guida dell’ esistenza del Trap. «La vita va veloce e quasi non c’ è tempo di riflettere. Ti alzi, lavori e c’ è sempre poco tempo per fermarsi: questa è la più grande trappola del mondo di oggi».
Così, se da difensore riconobbe che non fu tanto la sua bravura a fermare le incursioni di Pelé, nella famosa partita contro il Brasile, quanto una giornata fuoriforma del campione, anche da mister plurititolato Trapattoni non ha perso la capacità di “giocare” con tutti, in semplicità e franchezza. Basta vedere come, pochi giorni fa, si è messo in gioco nei panni di allenatore delle squadre dell’ oratorio al quartiere Gratosoglio, periferia di Milano, in occasione dell’ avvio dell’ anno sportivo del Centro sportivo italiano.
«Ai ragazzi dico che nella vita non ti regala niente nessuno, bisogna vivere tutto con amore e intensità, dalla scuola allo sport», dice mentre indossa la tuta verde dell’ Unione sportiva San Barnaba.
«Quando giocavo mi fermavo sempre dopo l’ allenamento e facevo lo slalom fra i paletti per allenare il piede sinistro. Poi guardavo i filmati delle partite, allora su pellicole super 8, e cercavo di intervenire sui miei punti deboli. Bisogna sempre puntare a migliorarsi, poi, certo, serve anche un briciolo di fortuna. A me la palla è rimbalzata facile, ma sono stato bravo ad afferrarla subito. Nella vita, come in campo, se capita l’ occasione bisogna prenderla al volo».

CSI. FISCHIO D’ INIZIO, A MILANO OLTRE 35 MILA PARTITE

Più di 2.200 squadre iscritte ai campionati e 23 corsi allenatori, le attività in carcere, nelle periferie e per i disabili: sono solo alcuni dei numeri e delle “follie educative” della stagione 2016/2017 che il Centro sportivo italiano (Csi) mette in campo a Milano. In Italia il Csi conta più di un milione di tesserati. «Mettetevi in gioco nella vita come fate nello sport», ha detto papa Francesco al Csi nell’ incontro del 7 giugno 2014 in piazza San Pietro in occasione del 70° anniversario di fondazione. Un invito che il Csi cerca di vivere ogni giorno: «Lo sport in oratorio rappresenta una delle realtà più importanti e significative del sistema sportivo italiano», conferma il presidente del Csi Milano, Massimo Achini. Un’ esperienza a cui sono grati anche tanti campioni dello sport, che proprio in oratorio hanno cominciato a fare sport. Fra loro lo stesso Giovanni Trapattoni: «L’ oratorio è una scuola formativa per comportamenti e partecipazione competitiva», ha detto Trapattoni. «Si socializza con cuore, generosità e amicizia». Per conoscere le attività del Centro sportivo italiano: www.csi-net.it.

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