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«Ad Auschwitz ho visto l’ apice della cattiveria umana»

Alberto Mieli, una delle reliquie viventi dell'Olocausto, ha consegnato la sua testimonianza alla nipote Ester.


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Alberto Mieli è una delle reliquie viventi dell'Olocausto. Porta nella carne (la cicatrice alla gamba causata da una granata lanciata dagli Alleati) e nel cuore ferite incancellabili. Eppure non è stato schiacciato dall'odio, dalla guerra e dalla malvagità.

Alberto Mieli ha compiuto novant'anni il 22 dicembre, ė padre, nonno e bisnonno, a dicembre l'Università di Foggia gli ha conferito la laurea honoris causa in Filologia, letterature e storia e lo scorso 17 gennaio ha avuto l'onore della prima fila per incontrare papa Francesco nella sinagoga di Roma. Ora in un libro scritto insieme alla nipote Ester (Eravamo ebrei. Questa era la nostra unica colpa, editore Marsilio) Mieli racconta per la prima volta la sua infernale esperienza da deportato nel campo di concentramento di Auschwitz.

"Non c’ è ora del giorno o della notte in cui la mia mente non vada a ripensare alla vita nei campi, a quello che i miei occhi sono stati costretti a vedere", ricorda Mieli, sul cui braccio è marcato in modo indelebile il numero 180060. La vita di Alberto Mieli cambiò quando a 13 anni, era il 1938, gli fu detto che, a causa delle leggi razziali, egli doveva abbandonare la scuola. Un giorno che Mieli ricorda ancora con le lacrime agli occhi. Poi arrivò il giorno in cui fu portato via dalle SS, dopo il tragico rastrellamento nel Ghetto ebraico di Roma del 16 ottobre 1943.

Nel suo racconto alla nipote non ancora quarantenne, giornalista ed esperta di comunicazione, Mieli rivive, ancora con le lacrime agli occhi, l’ arrivo nei campi di sterminio, l’ odore dei corpi che bruciavano nei forni crematori in funzione tutti i giorni. Parla del lavoro giornaliero e stremante, delle torture, dei corpi senza vita ammassati gli uni sugli altri, della stanchezza e della fame continua e cieca che pativa, fame che ha portato alla pazzia e poi alla morte migliaia di deportati. "Ad Auschwitz ho visto l’ apice della cattiveria umana", racconta.

Quella di Alberto a Mieli ė una testimonianza dolente e preziosa che ispira la prefazione e la postfazione del libro, firmate rispettivamente dal portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, e dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. È una testimonianza preziosa soprattutto per i giovani, come i due figli di Ester Mieli. Ai quali lei ama ripetere: "Siate curiosi di verità perché l’ indifferenza è un’ arma più potente dell’ odio".

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