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Gaetano Di Vaio: "E la mia storia di piccolo criminale diventa film"

Intervista al produttore e interprete di Take Five, che Rai 3 manda in onda stasera alle 21.10


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In occasione della messa in onda stasera su Rai 3 in prima serata del film Take Five, pubblichiamo l'intervista al produttore e attore Gaetano Di Vaio. Una bella storia di riscatto.

Poteva perdersi per sempre, Gaetano Di Vaio. Inghiottito da Gomorra, perduto in una di quelle vite senza rimedio, segnate dal crimine e dalla violenza, scadenzate dagli ingressi e dalle uscite dal carcere. In parte, Gaetano, quella vita l’ ha fatta e nel risvolto di copertina del libro che ha scritto per Einaudi insieme a Guido Lombardi, Non mi avrete mai, leggiamo che ha avuto «una lunga e vivace storia criminale».

Ma poi è arrivato il riscatto. Gaetano ha voltato pagina e il criminale di ieri oggi sfila sui tappeti rossi dei festival cinematografici, interpreta, produce e dirige film e documentari.

«A MIA MOGLIE E A MIA MADRE». La casa di produzione fondata da Di Vaio ha un nome che è tutto un programma: Figli del Bronx. Ai primi di ottobre è uscito nelle sale Take Five, in cui Gaetano è anche interprete, storia di una banda di ladri un po’ strampalati, con richiami a I soliti ignoti di Monicelli e a personaggi alla Tarantino. Al Festival del cinema di Roma, Di Vaio ha presentato come regista il documentario Largo Baracche (un viaggio fra i Quartieri Spagnoli di Napoli) e da produttore il cortometraggio di Toni D’ Angelo, Ore 12. In passato Di Vaio ha realizzato Il loro Natale, un documentario sulle famiglie dei detenuti di Poggioreale. «Lo volli dedicare», spiega, «a mia moglie e a mia madre, per i sacrifici che facevano quando ero carcerato». Nato nel 1968 a Piscinola, a ridosso di Scampia, Gaetano Di Vaio è padre di due figli grandi, avuti con la prima moglie, e di un bimbo di 10 mesi. A fine anno diventerà nonno.

«Vengo da una famiglia numerosa», racconta: «Dieci figli, papà muratore in nero e mamma casalinga, persone povere e oneste. Non sapendo come mantenerci, hanno mandato sei figli, me compreso, in collegio. Avevo 7 anni. Se ho preso una brutta strada non è per colpa di Scampia, ma dei collegi. Lì sono cominciati i primi soprusi, magari solo perché facevo la pipì a letto. Mi punivano non dandomi il latte a colazione e in più c’ erano le cinghiate».

«Verso i 9 anni cominciai a ribellarmi», continua Di Vaio, «così scappai e cominciai a frequentare la strada. Iniziai a rubare autoradio e ruote di scorta. Mi beccarono e mi portarono in un centro di rieducazione, un luogo molto violento. Sono evaso anche da lì finché un giudice decise di mandarmi in un centro di igiene mentale. Avevo 12 anni. L’ impatto fu tremendo. Ero terrorizzato da quelle persone, scappai, mi devastarono di botte, mi ripresero. Rimasi lì 11 mesi, ma grazie a un’ educatrice mi mandarono a studiare fuori da quel posto. Però i miei compagni avevano paura, per loro ero “quello che viene dal collegio dei pazzi”».

Gaetano continua il racconto alternando l’ italiano a espressioni dialettali. «Scappai anche dalla casa dei pazzi e intanto avevo raggiunto l’ età per essere rinchiuso nelle carceri minorili. Purtroppo scoprii la droga, prima come consumatore e poi da spacciatore. Entrai nel crimine: rapine, scippi, mi drogavo. Mi persi definitivamente. A quel punto mi restava solo da affiliarmi alla camorra. Ma diedi retta a mia madre che mi diceva: “Me ne hai combinate tante, ma almeno nella camorra non entrare, non darmi quest’ altro dolore”».

In tutto Gaetano Di Vaio ha passato quasi nove anni in carcere. E in cella ha fatto un incontro determinante. «A Poggioreale nacque una bella amicizia con Raffaele Di Gennaro. Lui, a parte che era innocente, soffriva molto la galera, era sempre in silenzio. Mi incuriosiva il suo silenzio e piano piano mi avvicinai, così cominciò ad aprirsi. Già il fatto che mi parlasse in italiano era strano, perché qui usano tutti il dialetto, ma per la prima volta nella mia vita una persona mi parlava di sentimenti. Raffaele definiva mia moglie “un fiore da non far appassire” ed erano parole che a me nessuno aveva mai detto».

A Scampia Gaetano ci presenta altri amici che, dopo il carcere, oggi recitano a teatro o nel cinema. Come Enzo Fabricino, il Pit Bull del film Gomorra, interprete anche della omonima serie televisiva. Dice: «Sai qual è la cosa più bella che mi ha insegnato Gaetano? Che la vita è bella anche senza soldi. Prima erano una ossessione».

Come mai dal carcere escono così tanti bravi attori? «Le esperienze dure di vita lasciano il segno e ti formano», risponde Di Vaio, «ma conta anche il fatto che siamo di Napoli, una città dove hai l’ arte nel sangue e dove la strada è un palcoscenico».

Prima dei saluti un’ ultima confidenza di Gaetano: «A 7 anni mio figlio Francesco mi chiese se davvero ero stato in carcere. Fu bellissimo perché capii che lui non aveva vissuto quella parte brutta della mia vita e sentii tutta la forza del mio cambiamento».

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