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Fratel Marco Rizzonato. La misericordia è una questione concreta

Da oltre 35 anni anima la Piccola casa della divina provvidenza a Torino, nota come Cottolengo, ospitando malati e tutti coloro che necessitano di accoglienza


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«Guarda come sono belli», con orgoglio fratel Marco Rizzonato mostra i disegni dei suoi “ragazzi”. Siamo nella Piccola casa della divina provvidenza a Torino, la cittadella della carità fondata da san Giuseppe Cottolengo nel 1832. La sua casa da oltre 35 anni. La prima volta che ha varcato la porta del Cottolengo non era ancora maggiorenne. Era il 1978, in visita dal Milanese con il gruppo della sua parrocchia: un incontro che gli cambia per sempre la vita. Fratel Marco allora era un giovane ribelle, lontano dalla religione, che si era da poco riavvicinato alla Chiesa. Il clima che trova nella Piccola casa fa germogliare in lui il desiderio di passarci più tempo.

GLI ESORDI COME VOLONTARIO

Decide così di vivere un’ esperienza come volontario. «Mi avevano affidato al reparto dove erano ricoverati i malati di sclerosi multipla», ricorda. «Mi colpì subito il loro sguardo sereno: se lo erano loro con la loro grande sofferenza, potevo esserlo anch’ io». Al suo rientro si sente irrequieto, il cuore è rimasto tra le mura della Piccola casa. Così decide di diventare fratello cottolenghino: disabili, detenuti e poveri diventano compagni di viaggio in un susseguirsi di progetti innovativi, straordinari e, non poche volte, controcorrente. Il suo look è rimasto quello della gioventù, con i rosari da polso colorati, rosso e giallo, le sciarpe variopinte. Le sue giornate sono intense. Da un lato la responsabilità della campagna fondi che gli ha causato non pochi contrasti con i confratelli, per le immagini e gli slogan forti che ha scelto di usare. «Oggi abbiamo sempre più richieste di aiuto», racconta. «Per 180 anni la congregazione non ha mai promosso campagne di comunicazione, per noi è stata una svolta epocale. Ma lo stesso fondatore, pur confidando nella provvidenza, andava a chiedere fondi al re ricordandogli che anche gli ospiti della Piccola casa erano suoi sudditi». Dall’ altro il lavoro con i “ragazzi”, uomini e donne in media più vecchi di lui, una novantina di disabili ospiti della Piccola casa o esterni che, attraverso l’ Associazione Outsider di cui fratel Marco è presidente, hanno ritrovato dignità.

ARTE E MUSICA PER I 90 OSPITI

Tanti i progetti legati all’ arte, da spettacoli teatrali, a musica e pittura. Fratel Rizzonato e i suoi “ragazzi” partecipano a manifestazioni artistiche importanti come Paratissima (un progetto che a Torino promuove l’ arte emergente, ndr.). L’ Unesco li ha sostenuti. Presto ci sarà un film tratto dai loro spettacoli teatrali. Insieme hanno raggiunto livelli che fratel Marco non avrebbe mai creduto possibile. «Nulla è dipeso dalla mia volontà», sottolinea. «Il mio è un affidarmi totalmente a Dio, non dipende da me il mio futuro. In passato ho dovuto occuparmi di aspetti che non avrei mai immaginato. Per me la preghiera è centrale. E non è solo in chiesa, il Signore è in ogni spazio e luogo. Quando cammino per la strada e vedo una situazione di povertà che non posso cambiare prego Dio di farlo per me. La preghiera è un atteggiamento di abbandono, come un bambino nelle braccia del papà che capisce dal suo respiro ciò di cui ha bisogno. Questo per me è molto bello».
Un affidarsi totale che lo porta, nel 2000, in carcere. Viene chiamato a raccontare la sua esperienza con i disabili ai detenuti della casa circondariale torinese Lorusso Cotugno; è così coinvolgente che i carcerati gli chiedono di diventare volontari al Cottolengo. Un desiderio irrealizzabile, ma poi fratel Marco ha un’ illuminazione: se loro non possono uscire dal carcere ci possono entrare i disabili. E così è stato, anche qui non senza difficoltà. Ma da allora è un filo che non si è mai interrotto.

L’ AMICIZIA CON I CARCERATI

È nata una profonda amicizia tra carcerati e i “ragazzi” del Cottolengo. «È bello vedere come i detenuti cambino il loro atteggiamento quando incontrano una persona disabile, è quasi un’ azione terapeutica», racconta Rizzonato. A metà giugno andrà in scena uno spettacolo sul tema della libertà dove gli attori saranno detenuti e disabili e in cui i carcerati suoneranno con i bidoni; e per l’ anno prossimo in cantiere ci sono alcuni laboratori con l’ artista Sergio Cherubin sui cinque sensi e come si vivono dentro la prigione. «È giusto che la pena venga vissuta, ma il come è un altro discorso», riflette Rizzonato. «Occorre offrire loro una possibilità affinché quando escono non rubino più la vita degli altri, ma donino la vita per gli altri. Per me qui il concetto di misericordia passa in modo importante e particolare nel dimostrare il bene verso di loro. Se un detenuto si sente amato, quando finisce la pena sente il giudizio della società meno pesante perché ha incontrato qualcuno che lo ha accolto».
Nell’ Anno giubilare dedicato alla misericordia fratel Marco passa quotidianamente tra due Porte sante: quella del Cottolengo e quella del carcere. «Per me significa tenere la porta aperta verso chi ha bisogno. Il 29 aprile inaugureremo un laboratorio per i poveri, dove le persone potranno avere cure gratis, perché la salute è un diritto ed è anche un atto d’ amore. Se una persona sta bene può rimettere in piedi la sua vita e tornare a lavorare per gli altri. La Porta santa della misericordia è quella degli atti concreti, come ci ricorda papa Francesco. E i gesti concreti sono quelli dove la persona trova qualcuno che l’ accoglie».

IL FONDATORE SAN COTTOLENGO

Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842), piemontese, spese la vita per i poveri, con spirito di accoglienza e fiducioso abbandono a Dio. Pur non potendo contare su fondi e rendite, si prese cura di malati e diseredati. Per loro fondò, nel 1832, la Piccola casa della divina provvidenza nel quartiere torinese Valdocco, popolarmente chiamata – dopo la sua morte – Cottolengo. Nel 1934 venne canonizzato da Pio XI.
Per saperne di più: www.cottolengo.org.

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