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Franco Loi: i miei giorni con Turoldo

Il grande poeta ricorda gli incontri e l'amicizia con il sacerdote-letterato friulano, mentre Famiglia Cristiana propone un volume con una selezione dei suoi scritti.


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Anche se gli occhi hanno qualche problema a vedere, la mente e il cuore ricordano benissimo. E così Franco Loi, una delle maggiori voci poetiche della scena italiana, ci prende per mano per condurci agli anni in cui conobbe padre Turoldo, «un gigante in altezza e, soprattutto, in spirito», come lo definirà nel corso del colloquio nella sua abitazione a Milano.

«Lo conobbi tanti anni fa, fra la fine degli anni Cinquanta e l’ inizio dei Sessanta. Andai alla Corsia dei Servi, a Milano, per ascoltarlo. Arrivato in ritardo, lo vidi uscire dalla sala: bello, alto, forte, circondato da tante persone, perlopiù donne... Confesso che rimasi un po’ deluso», confida Loi. Una conoscenza più profonda era solo rimandata. «Stavo conducendo un’ inchiesta sulle personalità che operavano in mezzo alla gente, e lui lo era sicuramente. In quell’ occasione mi piacque tanto, nella sua duplice dimensione di uomo che crede in Dio e che possiede un grande senso di solidarietà popolare».

Dopo questo incontro rivelatore, i due si persero di vista per qualche tempo, fino a quando ebbero l’ opportunità di ritrovarsi grazie a un comune amico, il poeta Amedeo Giacomini, il quale aveva l’ abitudine di ritirarsi a Sotto il Monte, ospite di Turoldo – che vi aveva fondato la comunità “Casa di Emmaus” – per scrivere. «Una volta mi unii a loro. Padre Turoldo mi accompagnò a vedere l’ abbazia di Sant’ Egidio, mi mostrò gli affreschi, illustrò con orgoglio i restauri. Diventammo un po’ più intimi». Così, quando festeggiò i cinquant’ anni di sacerdozio, mi invitò nel suo paese natale in Friuli, insieme ad Andrea Zanzotto e a Giacomini. «Ci mostrò la casa in cui aveva vissuto con i genitori. Al centro del salone al piano terra c’ era un camino, senza cappa. Quando era acceso, dunque, il fumo restava chiuso nella stanza. «Mangiavamo seduti per terra», ci raccontò padre David, «perché il fumo si alzava». Lì mi divenne ancora più chiara tutta la sua passione per la gente semplice e umile. Aveva vissuto la vita povera dei suoi conterranei, contadini e pastori. Condivideva i bisogni e le gioie della gente, la amava profondamente. Finita la giornata, insistette affinché mi fermassi con lui e altri friulani a bere e cantare... Gli piaceva far festa, e il buon vino, come a tutti i suoi conterranei».

Di nuovo, i due non si incontrarono per un pezzo, fin quando fu lo stesso Loi a cercarlo per chiedergli di sottoscrivere una lettera contro il Governo Andreotti. Accadde allora un episodio misterioso. «Mi accolse con un caloroso abbraccio, firmò senza esitazioni la lettera e aggiunse una frase che, al momento, mi suonò incomprensibile: “Io devo farmi perdonare da te”. Sbigottito, gli chiesi spiegazioni, dal momento che non avevo subìto alcun torto da parte sua. “Io lo so di che cosa devo scusarmi”, fu la sua enigmatica risposta. Capii solo più tardi che cosa intendeva dire: riteneva, forse, di aver fatto troppo poco per far conoscere la mia poesia, oppure gli dispiaceva essere rimasto così a lungo lontano da me. Era una questione squisitamente cristiana a indurlo a chieder perdono: la sensazione di non aver fatto abbastanza».

Loi fu amico ed estimatore anche di un altro religioso dei Servi di Maria, Camillo De Piaz che, con Turoldo, condivise esperienze e ideali in quella straordinaria stagione del convento milanese di San Carlo al Corso. «Di De Piaz, Turoldo diceva sempre: “Lui è la mente, io il braccio”. Ho voluto bene a entrambi », dice il poeta con lo sguardo perso in un passato di incontri con grandi uomini. «Turoldo era come dovrebbe essere ogni prete », è la frase con cui dà l’ ultima pennellata al suo ritratto di un gigante in altezza e, soprattutto, in spirito.

Immagine articolo
David Maria Turoldo (1916-1992).
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