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Famiglia, festa, lavoro: studiosi a confronto

Un interessante dibattito aperto a giornalisti e dipendenti del gruppo Editoriale San Paolo ha sviluppato interessanti idee in vista di Family 2012.


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Il VII Incontro internazionale delle famiglie, che si terrà a Milano dal 29 maggio al 2 giugno con il titolo “Famiglia, festa lavoro”, vedrà in quei giorni migliaia di nuclei familiari riversarsi nel capoluogo ambrosiano da tutto il mondo per vivere insieme un incontro che, oltre che formativo, vorrà essere anche in sé una festa. Per prepararsi al grande evento i dipendenti e i giornalisti delle varie testate e media legate all’ Editoriale San Paolo si sono ritrovati qualche giorno fa all’ Auditorium Giacomo Alberione di Milano per ascoltare le relazioni di alcuni studiosi che si occupano, a titolo diverso, di famiglia. «La festa è un dei temi fondamentali della vita dell’ uomo», ha spiegato Francesco Belletti, direttore del Cisf e presidente del Forum delle Famiglie. «Non è solo tempo libero ma anche un tempo che dà direzione, è da lì che si rilegge tutto il resto: il lavoro, la cura, le relazioni». In una società che «sterilizza la domanda di senso e tende a dare un prezzo di mercato a ogni cosa è purtroppo significativo che si vada, con le nuove liberalizzazioni volute dal governo, verso una deregulation totale: pensiamo solo alla rimozione del divieto di panificazione domenicale», ha aggiunto. Conclusione: abolire la festa non è amica dell'uomo ne', tanto meno, “family-friendly”.

Don Luca Violoni, segretario generale della Fondazione Milano Famiglie 2012, la struttura che si occupa dell’ organizzazione dell’ evento Family 2012, aggiunge: «Fondamentale, in tutti e tre gli aspetti che ritroviamo nel titolo (famiglia-festa-lavoro) è la relazione: nessuno fa festa da solo, nel lavoro siamo sempre in relazione gli uni con gli altri e nella famiglia lo stesso. Il passaggio dall’ individuo alla persona ha implicazioni civili e politiche enormi», ha aggiunto il sacerdote. «Occorre un salto culturale per rendere più “umana” la vita: il lavoro serve per vivere, ma esso è anche  ciò per cui divento più umano. Se con esso deterioro la mia umanità cosa me ne faccio?». La conclusione è interessante: «Famiglia, festa e lavoro sono interconnesse: così, ad esempio, la famiglia è la prima scuola di lavoro, oltre che di virtù civili e familiari. Nel tempo divento un lavoratore piuttosto che un altro».

Simona Beretta, Ordinario di Politica Economica alla Cattolica, dopo aver sottolineato come la festa, il lavoro e la famiglia siano temi non strettamente “religiosi” ma decisamente “laici”, ha aggiunto: «La dimensione economica macro della famiglia ci dice che essa è in prima linea nei cambiamenti dell’ economia: pensiamo alla delocalizzazione, all’ invecchiamento, alla redistribuzione del reddito intragenerazionale». A livello “microeconomico”, la docente invece ha aggiunto: «Gli individui non sono solo cervello ma molto del loro riuscire nella vita dipende dalla capacità relazionale». A conferma di ciò l’ economista ha citato alcune ricerche sul ruolo sociale delle famiglie nei primi mesi di vita dei bambini: ebbene i sussidi sociali ricevuti da famiglie in situazioni problematiche non hanno cresciuto tanto il loro quoziente di intelligenza quanto la loro capacità di costruirsi, da adulti, una vita. La studiosa si è poi soffermata su altre ricerche della Banca Mondiale, secondo cui il primo contributo per ridurre la povertà è sostenere la famiglia come nucleo di persone piuttosto che come singoli individui. «Perché allora le politiche di sostegno vengono sempre tarate sull’ individuo?», si è chiesta. «Occorre uno sguardo sulla famiglia intera: è essa complessivamente, nel contributo comune e non individualizzabile di ogni membro, che svolge il suo compito di tirar su i figli, di esercitare i compiti di cura, di accompagnare a una morte serena gli anziani o i malati», ha concluso.

Spetta poi a Luigino Bruni, Ordinario di Economia Politica alla Bicocca di Milano, far cadere alcuni luoghi comuni. A partire dalla suddivisione del ciclo di vita in fasi temporali a compartimenti stagni: studio, lavoro, pensione. «Questo non vale più», ha precisato il professore: «Lavorare mentre si studia diventerà sempre più importante per capire come funziona il mondo del lavoro; dovremo portare più lavoro nelle scuole, è un compito di civiltà ridurre o eliminare questa dicotomia. Sarà sempre più sarà importante, poi, studiare durante gli anni di attività professionale: perché non prendersi, ad esempio, un anno sabbatico per studiare, non solo per crescere professionalmente ma anche in umanità, qualcosa legato alla mia persona ed eccedente il mio lavoro». Anche altri stereotipi dovranno cadere: «Abbiamo ancora il concetto che il lavoro intellettuale sia superiore a quello manuale, una visione che va evidentemente superata». E ancora: «La dimensione della gratuità è fondamentale nel lavoro, non solo nel volontariato: un’ indagine francese fatta su un campione di donne delle pulizie ha evinto che esiste una vocazione naturale del lavoratore a operare bene e con onestà che è più forte dell’ opportunismo. Una visione troppo pessimistica ci fa pensare che ci sia un gioco al “gatto e al topo” fra imprenditore e lavoratore. È importante invece riuscire a vedere la dimensione del dono nel “doveroso”. Penso quindi che certe strategie di “pressione” sul lavoratore siano controproducenti».

Non manca neppure un accenno all’ attualità economica: «Se pensiamo alle liberalizzazioni in atto, all’ apertura dei negozi per esempio, è evidente che un po’ aumenteranno le vendite, ma temo che fra cinque anni avremo reso impossibile la sopravvivenza dei piccoli negozi familiari, che non potranno permettersi orari di apertura spalmati su molte ore: andiamo quindi verso un generalizzato modello “Ikea”. Mi chiedo: ha senso uccidere il modello “Made in Italy”, che ha sempre funzionato, per appiattirci su un modello americano?». L’ economista ha poi preso in mano la dimensione della festa, «che rappresenta l’ eccedenza, il “di più” a cui non si può rinunciare: un’ eccedenza antropologica dell’ uomo rispetto a quello che “fa”, un elemento necessario di umanizzazione», ha commentato Bruni. «La festa accompagna l’ uomo dalla nascita fino alla morte, non è un qualcosa di superfluo». «L’ esperienza dice», ha poi concluso, «che se per l’ uomo il lavoro diventa tutto, con carriere veloci e ritmi di lavoro impossibili, quest’ uomo non sarà né un buon lavoratore né una persona buona».

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Francesco Belletti
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