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Tutti d'accordo, euro da buttare. Ma ripensandoci...

La ricerca Demopolis conferma la crescente diffidenza verso l'Europa e la moneta unica. Anche se, a quanto pare, nessuno vuole davvero uscirne: nemmeno quelli che hanno fatto tanti sacrifici in nome dell'austerità "alla tedesca".


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La ricerca dell’ Istituto Demopolis conferma quanto, assai più artigianalmente, ogni italiano può notare parlando con i vicini di casa o spiando i social network: cala la fiducia nell’ Unione Europea, aumenta l’ ostilità verso l’ euro. In altre parole, ci va benissimo andare in vacanza attraversando frontiere ormai inesistenti, siamo contenti che l’ anno prossimo sparisca il roaming dei telefonini, ma gli obblighi, gli impegni e la gestione della moneta unica ci diventano sempre più difficili da sopportare. E’ quanto dicono, in buona sostanza, sia coloro che vorrebbero l’ uscita dall’ euro (31%) sia quelli che vorrebbero restare nell’ euro ma solo a patto di un sostanziale cambio di rotta (59%).

 

E’ assai probabile che questo sentimento sia condiviso anche da altri popoli in altri Paesi d’ Europa. Il che rivela un paradosso a cui è difficilissimo trovare spiegazione, a meno di non credere alle ipotesi di congiure planetarie messe in atto dalle “potenze demoplutocratiche” di antica memoria e di rinnovata fortuna sul web: molti detestano l’ euro e la sua gestione ma nessuno è davvero disposto ad abbandonarlo.

 

Guardiamo intanto alle adesioni all’ euro. L’ ultimo Paese ad averlo adottato è stata la Lituania, nel gennaio del 2015. Cioè l’ altroieri. Il penultimo la Lettonia, nel gennaio 2014. Poco prima l’ Estonia, nel 2010, e nel 2009 la Repubblica Ceca. Adesioni, come si può notare, arrivate a crisi economica globale conclamata; non potenze economiche pronte ad approfittare delle difficoltà altrui nell’ euro ma Paesi usciti da molte difficoltà, che vedevano un’ occasione di ulteriore sviluppo.

 

 

Altra considerazione: nemmeno i partiti più nuovi e “rivoluzionari” rispetto al quadro politico europeo propongono ai loro elettori l’ abbandono dell’ euro. Non lo fanno Tsipras e Syriza in Grecia, dove peraltro risulta assai incerto l’ esito del referendum, centrato sulle proposte di salvataggio avanzate dalla Ue ma molto permeato da una richiesta di giudizio sull’ euro stesso. E non lo fanno quelli di Podemos in Spagna, protagonisti di una travolgente avanzata elettorale basata proprio sulla critica alle politiche di austerità economica, ma molto attenti a non proporre mai l’ abbandono dell’ euro.

Un’ ultima considerazione: nel 2012 l’ Irlanda, nel pieno della politica di sacrifici imposta dalla crisi e dalle decisioni Ue, decise di sottoporre a referendum la ratifica del cosiddetto Fiscal Compact, cioè il patto di stabilità europeo che fa da base, appunto, a tante delle politiche di austerità varate in questi anni. Fu l’ unico Paese a ricorrere alla consultazione popolare (negli altri 24 Paesi la ratifica avvenne per via parlamentare): vinse il sì con il 60,3% dei voti.

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