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Quello che ci lascia Eugenio Corti

Ricordo del grande scrittore appena scomparso, autore del capolavoro "Il cavallo rosso", che era stato allegato a Famiglia Cristiana nel 2008. Reduce della Ritirata di Russia, aveva anticipato la deriva morale di una società che smarrisce la fede.


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La vita e l'attività intellettuale di Eugenio Corti, il grande scrittore scomparso martedì, nella sua casa di Besate Brianza, a 93 anni, erano state segnate da alcuni eventi fondamentali che, delinearono la sua vocazione. Il primo fu la scoperta della bellezza, ovvero della parola, della letteratura, della scrittura, soprattutto grazie ai versi omerici: scoperta che lo sottrasse a un destino famigliare di industriale. Il fronte russo è il secondo evento chiave della sua esperienza. Vi fu inviato nel '42 e la celebre Ritirata fu da lui raccontata nel 1947 in I più non ritornano, prima opera italiana a dare voce a quell'immane tragedia. Terzo e ultimo "fatto" a orientare la sua ricerca e il suo impegno fu quello che potremmo definire le sfide del dopoguerra, ovvero il confronto con una società libera dalla guerra ma minacciata dal laicismo  e dalla scristianizzazione.

Fra le sue opere, tutte pubblicate da Ares, spicca la trilogia Il cavallo rosso, capolavoro del 1983 tardivamente riconosciuto e forse mai pienamente valorizzato, anche a causa di un certo pregiudizio ideologico nei confronti dell'autore. Corti lavorò per tredici anni, dal 1970 al 1983, all'opera del sua vita, che copre 34 anni della storia italiana: dalla vigilia dell'entrata in guerra dell'Italia al referendum abrogativo del divorzio del 1974. Dalla crisi bellica alla rinascita e alla nuova crisi, questa volta morale.

L'opera era stata allegata a Famiglia Cristiana nel luglio del 2008.

Proragonista del Cavallo rosso è la famiglia Riva, che vive a Nomana (Besana) Brianza. E benché il radicamento in questa terra e nei suoi valori sia centrale, tanto che qualcuno ha giustamente definito il romanzo L'albero degli zoccoli della Brianza, fanno un po' sorridere i commenti di alcuni esponenti della Regione lombarda, tutti tesi a esaltare Corti come scrittore dell'identità brianzola. Certo, egli partiva da lì, poiché quella era la sua terra e ogni romanzo deve radicarsi in un qui e in un ora; tuttavia le "provocazioni", le sfide, le questioni implicitamente sollevate dalla sua narrazione trascendono ogni orizzonte spazio-temporale per assurgere a temi universali.

A dare la notizia della sua morte l'inseparabile Vanda, sposa e compagna di una vita. Fra gli altri titoli di Corti, ricordiamo almeno I poveri Cristi del 1951 e Processo e morte di Stalin del 1962, denuncia dei crimini comunisti.

Quello che ci lascia Corti è l'insistenza su sentimenti forti come la famiglia, la religione, l'amicizia e l'esortazione a vivere la fede con coraggio, senza tentennamenti, soprattutto di fronte alle insidie del mondo contemporaneo.

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