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Giustizia per il massacro di Srebrenica: ergastolo definitivo per Ratko Mladic

Il Tribunale penale internazionale per l'ex Yugoslavia ha confermato la condanna per l'ex capo delle milizie serbe e criminale di guerra per le accuse di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità. "Le idee su cui poggiavano le atrocità commesse", ha ammonito Dunja Mijatovic, commissario dei diritti umani del Consiglio d'Europa, "sono ancora molto presenti e sono sfruttate dai nazionalisti che vogliono che il futuro della regione sia caratterizzato dalle divisioni etniche"


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(Foto Reuters sopra: Ratko Mladic durante la lettura della sentenza al Tribunale dell'Aja l'8 giugno)

Le madri di Srebrenica aspettavano da anni questo momento: il Tribunale penale internazionale per la ex Yugoslavia con sede all'Aja, ha confermato in via definitiva la pena dell'ergastolo per Ratko Mladic, 79 anni, capo di Stato maggiore delle forze armate della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina durante la guerra in Bosnia (1992-1995), per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità, responsabile, in quanto capo militare, di numerose azioni criminali e, in particolare, dell'assedio di Sarajevo e del massacro di Srebrenica, il più grande genocidio perpetrato in Europa dalla Seconda guerra mondiale, frutto marcio di un folle odio etnico-religioso.

Da quel terribile evento sono passati quasi ventisei anni: era l'11 luglio del 1995 quando in Bosnia, a Srebrenica, le milizie serbe, guidate da Mladic, massacrarono 8mila bosniaci musulmani (ma alcune fonti parlano addirittura di oltre 10mila), in una zona che le Nazioni Unite avevano designato come "protetta" e dove erano presenti i caschi blu. Le vittime furono per la maggior parte uomini, giovani e adulti. In questi anni tantissime donne, le cosiddette madri di Srebrenica, sono tornate nelle loro case e hanno continuato senza sosta, con coraggio e determinazione, a cercare le spoglie dei loro figli e familiari uccisi, e a chiedere giustizia per quelle atrocità. A ricordo delle vittime del genocidio, a Srebrenica è soroto un Memoriale, composto da un museo e un cimitero, di fronte all'ex complesso della Forza di protezione dell'Onu Unprofor, la prima forza di peacekeeping in Croazia e Bosnia-Erzegovina durante le guerre yugoslave (1991-2001).

Dopo la fine della guerra in Bosnia, nel 1995, Mladic - da molti chiamato "il macellaio di Bosnia" o anche "il boia di Srebrenica" - venne accusato di responsabilità per l'assedio di Sarajevo e il genocidio nella cittù bosniaca. Dopo anni di latitanza, Mladic è stato catturato e arrestato nel 2011 in Serbia. Estradato all'Aja e processato, è stato condannato all'ergastolo nel 2017. Sentenza che l'8 giugno è stata confermata in modo definitivo. Oltre a Mladic, nel 2019 è stato condannato al carcere a vita, in appello, anche Radovan Karadzic, presidente della Repubblica serba di Bosnia ed Eregovina dal 1992 al 1996. Mladic è l'ultimo criminale di guerra giudicato dalla giustizia internazionale. La sua cattura, avvenuta dopo 16 anni di latitanza, era particolarmente importante, perché da essa dipendeva il processo di adesione all'Unione europea della Serbia, che è tuttora in corso (la Repubblica serba ha lo status di Paese candidato all'ingresso nell'Ue dal 2012). 

«Questa storica sentenza», ha commentato il presidente americano Joe Biden, «mostra che coloro che commettono crimini orribili saranno considerati responsabili e rafforza la nostra comune risolutezza nel prevenire che future atrocità accadano in qualsiasi parte del mondo». Il commissario dei diritti umani del Consiglio d'Europa Dunja Mijatovic ha dichiarato: «Mentre il caso Mladic è chiuso, le idee su cui poggiavano il genocidio e le atrocità commesse sotto il suo comando sono ancora molto presenti, e sono sfruttate dai nazionalisti che vogliono che il futuro della regione sia caratterizzato dalle divisioni etniche, discriminazione e odio per gli altri. Dobbiamo denunciare queste idee e opporci ad esse con vigore». E ha aggiunto: «Venire a patti con il passato e rendere la giustizia è il solo modo di raggiugere la riconciliazione nell'ex Iugoslavia».  

 

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Un'immagine di Ratko Mladic a Sarajevo nel 1993 (foto Reuters).
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