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Elvira Businelli: "L'incontro con Maria Montessori mi ha cambiato la vita"

Nel 1950, quando Maria Montessori tenne il primo corso all'Università per stranieri di Perugia aveva 17 anni: "Ero la più giovane tra le iscritte, mai avrei immaginato una rivoluzione così"


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Le mani di Elvira Businelli, che aprono il grande quaderno con la copertina in stoffa color ocra, sono materialmente il punto di contatto tra noi e Maria Montessori. La mano che abbiamo stretto è la stessa che ha preso gli appunti, scritti a penna, corredati di minuziosi disegni a colori, vergati con precisione certosina sulla carta a quadretti piccoli. Lì dentro c’ è il “manuale” del primo corso tenuto da Maria Montessori all’ Università per stranieri di Perugia nel 1950. Elvira era la più giovane delle maestre iscritte: «Avevo 17 anni, ero fresca di diploma magistrale qui a Perugia. Maria Montessori era già nota in tutto il mondo, ma io non ne sapevo nulla, né mai avevo sentito parlare di lei a scuola, pensai solo al punto in più che avrei avuto in caso di concorso, non immaginavo che di lì sarebbe cambiata la mia vita».

La scintilla dell’ entusiasmo, accesa allora negli occhi chiari della maestra ragazzina, è la stessa che ancora brilla mentre racconta: «Di Maria Montessori mi affascinò subito il carisma, faceva la differenza il fatto che il suo sapere partiva dalla pratica dell’ osservazione fondata sulla scienza. Per la prima volta qualcuno mi stava insegnando che cos’ è un bambino vero: non un oggetto cui trasmetti il tuo sapere, ma un soggetto che aiuti a imparare mettendogli attorno il materiale adatto». Il famoso “aiutami a fare da solo”, che ancor oggi è uno dei fulcri del cosiddetto metodo Montessori e che l’ avanzare della pedagogia contemporanea ha reso solo in apparenza un po’ meno rivoluzionario di come doveva suonare a chi usciva dalla scuola autoritaria e verticale degli anni Trenta e Quaranta: «Avevamo nozioni di pedagogia studiate sui libri per l’ interrogazione. Ragionare di “libertà” del bambino e delle tappe del suo sviluppo attraverso i “cinque sensi” alle magistrali di allora era impensabile, quale pedagogista te lo insegnava? I famosi “materiali” servivano a questo».

Mentre parla, il dito indice scorre, a partire dall’ alto a sinistra, lungo la sagoma di una grande “o” in corsivo di carta vetrata gialla applicata su un cartoncino liscio rosso. Insieme il tatto liscio-ruvido e la vista giallo-rosso, tra i tre e i sei anni, impostano quello che in seguito diventerà scrittura. «All’ epoca non c’ erano adesivi: dovevo disegnare tutto e poi lavorare di forbici e colla. Quante ore ho passato su questo corridoio perché a casa non c’ era spazio». Torna a sfogliare il quaderno. Un disegnino esattissimo, mostra sagome a incastro con un pomellino, pensato per essere istintivamente afferrato con tre dita: «Sono le stesse dita che con il medesimo gesto impugneranno una penna. Abbiamo fronteggiato diffidenze all’ inizio: ricordo una mamma arrabbiatissima perché il bimbo di tre anni raccontò che all’ asilo aveva lucidato scarpe, mi disse: “Siamo farmacisti, a casa abbiamo la domestica”. Non era sempre facile far capire che quella che Maria Montessori chiamava la vita pratica serviva a imparare la concentrazione e la precisione dei gesti, a cominciare da come si chiude una porta senza sbatterla, ma che era una fase».

«A Bruxelles», dove Elvira Businelli è rimasta 12 anni alla scuola internazionale, «mi rimproveravano del contrario, di chiedere troppo all’ asilo, per fare io bella .gura. E invece in quella realtà, di bimbi di provenienze tutte diverse, ho visto vivere la lezione della Montessori. I bambini sono tutti uguali nella loro età di sviluppo, uno arriva prima, uno dopo, ma tutti ci arrivano. Se l’ insegnante è preparato, sa portare ciascuno a scegliere ciò di cui ha bisogno per imparare: è solo questa la famosa criticatissima – in realtà controllatissima – “troppa libertà”». Un valore, per Elvira, di cui la sua vita e la sua autoironia sono la prova: «Non era scontato all’ epoca che una maestra girasse l’ Europa, ma i miei genitori non mi ostacolarono: “Se è la tua strada, vai”. Quando arrivai a Barcellona, dove mi avevano mandata a riorganizzare una scuola che aveva un po’ perso il metodo, non sapevo né spagnolo, né catalano: all’ inizio mi feci capire disegnando. Qui, invece, ancora ridono della volta in cui a Carnevale scandalizzai la formale signorina Maria Antonietta Paolini, all’ epoca direttrice, presentandomi a scuola in calzoncini, calzettoni e pallone da calcio».

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