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Coronavirus, la rivincita della scienza. Il post su Facebook della casalinga di Voghera non ci interessa più

Nel caos che sta causando, il Covid-19 ci sta almeno guarendo da un abbaglio collettivo: davanti a un pericolo concreto abbiamo ricominciato a fidarci di chi ha studiato a fondo le cose


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Adesso che il virus lo abbiamo dentro casa, la preoccupazione e lo spavento ci stanno facendo rinsavire da un grande abbaglio collettivo, ci stiamo accorgendo a nostre spese che gli esperti non sono noiosi pedanti da mandare a quel paese in nome della forza del senso comune, «per paura» del quale «il buon senso c’ era, ma se ne stava nascosto», come aveva intuito molto prima di noi il Manzoni.

Stiamo cominciando a capire che quando la faccenda si fa complicata e l’ urgenza è contenere un pericolo imminente per la salute pubblica, il parere del primo che passa non ci serve, abbiamo bisogno di affidarci a chi sa le cose e conosce il problema per averlo a fondo studiato. Mentre la casalinga di Voghera, davanti a chi sa, può domandare, cercare nel sapere altrui le risposte agli interrogativi che giustamente ha, sottoporre i suoi dubbi, ma non può dire la sua in un dibattito alla pari. E infatti, appena comparso sul territorio nazionale il coronavirus covid-19, sarà un caso, la compagine di casalinghe di Voghera, mamme no-vax e sedicenti scienziati incompresi, sconfessati dalla comunità scientifica ma molto apprezzati dal popolo, è scomparsa alla velocità del suono dal raggio dei talk show.

Magra consolazione certo, ma almeno le cose che si complicano stanno avendo l’ effetto collaterale positivo di ricordarci che, da quando si è consolidato il metodo scientifico per il quale non finiremo mai di ringraziare Galileo, chi dice la sua, appigliandola a qualcosa di diverso da questo metodo, produce solo rumore di fondo e confusione. Accadeva anche prima, ma finché il pericolo ci sembrava remoto, non ce ne rendevamo conto, adesso che l'emergenza è vicina, che sia istinto animale o razionale, selezioniamo meglio gli interlocutori.

Sarebbe anche utile che uscissimo, speriamo non troppo ammaccati, da questo momento difficile avendo maturato la consapevolezza che tanto più è diffusa la nozione di quel metodo tra la gente comune, tanto più l’ opinione pubblica sarà in grado di capire quello che gli esperti dicono e distinguere un’ argomentazione affidabile da una che non la è. La diffidenza nella scienza, come scrive nel consigliatissimo La conoscenza e i suoi nemici Tom Nichols, «non è un problema di intelligenza in generale bensì di istruzione. La gente non capisce i numeri, il rischio o la probabilità e pochi fattori possono rendere la discussione tra esperti e profani più frustrante di questa “snumeratezza”».

E allora sarà importante cogliere questa sgradita occasione per far crescere questa cultura nella popolazione; abbattendo la barriera psicologica che ancora avvertiamo tra cultura umanistica e cultura scientifica e il pregiudizio sotteso che vorrebbe la seconda un po’ meno cultura.

Se vogliamo vivere in un mondo complesso, un po’ meno in balia degli elementi e degli imbonitori, abbiamo bisogno di una cultura di base più completa. Nella quale devono convivere la nozione del metodo scientifico e della statistica, che poi è la legge dei numeri, e un ampio vocabolario, perché chi conosce tante parole è in grado di esprimere e comprendere concetti più precisi e più complessi in ogni campo. E infatti, guarda caso, tra gli innumerevoli interventi sul coronavirus uno dei più illuminanti La matematica del contagio che ci aiuta a ragionare è uscito con la firma di Paolo Giordano, narratore di successo, fisico di formazione (Corriere della sera, 26 febbraio).

Ps. Permettetemi un ringraziamento personale alla donna di scienza, di cui non ricordo il nome né la qualifica, solo vagamente il volto e la postura calma e precisa, che nei primi anni Ottanta entrò in una scuola elementare pavese con tre piastre di Petri (immaginate grosso modo un fondo di bicchiere molto sottile) con del terreno di coltura dentro. Invitò una bimba a toccare il fondo gelatinoso con le dita nella prima piastra. Poi la mandò a lavarsi bene le mani e la invitò a toccare nello stesso modo il fondo della seconda. Infine gliele fece disinfettare per poi ripetere il gesto nella terza. Dopo qualche giorno ci mostrò la differenza: la prima piastra era carica di microbi visibilissimi anche occhio nudo; la seconda li aveva, ma più contenuti; la terza ne era quasi priva. Ogni volta che in questi giorni sento ripetere l’ invito a lavare bene le mani ripenso con gratitudine a quella scienziata e al fatto che capito così, a otto anni, è capito per sempre.

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