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Ecco cosa dice monsignor Galantino sulla massoneria

Il testo integrale dell'intervista


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«Nei confronti della massoneria la Chiesa ha tenuto, da sempre e con chiarezza, lo stesso atteggiamento: tutto ciò che da singoli o gruppi attenta al Bene comune a vantaggio di pochi non può essere accettato».

Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana parla chiaro: «Sono da condannare tutti gli attentati al Bene comune soprattutto quando tendono a monopolizzare, a occupare spazi in maniera invasiva fino a rendere impossibile una vita normale a persone normali».

Eppure a  più riprese i gran maestri delle diverse logge hanno dichiarato che nei loro elenchi ci sono anche sacerdoti e persino vescovi.

«Credo sia fuori luogo fornire elenchi senza prove. Comunque un prete o un vescovo, con le proprie scelte, non rende buono quello che buono non è. Né in questo né in altri casi. Anzi, e lo dico prima di tutto a me stesso, il male compiuto da un prete o da un vescovo è ancora più grave. Un prete o  un vescovo sanno che la Congregazione per la dottrina della fede, il 26 novembre 1983, ha ribadito le condanne nella “Dichiarazione sulla massoneria”. Rimane, quindi, il giudizio negativo. La ragione è chiara: contiene princìpi inconciliabili con la dottrina della Chiesa».

Inconciliabili come i principi che ispirano i comportamenti mafiosi.

 «Anche su questo fronte le parole  sono chiare, soprattutto dopo la scomunica pronunciata da papa Francesco».

Bastano queste prese di posizione a contrastare il  fenomeno?

«Saremmo ingenui se pensassimo che i pronunciamenti papali o episcopali da soli possano invertire una rotta che è anche culturale e di civiltà. Bisogna continuare a ribadire in maniera chiara che gli atteggiamenti mafiosi non hanno niente a che spartire con il Vangelo e con la Religione vera e autentica. Vangelo e Religione sono, per loro natura, condanna della scelta idolatrica del mafioso, come disse il  Papa a Cassano nel 2014. Il mafioso capovolge la gerarchia dei valori. Al posto di Dio mette il proprio interesse e quello del suo clan, al posto della solidarietà mette lo sfruttamento violento, al posto del rispetto la prevaricazione e l’ arroganza».

Perché le mafie in doppio petto hanno ancora bisogno di processioni e benedizioni?

«Starei attento a generalizzare. Non tutti i malavitosi utilizzano il paravento della Religione (processioni, benedizioni, ecc). Certo, tanti è vero, lo fanno strumentalizzando le pratiche religiose, ricorrendovi come si ricorre a un amuleto. Qui viene chiamata in causa l’ insufficiente formazione ed evangelizzazione da parte nostra. Quanta gente ancora oggi pratica una “Religione senza fede”, che non domanda, come invece dovrebbe essere, coerenza di vita e conversione!».

Ci sono ancora delle zone grigie.  Come intervenire?

«C’ è bisogno di vigilanza. Quello mafioso è un fatto culturale che si  fa strada lentamente, ma decisamente. È una forma di adattamento che, in mancanza di una vigilanza forte e di una cultura del confronto può prendere davvero tutti. Anche a noi preti può capitare di abbassare la guardia della sensibilità, della vigilanza evangeliche. Quando si lasciano aperti anche piccoli varchi fatti di compromessi, di parole non dette e denunce non fatte, attraverso questi varchi il male si insinua e riempie gli spazi vuoti delle coscienze».

La Chiesa però ha fatto tanto. In questi giorni ricordiamo il martirio di don Peppe Diana.

«Ricordiamo lui, ma anche don Puglisi, don Italo Calabrò, e i tanti preti e laici che sono testimonianza viva di una Chiesa che sta sul territorio per annunciare il Vangelo e che, quando coglie scelte e gesti che vanno contro il Vangelo, che mettono sotto i piedi la dignità delle persone e sfregiano la giustizia, “per amore del suo popolo”, come dice la Scrittura, “non tace”».

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