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Noi della zona rossa, sull'orlo di una crisi di nervi

E’ ormai cosa nota come vivono gli abitanti dei 10 Comuni del Lodigiano messi in "stand by". Quel che nessuno aveva previsto, è la claustrofobia. Cronache dal focolaio


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di Luciana Grosso

“Si ok, ma quando finirà questa storia?” è questa la domanda che, più di frequente si sente per le strade e che rimbalza tra le chat di chi abita nella zona rossa, quella dei dieci comuni lodigiani ‘focolaio’ che sono stati blindati dall’ esercito. 

 

Sì, perché lentamente, ma inesorabilmente, la paranoia sta scemando (preoccuparsi stanca, per fortuna) e sta lasciando il posto alla noia, all’ incertezza, alla nostalgia per le vite normali che si conducevano fino a pochi giorni fa.


E’ ormai cosa nota come vivono gli abitanti dei 10 paesi dei dintorni di Lodi, le cui vite e abitudini sono state messe in pausa dal Coronavirus. Quel che è meno noto, e che nessuno aveva previsto, è la noia e la claustrofobia: non si può lasciare, per nessun motivo la zona rossa, non si può andare a lavoro, a scuola, in palestra, al bar.

Così le giornate si sono improvvisamente allungate e il tempo si è dilatato,
I più giovani, tenuti a casa da scuola, sono quelli che scalciano di più, perché per loro davvero non c’ è niente da fare: niente scuola, niente sport, niente oratorio. Solo televisione e qualche compito in più assegnato via whatsapp dagli insegnanti.

Ma anche gli adulti iniziano a mostrarsi insofferenti: il telelavoro funziona solo per chi può farlo, perché magari ha incarichi per cui bastano un computer e una linea internet. Ma per tutti gli altri (artigiani, autotrasportatori, agricoltori...) la faccenda è più seria e rischia di tradursi in una significativa perdita di denaro.

 

Gli anziani sono quelli che se la cavano meglio, perché con il tempo vuoto sono più abituati ad avere a che fare: “Oggi ho sistemato un po’ il giardino e ora esco a fare quattro passi, tanto per muovermi un po- ci racconta un cittadino sulla settantina di Castiglione che incontriamo al confine del Paese, in corrispondenza del posto di blocco-: per me, quarantena o non quarantena, non cambia niente”.

 

Le cose non sono molto diverse nelle città come Lodi o Piacenza, che non sono state isolate ma che sono in zona gialla: un’ area di allerta ma non di ‘focolaio’ , dove comunque sono state chiuse le scuole, invitati i cittadini a uscire il meno possibile, sospese le messe e tutte le manifestazioni pubbliche. E’ comprensibile del resto: il lodigiano è un fazzoletto di pochi chilometri, in cui ci si conosce tutti e ogni attività si svolge in un perimetro piuttosto ristretto: si lavora a Lodi, si abita a Castiglione, si prende il treno a Codogno, si va a scuola a Casalpusterlengo… Così anche se i limiti della zona rossa sono ben precisi, la tensione è palpabile (e forse esagerate) anche nei dintorni: a Lodi le strade sono vuote, così come lo sono i bar, i negozi e i centri commerciali che, dopo essere stati pieni di gente e vuoti di cibo nel weekend, ora sono pieni di cibo e vuoti di gente. Alle diciotto c’ è l’ obbligo di chiusura per bar e esercizi pubblici che non fanno servizio ai tavoli. “Domani mi sa che nemmeno apro: tanto non viene nessuno, cosa apro a fare?” ci racconta un esercente del centro di Lodi che, dallo scorso lunedì ha fatto una decina di caffè in tutto, serviti a pochissimi e intrepidi avventori.

Lo stesso vale per i negozi del centro, completamente vuoti, dalle cui vetrine si vedono le commesse ciondolare, annoiate e stanche, mentre sul corso pedonale della città non passa un’ anima.

Il danno economico di tutta questa faccenda sarà difficile da calcolare e superare. Ma per ora, in questi giorni, la cosa che sembra essere più importate è l’ allarme sanitario. 

Ma anche su questo fronte non ci sono informazioni precise. Anzi, non ce ne sono affatto. Non ne hanno i medici, impegnati a pieno ritmo sia a curare i contagiati che a rispedire a casa i (tantissimi) falsi allarmi; non ne hanno le autorità locali che, anzi, lamentano di essere state abbandonate da Regione e Governo. “Siamo stati lasciati soli- ci racconta Costantino Pesatori il sindaco di Castiglione d’ Adda, il paese di 4600 abitanti da cui tutta questa storia è cominciata- dai ministeri e dalla regione non ci fanno sapere niente. Non ci danno nessuna risposta. Davvero, non sappiamo che pesci pigliare. Da venerdì ci sono stati dei morti, ma nessuno ci ha dato più nessun tipo di istruzione”; non ne hanno i militari, che con garbo ma fermezza controllano la zona; non ne ha chi non sta bene:  “Mia sorella ha qualche linea di febbre, ma non sappiamo se è influenza o il CoVid 19. Le hanno fatto il tampone è sta aspettando il risultato. Poi si vedrà”, ci racconta Silvia, una giovne di Casalpusterlengo.

Così, nei comuni lodigiani si resti sospesi. Chiusi in casa, attaccati ai telegiornali o ai (nefasti e forieri di isteria) social, aspettando solo che qualcuno dica che ci si può riprendere le proprie vite, che il contagio è stato limitato, che la paura e i blocchi non hanno più senso.

Fino ad allora, però, restiamo dove siamo. E prima o poi, quando la bufera sarà passata, qualcuno dovrà rendere merito della compostezza, del garbo, della misura e della serenità d’ animo con cui i 50mila cittadini di dieci piccoli e misconosciuti - fino ad ora- paesini della pianura padana hanno affrontato tutto questo. Semplicemente aspettando.

 

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