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E il nome della rosa va sul palcoscenico

Dopo essere diventato un film di successo, il best-seller di Umberto Eco debutta a Torino in una trasposizione teatrale.


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IL NOME DELLA ROSA: I NUMERI DEL BEST-SELLER

Era destino che Il nome della rosa arrivasse anche a teatro. Al Teatro Carignano di Torino ha debuttato ieri sera in prima assoluta, nella versione di Stefano Massini, con la regia di Leo Muscato, la prima versione teatrale del capolavoro di Umberto Eco: l’ omaggio al celebre scrittore firmato da uno degli autori più apprezzati in Italia e all’ estero. 

Il nome della rosa di Umberto Eco è uno dei più grandi best-seller della storia della letteratura italiana: tradotto in 47 lingue, ha vinto il Premio Strega nel 1981, e la sua versione cinematografica è stata diretta da Jean-Jacques Annaud nel 1986, protagonista Sean Connery.

La regia dello spettacolo è affidata a Leo Muscato, che ha trovato nel romanzo di Eco una sfida appassionante e, nei suoi Appunti per una messa in scena, scrive: «Dietro ad un racconto avvincente e trascinante, il romanzo di Umberto Eco nasconde una storia dagli infiniti livelli di lettura; un incrocio di segni dove ognuno ne nasconde un altro. La struttura stessa del romanzo è di forte matrice teatrale. Vi è un prologo, una scansione temporale in sette giorni, e la suddivisione di ogni singola giornate in otto capitoli, che corrispondono alle ore liturgiche del convento (Mattutino, Laudi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta). Ogni capitolo è introdotto da un sottotitolo utile a orientare il lettore, che in questo modo sa già cosa accade prima ancora di leggerlo; quindi la sua attenzione non è focalizzata da cosa accadrà, ma dal come. Questa modalità, a noi teatranti ricorda i cartelli di brechtiana memoria e lo straniamento che ha caratterizzato la sua drammaturgia.

La scena si apre sul finire del XIV secolo. Un vecchio frate benedettino, Adso da Melk, è intento a scrivere delle memorie in cui narra alcuni terribili avvenimenti di cui è stato testimone in gioventù. Nel nostro spettacolo, questo io narrante diventa una figura quasi kantoriana, sempre presente in scena, in stretta relazione con i fatti che lui stesso racconta, accaduti molti anni prima in un’ abbazia dell’ Italia settentrionale. Sotto i suoi (e i nostri) occhi si materializza un se stesso giovane, poco più che adolescente, intento a seguire gli insegnamenti di un dotto frate francescano, che nel passato era stato anche inquisitore: Guglielmo da Baskerville. Siamo nel momento culminante della lotta tra Chiesa e Impero, che travaglia l’ Europa da diversi secoli e Guglielmo da Baskerville è stato chiamato per compiere una missione, il cui fine ultimo sembra ignoto anche a lui. Su uno sfondo storico-politico-teologico, si dipana un racconto dal ritmo serrato in cui l’ azione principale sembra essere la risoluzione di un giallo.

Conosciamo altri memorabili personaggi usciti dalla penna di Eco, alcuni inventati, altri realmente esistiti: l’ anziano frate cieco Jorge da Burgos, il profondo conoscitore dei segreti dell’ abbazia; Bernardo Gui, il terribile inquisitore dell’ ordine domenicano; l’ ansioso e prudentissimo Abate Abbone; il cellario Remigio da Varagine un francescano in odor d’ eresia che si nasconde in quel convento e si finge benedettino; il suo fedele servitore Salvatore, un frate considerato scemo, che parla una strana lingua mista di latino, volgare, francese, tedesco e inglese; la fragile ragazza di cui s’ innamora il giovane Adso; Alinardo da Grottafferrata, il più anziano di tutti, la cui demenza senile risulterà decisiva per la soluzione degli enigmi, e tanti altri ancora.

LA TRAMA E IL CAST

Abbiamo immaginato uno spettacolo in cui la dimensione del ricordo del vecchio Adso, potesse diventare la struttura portante dell’ intero impianto scenico. Questo è concepito come una scatola magica in continua trasformazione che possa evocare i diversi luoghi dell’ azione: una biblioteca, una cappella, una cella, una cucina, un ossario, una mensa, ecc. Delle musiche originali, frammiste a canti gregoriani eseguiti a cappella dagli stessi interpreti, contribuiranno a creare dei luoghi di astrazione in cui la parola possa farsi materia per una fruizione antinaturalistica della vicenda narrata, e alimentare nello spettatore una dimensione percettiva che lo porti a dimenticarsi, per un paio d’ ore, il meraviglioso film di Jean-Jacques Annaud.

Se è vero che al centro dell’ opera di Eco vi è la feroce lotta fra chi si crede in possesso della verità e agisce con tutti i mezzi per difenderla, e chi al contrario concepisce la verità come la libera conquista dell’ intelletto umano, è altrettanto vero che non è la fede a essere messa in discussione, ma due modi di viverla differenti. Uno guarda all’ esterno, l’ altro all’ interno; uno è serioso, l’ altro fortemente ironico. Anche per questo, se ne saremo capaci, proveremo a raccontare questa storia con una lieve leggerezza che possa qua e là sollecitare il riso, con buona pace del vecchio frate Jorge».

 

Ad interpretare Il nome della rosa un cast di grandi interpreti: Luca Lazzareschi (nel ruolo di Guglielmo da Baskerville), Luigi Diberti (il vecchio Adso), Renato Carpentieri (Jorge da Burgos), Eugenio Allegri (Ubertino da Casale, francescano e Bernardo Gui, inquisitore), Giovanni Anzaldo (il giovane Adso).

Lo spettacolo sarà replicato al Carignano fino all’ 11 giugno 2017 e poi sarà rappresentato in tournée in Italia nella prossima stagione teatrale.

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