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Andreotti, fine di un'epoca

La scomparsa, a 94 anni, del senatore a vita Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio.


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Parlare di Giulio Andreotti mentre al Policlinico Gemelli di Roma era ricoverato in gravi condizioni, è come dire che in quella camera d’ ospedale era ospite la storia d’ Italia degli ultimi settant’ anni, né più né meno. Il primo capitolo si svolge nel monastero di Camaldoli, dove nei giorni del luglio 1943 che precedettero di pochissimo la caduta del fascismo e l’ arresto di Benito Mussolini, l’ allora giovane presidente della Fuci prese parte a quell’ incontro clandestino di cattolici variamente antifascisti da cui uscì il documento, chiamato appunto “Codice di Camaldoli”, che avrebbe ispirato gran parte della politica sociale ed economica dei Governi a maggioranza democristiana per tutti gli anni dell’ immediato dopoguerra.
Fu appunto in uno di quei governi, nel 1954, che Giulio Andreotti ebbe il primo incarico ministeriale della sua lunghissima vita: ministro dell’ Interno, sotto la presidenza di Fanfani.

Se quella ormai quasi settantennale storia delle Repubblica italiana fosse soltanto oggetto di una disquisizione politica, niente sarebbe più trionfale, per Andreotti, che l’ elenco record dei suoi incarichi pubblici: sette volte presidente del Consiglio, dal 17 febbraio 1972 al 28 giugno 1992 (l’ estate tremenda degli attentati alla vita dei giudici palermitani Falcone e Borsellino ad opera della mafia); otto volte ministro della Difesa; cinque volte ministro degli Esteri; due volte delle Finanze, del Bilancio e dell’ Industria; una volta ministro dell’ Interno e delle Politiche comunitarie.
Il tutto era cominciato nel 1947, quando Alcide De Gasperi lo scelse come suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, forse –si disse- su suggerimento di Giovanni Battista Montini, allora sostituto segretario di Stato vaticano, che lo aveva conosciuto quando era a sua volta assistente ecclesiastico della Fuci. Andreotti giunse allora nel Governo del Paese a soli ventotto anni (è nato a Roma il 14 gennaio del 1919).

Naturalmente non gli mancò mai il mandato parlamentare, da quello all’ Assemblea Costituente nel 1946 a quello alla Camera dei deputati fino al 1991 e poi come senatore a vita fino a oggi. Sarebbe rubare il tempo a chi legge tentare di ricostruire tutte le personali vicende dentro il partito della Democrazia cristiana, dopo la morte di De Gasperi, il suo grande, incomparabile protettore; il suo profilo apparve sempre impegnato soprattutto nel gioco delle ”correnti”, e inclinato complessivamente sulla destra “moderata” del partito, con incarichi nel gruppo parlamentare che lo portarono ad avere amicizie, contatti e minoranze interne addirittura fin dopo la morte della Dc e la breve durata della Margherita, quando fu uno dei protagonisti della caduta del secondo Governo Prodi il 21 febbraio del 2008, astenendosi dal voto al programma del ministro degli Esteri D’ Alema. (Ma ci fu chi scrisse che in realtà Andreotti fosse contrario a iniziative del Gabinetto prodiano riguardo ai Dico, che avevano suscitato il dissenso del Vaticano e della Cei).

Ma questa storia d’ Italia non è soltanto politica: la straordinaria vita di Andreotti è un continuo intreccio fra poltrone di governo, seggi parlamentari, operazioni diplomatiche in tutto il mondo in difesa soprattutto della pace, contatti con grandi uomini di Stato di Usa e di Urss, relazioni strette con il Vaticano e i suoi successivi Papi, da Pio XII in giù.
Ma anche fra denunce, inchieste giornalistiche, investigazioni di polizia, indagini giudiziarie, processi, in tanti dei suoi incarichi di potere: dal “caso Giuffré” quando era ministro delle Finanze (1958) agli “scandali” lungo gli anni Sessanta, dai fascicoli di spionaggio del Sifar e del “Piano Solo, alla P2 di Licio Gelli.

Processato e assolto in primo grado per l’ uccisione del giornalista Pecorelli che sarebbe stato in possesso di documenti che lo accusavano di uno scandalo dei petroli, fu condannato in appello a 24 anni di reclusione, ma questa sentenza fu annullata senza rinvio dalla Corte di Cassazione; e poi, man mano, si snodarono i suoi rapporti veri o presunti con il banchiere Sindona, tragicamente morto avvelenato nel carcere di Voghera; e infine quelli, anch’ essi veri o presunti, almeno fino al 1980, con capi mafia siciliana, che costarono ad Andreotti altri tre gradi di processo, terminati con la “prescrizione” ma con il giudizio della Cassazione secondo il quale egli avrebbe fornito ai capimafia “una concreta collaborazione”, anche se sia da escludere il reato di “concorso esterno di in associazione mafiosa”.

Andreotti si è sempre difeso, scrivendo libri e concedendo interviste giornalistiche e televisive, insistendo sul fatto che nessuno dei reati contestatigli non è mai stato provato, oltre le dichiarazioni di questo o di quel “pentito”. A noi sembra che debbano essere prese come esempio di questa sua strenua difesa di fronte alle accuse di un Buscetta, di un Mannoia o di un Di Maggio, le parole che concludono l’ introduzione al suo libro del 1995 “Cosa loro-Mai visti da vicino”: “L’ aver trattato da parte mia molto duramente la mafia con l’ azione di governo e con le leggi, non ha rilievo. Se l’ ho fatto, è per una attività di simulatoria o di copertura. E’ molto strano che proprio chi dovrebbe agire in profondità per combattere i mafiosi dia loro questa patente indiscutibile di uomini incapaci di mentire. C’ è da chiedersi dove siano i confini tra Cosa Nostra e Cosa loro”.

Su Andreotti gli storici non finiranno mai di scrivere e discutere. Chi come noi lo ricorda in colloqui giornalistici nello studio di Palazzo Chigi non potrà dimenticare la sua prontezza spesso sorridente nel rispondere a tutte le domande, anche quelle più delicate: ad esempio, perché decise di non “trattare” con le Br durante il sequestro di Aldo Moro? Perché proprio lui, democristiano “moderato”, portò avanti in quel tempo il progetto di Governo di “solidarietà nazionale” nato dall’ intesa Moro-Berlinguer? E’ vero: Andreotti rappresenta meglio e più di chiunque altro la storia dell’ Italia repubblicana. E se questo giudizio potesse sembrare equivoco e ambiguo fino a Tangentopoli, quando egli uscì di scena dal potere, non è che, dopo, si sia visto di più e di meglio.

                                                                                                                 Beppe Del Colle

Durante la sua lunghissima vita l’ hanno definito in mille modi, da Belzebù a genio della politica: dove tuttavia, per politica, più che la gestione della cosa pubblica si intendeva il gusto dell’ intrigo, l’ uso dei segreti, qualcosa insomma di inquietante e negativo. Per questo, dopo la sua quieta scomparsa, lontano da ogni riflettore, su Giulio Andreotti vivo si è letto di tutto. I sette governi presieduti, le altre innumerevoli cariche ma anche i processi, i dubbi di contiguità con il sistema mafioso, i dossier più o meno ricattatori che adesso spunteranno fuori, a meno che il sulfureo personaggio non li abbia già bruciati… Mai come per il Divo Giulio le biografie, più che dagli eventi reali, dipendono dall’ opinione personale di chi le redige. In genere prevale quel misto di sconcertata ammirazione e “pollice verso” che ha sempre accompagnato la carriera di questo romano scettico e spiritoso, capace di perdere un congresso per il gusto della battuta. Lo stesso avviene fra i non addetti ai lavori, il cosiddetto uomo della strada che nel dubbio tende a scegliere il peggio. Specie fra le ultime generazioni, si provi oggi a difendere la Prima Repubblica. Si verrà respinti con perdite. Malaffare, corruzione, partiti inefficienti e divisi: in sintesi, politica sporca, tutt’ altro che da rimpiangere. Addirittura e malgrado tutto, par di capire, meglio adesso. Anche su questo nostro giornale, chi si è avventurato nella difesa di Andreotti è stato spesso subissato da pareri fieramente contrari, quando non da male parole. E’ capitato anche al sottoscritto, il quale peraltro può dire come in quel film: “Io lo conoscevo bene”. E poiché le vertenze più accese riguardano i processi per mafia – e addirittura per assassinio politico – potrà valere appunto l’ esperienza diretta di un quasi coetaneo.

Tutti i processi per mafia si basavano sui voti siciliani che servivano alla carriera politica del Divo, per contrastare rivali come Fanfani, Moro e troupes al seguito. Insigne sciocchezza. Andreotti era essenzialmente un uomo di governo, e solo marginalmente un uomo di partito. Si era procurato una sua corrente, chiamata Primavera, al precipuo scopo di avere, come tutti, un qualche peso nei congressi. Ma non per questi numeri congressuali lo chiamavano a dirigere governi. A parte che in fatto di numeri gli bastavano le valanghe di preferenze ottenute nelle elezioni nazionali, Andreotti era affidabile per competenza, equilibrio, conoscenza degli uomini e delle situazioni, anche abilità manovriera, indispensabile questa via via che si degradavano i rapporti fra i partiti. Se De Gasperi sosteneva che la Dc era un partito di centro che guardava a sinistra, Andreotti postillava: e pure a destra… Così, se per esempio bisognava spostare a sinistra l’ asse governativa, Andreotti serviva da garanzia per la controparte. Non a caso fu lui, nelle circostanze eccezionali del delitto Moro, a mettere insieme democristiani e comunisti, con una formula che anticipava l’ attuale governo Letta. Se poi si continua a citare la sentenza secondo cui Andreotti fu mafioso fino a una certa annata, depurandosi in toto dall’ anno successivo, basta il commento di Paolo Mieli in tv: “Ma non scherziamo…”. Certo a Giulio Andreotti piaceva scherzare, ma non su questi temi. Gradiva le parodie, perfino le vignette sovrastate dalla celebre gobba. Comparve perfino al “Bagaglino”, dove Oreste Lionello furoreggiava per la sua perfetta imitazione. Nei congressi dc, quando lui interveniva, i delegati si mettevano comodi come a teatro, aspettando le sue battute. Le quali, stranamente, erano solo verbali. Difficile ritrovarle nei numerosi libri pubblicati da Andreotti, che aveva una scrittura un po’ faticosa e perfino burocratica. La vera struttura dell’ uomo emerse comunque, e questo gli fu riconosciuto perfino dai più ferrati avversari, nei logoranti processi cui fu sottoposto. Sempre presente, sempre corretto, mai un accenno a complotti esterni, mai una parola di troppo. Non rassegnazione ma forza interiore: “Sennò – disse a un amico – che cosa significa essere cristiani?”. Così, per quel che vale, lo ricorda il sottoscritto: e se arriveranno altre male parole, pazienza. Il sipario è calato.




Giorgio Vecchiato

“Il potere logora chi non ce l’ ha”. E’ una delle battute più celebri del politico che più degli altri ha incarnato, per intensità e longevità, il potere della Prima Repubblica e della Democrazia Cristiana. Giulio Andreotti si è spento oggi nella sua abitazione romana alle 12 e 25. Il “Divo Giulio” aveva 94 anni, essendo nato il 14 gennaio del 1919. “Nel 1919 sono nati il Ppi di Sturzo, il fascismo e io. Di tutti e tre sono rimasto solo io”, si gloriava ultimamente.
Giulio Andreotti è stato l'uomo di governo e di partito italiano più blasonato, sette volte alla guida dell'esecutivo, uno dei leader democristiani più votati; ma per i suoi nemici e detrattori era "Belzebù", circondato da una fama di politico cinico e machiavellico che lui stesso, in fondo, amava coltivare con un’ arguzia tipicamente romana che rimandava a certi cardinali del Cinquecento.
La sua biografia è quella di un ragazzo modello, religioso, studioso, molto serio, la schiena già lievemente incurvata e le idee chiare sul suo futuro. Unici divertimenti le partite della Roma (al vecchio stadio di Testaccio) e le corse dei cavalli all'ippodromo delle Capannelle, passione cui rimarrà sempre legato. Si dice che fosse il Papa in persona, Pio XII, a volerlo alla presidenza della Fuci, l'organizzazione degli universitari cattolici, al posto di Aldo Moro.
E fu Paolo VI al tempo in cui era presidente della Fuci, a indicarlo ad Alcide De Gasperi come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, a soli 28 anni, per il primo governo della Repubblica del politico trentino. Nel 1954 fece il salto e diventò ministro. Il suo feudo elettorale era la campagna a sud di Roma, da dove proveniva la sua famiglia: Fiuggi, Anagni, Alatri, antichi possedimenti delle nobili famiglie capitoline, diventarono centri della sua rete elettorale (e clientelare).
Politicamente rappresentava l'ala più conservatrice e clericale della Dc, i suoi avversari interni erano i fautori del Centrosinistra, come Moro e Fanfani e della sinistra riformista di Marcora e Donat Cattin. Ottime le sue entrature in Vaticano, estesissima la sua conoscenza di prelati e la sua rete di contatti internazionali.

Fu Andreotti, l’ uomo della destra Dc, per un curioso paradosso democristiano, a essere chiamato a guidare i governi di solidarietà nazionale, alla fine degli anni Settanta, con l'appoggio esterno del Pci. I leader della Dc avevano capito quale era la sua più grande dote: conciliare gli opposti, smussare gli angoli, digerire le difficoltà. Emblematico il suo rapporto con Craxi, che coniò per lui il soprannome di Belzebù. Visse da presidente del Consiglio la tragedia di Aldo Moro. In seguito racconterà di aver perseguito tutte le strade possibili, anche quelle non ortodosse, e di aver sofferto non poco. Ma c’ è chi gli ha rimproverato, come a tutta la Dc, una eccessiva sudditanza, in quei frangenti, alla logica inflessibile del Partito Comunista.
   Aveva uno stile molto diverso dai politici della Seconda Repubblica, anche nelle avversità. Accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, sfidò i giudici andando a tutte le udienze del processo che lo vedeva imputato, la testa china sui suoi appunti, contestando l'accusa fino alla sentenza definitiva di assoluzione (con reato però accertato, ma prescritto, per i fatti fino al 1980). Anche dalle accuse di mandante dell’ Omicidio Pecorelli venne alla fine assolto. Non ha mai querelato nessuno, nonostante le accuse su di lui (e sui suoi collaboratori, come lo “squalo” Mastella) si siano addensate per tutto il corso della sua vita politica. Fino all’ uscita dalla scena, in punta di piedi.

Francesco Anfossi

Non poteva farcela, il divo Giulio, a sopportare uno Stato che va sempre più in frantumi, lui che di questa Repubblica è stato uno dei massimi artefici fin dai primi vagiti. Si è assentato solo per la rielezione di Giorgio Napolitano apersi dente della Repubblica, tanto per capire quanto Giulio Andreotti ha dato all’ assetto statale di una nazione che, se non lo ha amato, l’ ha in ogni caso molto rispettato. E così mentre la Seconda repubblica ripiega su se stessa, in cupa e rassegnata attesa di chi squasserà il Palazzo in poco tempo, il rappresentante per eccellenza della Prima repubblica toglie il disturbo. Giulio Andreotti, il divo Giulio, l’ uomo che ha vissuto la storia repubblicana sempre e solo dalle posizioni di comando, a 94 anni compiuti a gennaio, ha detto basta, quasi un presagio del fatto che nella nostra politica e nella vita del Paese sta davvero cambiando tutto in fretta, maledettamente in fretta, e con modalità impensabili fino a pochi mesi fa. Indro Montanelli, che di faccende democristiane se ne intendeva e da linguacciuto toscano amava rivaleggiare narcisisticamente con Andreotti quanto a battute, diceva che in chiesa Alcide De Gasperi si rivolgeva al Signore, mentre Giulio si rivolgeva al prete. D’ altronde, è chiaro che, passando da delfino di De Gasperi a sottosegretario nei primi governi repubblicani, e da lì ai ministeri più importanti, dagli Interni (il più giovane della storia nel ruolo, aveva solo 34 anni) agli Esteri, dal Tesoro alle Finanze, dalle Partecipazioni Statali alla Difesa (per ben otto volte), tanto per fare alcuni esempi, e poi sette volte presidente del Consiglio (solo il suo maestro De Gasperi lo ha superato, otto), uno è destinato a sentirsene dire di tutti colori. Così, con un’ alzata di spalle immaginaria, bastava una frasetta, una battuta rapida, cinica, glaciale, letale come il morso del cobra, a riportare le cose al loro posto: sopire, troncare, manzoniana regola del potere andreottiano. E allora ecco che bastò un “A parte le guerre puniche, mi viene attribuito veramente tutto” per mettere a tacere voci su voci di malaffari, intrighi, intrallazzi, sporcizie affaristiche. E per restare vicini agli ambienti curiali, Andreotti fece sua una frase del cardinal Mazzarino, che riduceva al silenzio gli avversari prendendoli con la mossa del cavallo, di fianco, di sbieco, mai frontalmente: “A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”. Il perfido messaggio arrivava: a chi noi non lo sappiamo, lui sì. Cosicché, astuto e a suo modo raffinato, azzerava anche la possibile replica, che infatti nessuno osò mai impugnare come arma: “Allora ciò varrebbe anche per te, caro Giulio”.

Andreotti ha attraversato la fase più vitale e complessa della storia del Paese, spesso scivolando come l’ acqua sul vetro, ma col merito di aver governato gli umori più impulsivi e italianamente melodrammatici con la freddezza del capo e la capacità di guardare oltre, dove molti non vedevano, chi per obbligata miopia ideologica (la sinistra), chi per naturali impossibilità intellettuali (la destra). Non ha avuto paura di utilizzare ogni mezzo lecito, perché in politica si può e si deve saperlo fare (lezione che gli eredi di De Gasperi e Nenni, di Togliatti e Almirante, di Malagodi, La Malfa e Saragat non hanno saputo mettere in pratica nella Seconda Repubblica) senza perdere l’ orientamento e, soprattutto, la credibilità.

Sostanziale ma anche quella apparente, sì, perché l’ immagine conta e in questo Andreotti è stato un maestro, suo malgrado. Anzi, “il” maestro. Nell’ epoca dell’ esaltazione del corpo, il suo è asceso al ruolo di assoluto negativo, dai capelli corvini imbrillantinati e tiratissimi all’ indietro alle labbra sottili, umide, perfide. Dalle mani lunghe e magre pronte a congiungersi a - ma sì, diciamolo – a quella schiena su cui hanno esercitato grevi battute comici d’ ogni risma.
Erano i tempi in cui il Pci, spacciandosi ironico, spiegava nelle piazze com’ erano i nostri governanti: Piccoli, Storti e Malfatti. In quei momenti, per estensione del pensiero, l’ immaginazione andava davvero al potere e la mente si volgeva ad Andreotti.
Lui niente, sshhh, silenzioso, avvolto nei suoi celebri mal di testa, da cui riemergeva per dire finalmente la sua parola, quella definitiva, che tutti attendevano, quando ormai nessuno se l’ aspettava più, stroncando, algido: “Ho avuto molti amici che facevano sport. Sono morti tutti”. E avrà pure partecipato alla spartizione di molte torte, come si usa dire, ma l’ ha saputo fare da perfetto democristiano, sempre che l’ abbia fatto: in silenzio, a passi felpati, con discrezione, da felino sempre all’ erta.
E come ogni felino, carnivoro, sapeva addentare la polpa giusta. Ma capiva, comunque, che la politica non è solo spartizione delle spoglie nemiche, ma pure capacità innata di annusare gli umori dei cittadini assecondandoli, per dare l’ impressione di guidare verso un luminoso futuro un popolo che invece a lui chiedeva, in definitiva, di non essere guidato ma di poter fare per proprio conto. Ti lascio gli avanzi, ma spostati ragazzino, fammi lavorare.

Certo, la sua biografia ci fa credere che abbia pensato giorno dopo giorno solo al potere per il potere, ma ha saputo rispondere anche a questo, usando il curaro travestito da motto di spirito: “Il potere logora chi non ce l’ ha”, mandando in bestia i suoi “nemici-amici” del Partito comunista, che Dio solo sa quanto avrebbero voluto un pezzetto di quelle poltrone, oh sì, anche uno strapuntino, se del caso.

Poi, dopo, nei salotti della Roma che conta, discuteva amabilmente ora con Guttuso, ora con Trombadori, e in Parlamento apprezzava “tecnicamente” gli interventi al vetriolo di Paietta, salvo poi, nelle pause dei lavori alla Camera, spartire potere locale con piccoli ras fedeli ai quali prometteva gloria imperitura, ma sempre, sia ben chiaro, sotto la sua ala protettrice.
Andreotti è stato un politico di razza vincente, che non è la stessa cosa che essere un politico di razza e basta. E come tutti i vincenti, non poteva che essere rispettato, temuto, ammirato, invidiato, e odiato. In sostanza, Giulio Andreotti ha avuto lo stravagante merito di rappresentare tutta l’ italianità democristiana senza mai essere troppo amato da chi ne approvava la politica del giorno dopo giorno.
E, al contempo, di essere così poco italiano che perfino i romani non lo hanno mai preso a modello, nonostante la capacità di apparire sempre scetticamente pronto a ogni evenienza, come se, per diritto storico acquisito, per dna, insomma, niente potesse stupirlo. Italiano atipico, capace di comprenderne le mille altrui ragioni senza batter ciglio e farle proprie, ma ugualmente d’ apparenza inerte di fronte ai risvolti sentimentali della vita quotidiana.
Non per caso, l’ unico personaggio della vita pubblica del Paese che l’ ha avvicinato rappresentandone gli umori, nel bene e nel male, è stato un uomo di spettacolo, Alberto Sordi, romano come lui e come lui sicuro cattolico, pieno di debolezze e denso di sentimenti che chiunque di noi, in questo Paese, può non solo capire, ma anche giustificare se non, addirittura, al fin d’ ogni tenzone, apprezzare.

Aeroporto Leonardo da Vinci, stragi di Stato, crisi dei servizi segreti, caso-Moro, caso-Pecorelli, mafia, tutti i tabù avevano un punto d’ incontro nei sospetti, nelle accuse, nelle proteste scandalizzate. Quel punto d’ incontro aveva un nome, sempre quello: Andreotti.

Ma di fronte all’ accusa di essere colluso con la mafia, il divo Giulio ha lasciato che l’ ordinamento sociale, politico, giuridico del Paese facesse il suo corso. Forse perché era consapevole che in un ruolo come il suo il minimo era di essere messo sulla graticola; forse perché si credeva innocente; forse perché più di tutti Andreotti aveva capito che la regola del gioco prevedeva anche quei momenti di fango, non solo quelli di gloria.
O, forse, perché forte di una serie di agende personali da tramandare ai posteri, zeppa di osservazioni e rilievi su questo o su quello, che da sole bastano a far scendere un silenzio incupito sullo scenario personale e politico del democristiano più astuto e a far tremare i polsi a tutti gli altri. Un personaggio unico, e per questo irripetibile in un’ Italia che sta deviando dalla sua storia recente in modo talmente repentino da non lasciare spazio a scommesse sul futuro. Al quale, evidentemente, anche uno come Giulio Andreotti ha deciso di sottrarsi.
Perché lui magari direbbe, con lo sguardo obliquo e sornione, che le cose che non gli appartengono sono proprio quelle che non lo interessano. Cinico? Sì, indubbiamente ma chi, oggi, in questo Paese sfasciato e anche schiavo di un potere che ha scambiato il consenso col possesso, comprenderebbe la solitaria grandezza di tale cinismo?


Manuel Gandin

Cordiale senza emozioni. Mi aveva ricevuto subito – appena una telefonata – nel salottino del suo ufficio da senatore a vita. Si parlava dei 30 anni del sequestro Moro e dei giorni della prigionia. Se con Cossiga il colloquio era stato rilassato e ironico, con punte da melodramma (“ho ucciso io Moro, ho ucciso io Moro”, continuava a ripetere quasi gridando l’ ex presidente della Repubblica), con Giulio Andreotti la conversazione era stata monocorde, quasi piatta.

“Eravamo amici alla Fuci, anzi fu lui che insistette perché io ne diventassi presidente”, spiegava per dire che aveva molto sofferto “per lo stato delle cose”, ma che non era responsabile della morte di Aldo Moro.
Cossiga si macerava “perché ero ministro dell’ Interno, ero responsabile, non ho fatto tutto il possibile, sono stato ingenuo, non ho capito davvero che stava succedendo”. Andreotti non aveva sensi di colpa: “Non li ho perché so che non c’ era assolutamente niente da poter fare”.
Inutile scrutare i lineamenti, non un muscolo tradiva i reali pensieri, quasi come se il sangue non scorresse nelle vene.

Aveva risposto a tutte le domande sempre con la stessa intonazione. E ribadendo la stessa linea di fermezza che aveva avuto da presidente del Consiglio fin dal primo giorno del suo insediamento quel 16 marzo 1978, dopo la strage di via Fani: “In quel momento bisognava non trattare. Il trattare significava riconoscere che fossero una forza politica, un’ alternativa politica allo Stato, quello che volevano loro. La questione si era posta proprio sotto questo profilo del riconoscimento politico che significava una lotta contemporaneamente alla Dc e al partito comunista che, secondo loro, aveva tradito. Bisognava che i veri comunisti reagissero, secondo le Br. Su questo terreno non si poteva andare e non si andò”.

Secondo Andreotti neppure il Vaticano aveva mai realmente chiesto di aprire alla trattativa. “Macchi veniva tutte le sere a casa mia per vedere cosa si poteva fare”, raccontava Andreotti, “ma non fece mai richieste di trattativa”. E anche davanti alla lettura di una conversazione telefonica intercorsa la sera del 6 maggio tra lui e il cardinale di Firenze Giovanni Benelli, Andreotti non aveva tradito emozioni.
Nella telefonata, avvenuta alle 11 di sera, il cardinale sosteneva: “È fuori dalla lista dei tredici (elenco di detenuti da scarcerare fatto pervenire dalle Br, n.d.r.) ma si potrebbe esaminare il caso di un detenuto che per il suo stato di malattia chiede di essere trasferito a Napoli”, aggiungendo che per quel detenuto si poteva firmare la grazia e aprire qualche spiraglio alla liberazione di Moro. In modo un po’ improbabile Andreotti sosteneva, invece, che “con me Benelli non ha mai parlato di questo. Non esiste questa telefonata”.

Così come aveva smentito quello che lui stesso aveva affermato nel corso della presentazione di un libro di Maria Fida Moro sul rapimento di suo padre. E cioè che sapesse in anticipo del falso comunicato del lago della Duchessa (dove si sarebbe dovuto trovare il corpo di Moro).
“Rispondere adesso per allora è difficile”, mi aveva detto ricordando, però, che “si stava lavorando per un riscatto che avrebbe pagato il Vaticano ed era stato chiesto di dare una prova che la persona che si faceva da tramite fosse realmente collegata. Questo doveva mandare un biglietto oppure dare un tipo di prova effettiva. Ma non ricordo se fosse legato al falso comunicato. In ogni caso il tipo era un imbroglione, coinvolto in una rapina e poi finito male”.

L’ impressione, parlando con lui, era che non ti avrebbe mai fatto capire la verità. Ogni frase e il contrario di essa era pronunciata con la stessa determinazione, serietà, senso di autorevolezza. L’ unico punto sul quale non era mai tornato indietro era il ribadire la linea della fermezza. La stessa linea, a suo dire, che aveva anche il Vaticano.

“Non ho mai influenzato il Papa”, ricordava parlando del famoso appello di Paolo VI agli uomini delle Brigate rosse e a quelle due parole “senza condizioni” che, a detta di molti, avevano reso inutile la lettera del Papa.
“Anche amici di Moro, in buona fede, dicono che ho fatto aggiungere questa frase, ma il Papa se l’ è fatta da solo quella lettera, è una leggenda”, ripeteva, “ma quando una frase uno la ripete cento volte è un precedente. Ottiene il risultato”.
Di fronte ad Andreotti sentivi la forza del Potere che "crea" la verità. E, senza tentennamenti, mi aveva congedato dicendomi: “Non ho rimorsi. Naturalmente la famiglia è rimasta, salvo Maria Fida, in un’ altra posizione. Non li ho più visti. Posso capire”.




Annachiara Valle

Fine conoscitore delle dinamiche della geopolitica, sua grande passione, Giulio Andreotti ha dato una fisionomia ben definita alla politica internazionale italiana, improntata, in primo luogo, alla linea del pieno appoggio all’ alleanza atlantica. Ministro degli Esteri ininterrottamente dal 1983 (con il primo Governo Craxi) fino al 1989, si trovò a gestire il ruolo geopolitico dell’ Italia nel periodo storico cruciale dell’ apertura di Mikhail Gorbaciov e dello sgretolamento dell’ Unione sovietica. In quegli anni, prima della caduta dell’ Urss, fu fautore di una distensione e di un avvicinamento fra Washington e Mosca. Testimonianze e resoconti della sua esperienza politica con le due superpotenze contrapposte dalla Guerra fredda sono i suoi due libri L’ Urss vista da vicino (1988) e Gli Usa visti da vicino (1989) entrambi pubblicati da Rizzoli.

Andreotti mantenne sempre salda l’ identità atlantica e filo-occidentale dell’ Italia - fu lui a dare il via libero del nostro Paese all’ installazione degli euromissili della Nato sul suolo nazionale –, ma la sua politica internazionale, definita “levantina”, si caratterizzò soprattutto per una spiccata tendenza filo-araba e filo-palestinese. Una linea politica unica fra i Paesi europei del Patto atlantico in quegli anni e che, del resto, si inseriva lungo quella già tracciata a suo tempo da illustri precursori, primo fra tutti Enrico Mattei, il fondatore dell’ Eni. L’ apporto alla politica internazionale italiana, gestita con competenza e grandi doti diplomatiche, resta secondo molti il tratto migliore di tutta l’ opera politica del senatore a vita. Andreotti ha avuto certamente il merito di aver favorito i rapporti con il Medio Oriente, di aver fatto guadagnare all’ Italia un ruolo da protagonista nella costruzione dell’ Unione europea, fino al Trattato di Maastricht, ed enorme credito presso gli Stati Uniti (testimoniato anche dall’ accoglienza trionfale che, alla fine degli anni ’ 70, fu riservata ad Andreotti allora capo del Governo, in visita ufficiale in America).

Nel corso degli anni la sua tendenza filo-palestinese non è mai venuta meno, dimostrandosi anzi con molta evidenza: nel 2005, intervenendo al World political forum di Torino, in un’ intervista alla Stampa il senatore a vita dichiarò: «Se fossi nato in un campo profughi del Libano, forse sarei diventato anch’ io un terrorista».



Giulia Cerqueti

Per un battutista arguto come lui non deve essere il massimo passare alla storia per una battuta non sua. «Il potere logora chi non ce l’ ha», senza alcun dubbio l’ aforisma più famoso tra i tanti di Giulio Andreotti, appartiene infatti al celebre politico e diplomatico francese del ‘700, Charles Maurice de Tayllerand. Ma è bastato che il Divo Giulio, qualche secolo dopo, lo riproponesse come metafora di un certo modo di intendere (e fare) politica perché diventasse «sua». Alle soglie dei 90 anni, riconoscendolo come un autentico marchio di fabbrica, dirà: «È una massima eterna».

Potere (tanto), nemici (molti) e ironia (moltissima). È su questo terreno che nascono tutte le battute di Andreotti. Per i suoi nemici e detrattori era Belzebù, l'emblema di un potere che si alimenta nelle zone d’ ombra e nei legami opachi con la mafia. E lui, di rimbalzo: «A parte le guerre puniche, mi viene attribuito veramente tutto». A chi lo accusava di essere un politico troppo incline al compromesso e alla mediazione pur di tenersi stretto il potere replicava: «Meglio tirare a campare che tirare le cuoia». E ancora: «Essendo noi uomini medi, le vie di mezzo sono, per noi, le più congeniali». Una fissa, lo "stare in mezzo". Politicamente, con la Democrazia cristiana, e non solo. Tanto da ispirargli il suo epitaffio: «Non si ritenne né un nano né un gigante, lieto di appartenere a una mediocrità aurea».

Sullo sfondo delle lotte con i compagni di partito e nemici vari spiegò: «A parlare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina». Ogni volta che in Parlamento si discuteva delle aziende statali indebitate spiegò: «I pazzi si distinguono in due tipi: quelli che credono di essere Napoleone e quelli che credono di risanare le Ferrovie dello Stato». E a chi lo accusava di avere una visione miope e "inciucista" della politica replicò: «So di essere di media statura ma... non vedo giganti intorno a me».
L’ ironia, d’ altra parte, non gli ha mai fatto difetto. Come quando si prendeva burla della retorica di certi epitaffi (e chissà in questo momento cosa starà pensando ascoltando i suoi): «Aveva spiccato il senso della famiglia. Infatti ne aveva due ed oltre», commentò una volta su un personaggio.

Alla voce "morte e affini" di battute ne troviamo parecchie. «In fondo, io sono postumo di me stesso», disse una volta. E al medico che gli consigliava di tenersi in movimento lo fulmino così: «I miei amici che facevano sport sono morti da tempo». Scena peraltro immortalata nel film Il Divo di Sorrentino. Era il 21 ottobre 2011 quando Andreotti prese carta e penna per smentire personalmente i rumors che lo davano ricoverato da qualche giorno. E lo fece a modo suo scegliendo Dagospia. «In questi giorni», scrisse, «mi giungono voci insistenti su un mio ricovero per aggravamento di salute. Capisco che molti attendono un mio passaggio a "miglior vita", ma io non ho fretta e ringrazio tutti coloro ai quali sta a cuore la mia salute e in particolare il Signore per l'ulteriore proroga…». In un’ altra occasione diceva: «La morte? Non sono pronto. Spero di morire il più tardi possibile». Per poi lasciarsi andare ad un auspicio: «Ho visto nascere la Prima Repubblica, e forse anche la Seconda. Mi auguro di vedere la Terza». Solo il film di Sorrentino Il Divo gli fece perdere il solito aplomb: «È molto cattivo, è una mascalzonata, direi. Cerca di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto». Toni poco andreottiani. E difatti poco dopo fa retromarcia: «Ha vinto (al Festival di Cannes) il film su di me? Se uno fa politica pare che essere ignorato sia peggio che essere criticato. Dunque...».

Allergico ai moralisti e perbenisti («La cattiveria dei buoni è pericolosissima», ripeteva spesso), quando in Consiglio dei ministri doveva mettere a tacere qualche ministro un po' intemperante diceva: «Non basta avere ragione: bisogna avere qualcuno che te la dia».

Antonio Sanfrancesco

In quasi settant'anni di carriera politica, sempre ai massimi livelli, Giulio Andreotti è stato costantemente sotto i riflettori. Mai però aveva immaginato che sarebbe finito nel cono di luce di uno spot cinematografico. E' successo invece nel 2008 quando Paolo Sorrentino, regista partenopeo trapiantato a Roma, girò un'intera pellicola su di lui, Il Divo, portandola in concorso al Festival di Cannes, dove vinse il Prix du Jury (grazie anche alla camaleontica interpretazione di Toni Servillo).

Non una biografia in senso stretto, che peraltro non sarebbe stata autorizzata, quanto piuttosto un intenso bozzetto umano tratteggiato attraverso le vicende, pubbliche e private, che hanno scandito la parola discendente del politico Andreotti: dall'aprile 1991, nascita del suo settimo e ultimo governo, al 1996, quando fu coinvolto dalle dichiarazioni di mafiosi pentiti nel maxi processo di Palermo (salvo poi uscirne assolto). In mezzo c'era tutta la più rovente storia italiana, da Tangentopoli alla mancata elezione di Andreotti al Quirinale (bruciato dall'amico Scalfaro). Con qualche struggente flashback sugli anni di piombo e l'assassinio di Aldo Moro.
Un racconto potente e grottesco, mai noioso. “Temevo che un film così non fosse capace di uscire dai confini nazionali”, ricorda Sorrentino, 43 anni, commentando la notizia della morte del senatore a vita che lo coglie alla vigilia della nuova avventura al Festival di Cannes con il film La grande bellezza. “Gli applausi scroscianti della Croisette mi fecero invece capire che il racconto che avevo portato sullo schermo andava oltre il singolo personaggio: era una parabola sul potere”.

- Prima ancora di vedere il film, Andreotti lo aveva definito una mascalzonata ma non per i contenuti polemici quanto per il fatto che si sarebbe aspettato un film su di sé soltanto dopo morto...

“Un'altra delle sue celebri battute. Esiste un'aneddotica infinita, che era da lui stesso alimentata. Sempre compiaciuto di eludere con la sua abile dialettica risposte autentiche, ragionamenti scomodi. Insomma, la verità. Io posso garantire di essermi accostato al personaggio senza preconcetti, anzi mettendone in luce tratti umani spesso rimasti nascosti”.

- Ci volle comunque un bel coraggio per fare un film su una delle figure più potenti della prima Repubblica, dal 1991 in poi senatore a vita.
“All'epoca, fui attentissimo. Mi ero documentato al punto da essere diventato un enciclopedico su Andreotti. Sul set, non ebbi né timori né imbarazzi. Altrimenti, non avrei neppure pensato di fare il film. Noi registi abbiamo una sana incoscienza”.

- Ma perché scelse proprio Andreotti?
“Ero indeciso tra lui e il banchiere Enrico Cuccia. Alla fine optai per Andreotti, memore del fascino che esercitava su di me da bambino. In famiglia si seguivano Tg e tribune politiche e sentivo l'impatto di quella sua fisicità disturbante, del suo alone di mistero indecifrabile”.

- Sorrentino, secondo lei Andreotti è stato davvero un Balzebù?
“So che è stato al potere una vita, inamovibile, sfuggente. In un'Italia fatta di sangue e caos, martoriata da delitti di mafia e di terrorismo, ma anche legati alla politica. Una sequela di morti ammazzati anche a lui vicini: Pecorelli, Ambrosoli, Calvi, Dalla Chiesa, Sindona, Salvo Lima, Falcone, Borsellino e soprattutto Aldo Moro (e in questo caso ho sempre creduto al suo dolore autentico). Per Andreotti furono ben 26 le richieste al Parlamento di autorizzazione a procedere: sempre respinte, talvolta perfino col voto del Pci. Tranne l'ultima per concorso esterno in associazione mafiosa, finita comunque con l'assoluzione e un non luogo a procedere. Difficile esprimere un giudizio. Ma andatevi a a rileggere che cosa dissero di lui due grandi donne come Margaret Thatcher e Oriana Fallaci”.

- Se Giulio Andreotti è stato il deus-ex-machina della prima Repubblica, chi incarna oggi il potere in Italia?
“E' cambiato tutto. Il potere riguarda sempre meno la politica e perfino, forse, la finanza. Penso che oggi il vero potere sia nelle mani di chi controlla la comunicazione, la telefonia, Internet, la televisione”.


Maurizio Turrioni

Il giudizio definitivo su Giulio Andreotti lo darà la storia. In questo i giudici della Corte d’ appello di Palermo che emisero la sentenza di merito, poi resa definitiva dalla corte di Cassazione, sui rapporti tra Giulio Andreotti e Cosa Nostra, di certo hanno avuto ragione. Scrivevano: «Di questi fatti comunque si opini sulla configurabilità del reato, il senatore Giulio Andreotti risponde, in ogni caso, dinanzi alla Storia». La Storia, però, per trovare un giudizio definitivo ha bisogno di decantazione, dunque di tempo, non dell’ onda anche emotiva di questo momento, storico a sua volta.

Più semplice almeno in astratto è ricorstruire una storia processuale, per quanto complessa come quella di Giulio Andreotti. Consegnato al cinema come il Divo da Sorrentino, da altri ribattezzato Belzebù, per tutti innegabilmente figura simbolica dell’ Italia repubblicana, Andreotti diceva di sé con l’ ironia che lo contraddistingueva anche nelle tempeste più complicate: «Dalle guerre puniche in avanti mi hanno accusato di tutto». La vicenda storica e politica di Giulio Andreotti, al netto di insinuazioni e sospetti che non hanno trovato riscontro, è approdata due volte alle aule giudiziarie, a confronto con due tra i processi più complessi e potenzialmente disonorevoli della storia repubblicana: una volta per associazione a delinquere e concorso esterno in associazione mafiosa a Palermo, l’ altra per l’ omicidio del giornalista Mino Pecorelli, a Roma e a Perugia.

Andreotti, pur nella sovraespozione della persona pubblica, ha attraversato entrambi con dignità consona all'immagine dell’ uomo di Stato, protestandosi sempre innocente, ma con stile, senza strepiti né intemperanze, da imputato rispettoso della giurisdizione e dei suoi riti. Parole definitive sulle inchieste giudiziarie e sui processi che ne sono seguiti le hanno messe una decina d’ anni  fa due sentenze della Corte di Cassazione.  

Omicidio Pecorelli. Nel novembre del 2003, la Cassazione assolveva con formula piena Giulio Andreotti per non aver commesso il fatto, al termine del processo per l’ omicidio del giornalista Mino Pecorelli di cui Andreotti era accusato di essere il mandante assieme al boss Gaetano Badalamenti, pure lui assolto. La sentenza della Cassazione annullava in via definitiva, senza rinvio, la condanna in appello a 24 anni emessa dalla corte d’ Assise d’ appello di Perugia, che aveva, a sua volta, ribaltato un’ assoluzione in primo grado.  

Il processo del secolo a Palermo. Nel maggio 2004 la suprema Corte accoglieva in via definitiva le conclusioni del processo di appello di Palermo in cui Giulio Andreotti era stato assolto dall’ accusa di concorso esterno in associazione mafiosa per i fatti avvenuti dopo il 1980 e prescritto per quelli avvenuti prima del 1980 per i quali l’ accusa era di associazione a delinquere semplice, perché l’ associazione mafiosa al tempo non era ancora entrata nel codice penale. Per i fatti precedenti gli anni Ottanta la Cassazione ha confermato la sentenza d’ Appello: la prescrizione avvenuta e la conseguente estinzione del reato accertato fuori tempo massimo, ma anche di fatto le parole impegnative, pesanti, con cui il reato è stato dichiarato accertato. Nel riconoscere all’ imputato e politico Andreotti un cambio di rotta e di condotta dal 1980 in poi, che ne ha determinato l’ assoluzione, la Corte d’ Appello ha ricostruito anche la rete di "relazioni pericolose" relativa al periodo precedente. «La Corte», si legge nelle conclusioni della sentenza d’ Appello, «ha ritenuto provati i due incontri (di Andreotti ndr.) con Stefano Bontate riferiti da Marino Mannoia».

E ancora: «La Corte ritiene che sia ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all’ ambiente siciliano, il quale (…) dia, in buona sostanza, a detti esponenti mafiosi segni autentici – e non meramente fittizi – di amichevole disponibilità, idonei, anche al di fuori della messa in atto di specifici ed effettivi interventi agevolativi, a contribuire al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale». La Cassazione ha messo il punto fermo alla verità processuale. I gradi di giudizio della storia verranno. Col tempo.


Elisa Chiari

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