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Dopo cento anni l'Afghanistan resta senza i missionari cattolici

La cappella per i fedeli cattolici stranieri, l’ unica chiesa di Kabul, fu eretta nel 1921 e poi affidata da Pio XI ai padri barnabiti. Dieci anni dopo arrivò il primo sacerdote. Dal 2014 a guidare la missione c’ era padre Giovanni Scalese rientrato mercoledì insieme alle suore Missionarie della Carità: «Dispiace aver dovuto lasciare un Paese in estremo bisogno e non poter continuare a svolgere il nostro servizio. Sono convinto che la Madonna veglierà su questo paese»


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“Mission accomplished, Missione compiuta”: sono le prime parole, affidate mercoledì sera a Twitter, di padre Giovanni Scalese, prete barnabita, dal novembre 2014 superiore della missione cattolica “sui iuris” dell'Afghanistan nonché cappellano dell'ambasciata italiana a Kabul, dopo il suo rientro a Fiumicino col ponte aereo delle autorità italiane. Con lui, in salvo in Italia anche cinque suore, tra cui le Missionarie della Carità di Madre Teresa e un'altra religiosa che presta servizio per la Ong Pro Bambini di Kabul (Pbk), oltre a 14 piccoli disabili, alcuni in gravi condizioni, assistiti in Afghanistan dalle suore della Carità. «Ringraziamo il Signore per il buon esito dell'operazione», ha aggiunto il sacerdote, «e ringrazio anche tutti voi che in questi giorni avete innalzato a lui incessanti preghiere per noi, preghiere che evidentemente sono state esaudite. Continuate a pregare per l'Afghanistan e per il suo popolo».

Scalese era l'unico prete cattolico presente ancora in Afghanistan, e il suo rientro in Italia segna la fine di un secolo di presenza della Chiesa cattolica nel martoriato Paese. Una comunità dalla lunga storia: nel 1919 l'Italia fu la prima nazione occidentale a riconoscere l'indipendenza dell'Afghanistan e, come segno di gratitudine, col trattato italo-afghano del 1921 ottenne di poter ospitare nella propria rappresentanza diplomatica una cappella per i fedeli cattolici stranieri, l'unica chiesa di Kabul. Ci vollero anni, però, prima che potesse arrivare anche un prete: accadde solo nel 1931, quando Pio XI l'affidò ai barnabiti che da allora si sono alternati a Kabul. Nel 2002 Giovanni Paolo II elevò questa presenza al rango di “missio sui iuris”, il primo passo canonico per la costituzione di una Chiesa locale. Ma le difficoltà erano rimaste grandi: i governi afghani hanno sempre tollerato solo un punto di riferimento per stranieri, funzionari e militari cattolici, vietando ogni attività di evangelizzazione tra gli afghani. La missione è stata retta come superiore da padre Giuseppe Moretti fino al novembre 2014, e da allora, per sette anni, da padre Scalese. E col ritorno dei talebani questa storia ora si chiude. Almeno per ora.

«Certamente nessuno immaginava di dover lasciare il Paese così. Potevo pensare ad un avvicendamento dopo sette anni sarebbe stato prevedibile giungere ad una sostituzione, ma non in questo modo, pensavo in maniera più normale. Ma la vita ci riserva anche queste sorprese», ha detto Scalese in un’ intervista a Vatican News, «la cosa che sento maggiormente in questo momento è la soddisfazione che tutto sia avvenuto nel migliore dei modi, che siamo riusciti ad arrivare con le suore e i bambini e che stiamo tutti bene. Ringraziamo il Signore per questo. Dispiace aver dovuto lasciare un Paese in estremo bisogno e non poter continuare a svolgere il nostro servizio. Speriamo che tutto si risolva in breve tempo e che ci siano le condizioni per poter riprendere il lavoro che la Chiesa stava svolgendo in Afghanistan».

Il rientro delle Suore Missionarie della Carità e di padre Scalese a Fiumicino (Ansa)

Scalese ha raccontato la sua difficile esperienza nel Paese: «Ero il responsabile della Missione cattolica in Afghanistan, ma sono stati anni molto difficili perché non si poteva svolgere la missione in maniera tranquilla. Il fatto stesso di non poter uscire dall'ambasciata, non perché qualcuno lo impedisse, ma perché non c'erano le condizioni di sicurezza per farlo, e poi negli ultimi due anni ai motivi di sicurezza si sono aggiunti motivi sanitari che hanno portato al lockdown totale anche in Ambasciata e i fedeli non potevano venire neanche a Messa. Quindi sono stati anni difficili e la mia è stata una presenza certo, ma non ho potuto svolgere un’ attività pastorale come in altre epoche è avvenuto. Le suore invece hanno potuto svolgere il loro lavoro sociale e caritativo fino alla fine, e ora purtroppo anche loro hanno dovuto interrompere tutto e ci dispiace molto. Speriamo comunque di poter riprendere presto».

Padre Scalese ammette che «di evangelizzazione diretta è difficile parlare, è proibita dagli accordi fatti già un secolo fa quando fu permessa la presenza di un sacerdote cattolico e di una chiesa all'interno dell'Ambasciata. Parliamo di un’ evangelizzazione indiretta, di una testimonianza che c'è stata della Chiesa non solo con un sacerdote ma con i religiosi. Prima della presenza delle suore di Madre Teresa e delle religiose della Ong Pro Bambini di Kabul, infatti, non possiamo dimenticare i sessanta anni di presenza delle Piccole Sorelle di Gesù che dopo tanto tempo hanno dovuto lasciare il loro lavoro. Anche in quel caso si è trattato solo di una presenza e di una testimonianza, ma estremamente importante e feconda».

Padre Scalese ha parlato anche del futuro che attende il Paese: «Naturalmente noi siamo contenti che in tanti si siano messi al sicuro. Ci auguriamo che in Italia e in altri Paesi possano integrarsi ma certamente per l'Afghanistan è un impoverimento anche perché si tratta di persone preparate, con notevoli competenze di cui il Paese ora dovrà fare a meno. Speriamo bene, speriamo che possano essere sostituiti da altri, ma certamente la società ne resterà impoverita. I timori», prosegue, «sono che ci sia una degenerazione violenta anche per interferenze esterne. Invece la speranza è che ci possa essere una collaborazione interna tra le varie componenti della società afghana, che possano trovare un accordo, collaborare tra loro e ricostruire un Paese martoriato da 40 anni di guerre». Sul futuro della presenza cattolica non si sbilancia: «Stiamo a vedere come evolve la situazione: se ad un certo punto si vedrà che potrà riprendere la nostra attività, perché no... Non eravamo e non saremo in Afghanistan per motivi poitici, non sta a noi decidere chi deve governare l'Afghanistan: se ci viene permesso di svolgere il nostro servizio saremo a disposizione».

Infine, Padre Scalese ricorda quello che definisce «il momento più importante di questi sette anni», ossia «l'atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria che abbiamo fatto il 13 ottobre del 2017, al termine del centenario di Fatima. Abbiamo consacrato alla Madonna, la missione e insieme l'Afghanistan. Quindi sono profondamente convinto che la Madonna veglierà su questo paese come ha vegliato su di noi, tanto è vero che siamo riusciti a metterci tutti in salvo. Quindi io ho fiducia che la stessa materna protezione verrà esercitata anche nei confronti del popolo afghano».

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