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Donne disabili vittime di violenza e discriminazioni

La denuncia delle associazioni. Uici, Anffas, Aipd e altre onlus impegnate a dare voce ai diritti dell’ universo femminile con disabilità, ancora più invisibile e senza protezione.


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Anche le donne con disabilità sono vittime di violenza e discriminazione, forse più invisibili e senza protezione. Se «con agghiacciante frequenza la cronaca racconta storie di sopraffazione fisica e psicologica, episodi che arrivano, nei casi più estremi, all’ orrore del femminicidio», cosa può succedere «quando alla condizione femminile si affiancano particolari forme di fragilità, ad esempio la mancanza della vista? E più in generale, quanto può influire la condizione di disabilità visiva in una dinamica di coppia? E ancora, come aiutare le persone cieche e ipovedenti a costruire un rapporto sereno col proprio corpo e la propria affettività?», fa notare il Comitato pari opportunità dell’ Uici (Unione italiana ciechi e ipovedenti) – guidato da Flavia Navacchia e Titti Panzarea, rispettivamente in Piemonte e nella provincia torinese –, impegnato ad approfondire i casi di violenza nei confronti delle donne con disabilità sensoriali.

Il delicato tema è stato affrontato nei giorni scorsi durante il convegno “Fiori recisi: violenza di genere e disabilità”, organizzato da Uici di Torino in collaborazione con l’ Università delle tre età. «Tra gli argomenti più discussi, i modelli culturali distorti che stanno alla base dei comportamenti aggressivi e la necessità di una rete di supporto capace di offrire alle donne vittime di violenza una via d’ uscita», hanno riferito le responsabili del Comitato pari opportunità regionale e provinciale dell’ associazione, rilevando che il convegno puntava a «proiettare un raggio di luce sulla vita dei ciechi e degli ipovedenti, scandagliandone gli aspetti più personali e forse meno noti, ma anche richiamare l’ attenzione di cittadini e istituzioni sui rischi cui sono soggette le persone più indifese».

Toccante la testimonianza di Fernanda Flamigni e Tiziano Storai, coautori del romanzo autobiografico “Non volevo vedere”, pubblicato da Ediesse nel 2013: il volume ripercorre le vicende di prevaricazione maschile in una coppia triestina. Fino al tragico epilogo: un colpo di pistola causa la cecità della protagonista e la morte della sorella di lei.

Violenza sessuale e disabilità

Inoltre a gennaio la onlus Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità Intellettiva e/o relazionale) ha diffuso un documento quale contributo al “Piano d’ azione straordinario contro la violenza sessuale di genere”, curato dal Dipartimento delle pari opportunità della Presidenza del Consiglio.

Un testo, ha denunciato il presidente della onlus Roberto Speziale, in cui «non si diceva nulla di specifico riguardo alle persone con disabilità»; per questo Anffas ha ritenuto di poter partecipare alla consultazione, puntualizzando «alcuni specifici spunti nel rapporto che vi è in genere tra violenza sessuale e di genere e condizione di disabilità».

Nel dettaglio, Speziale chiede di prevedere nelle varie Linee d’ azione «un particolare riguardo perché azioni, attività, servizi e rilevamento di dati tengano conto anche di vittime o potenziali vittime con disabilità, molto spesso addirittura minori», persone che subiscono «la maggior incidenza e gravità del fenomeno».

Il presidente auspica in particolare che scuole e mass-media denuncino chiaramente la maggiore gravità di episodi di bullismo o violenza sessuale e di genere nei confronti di chi «non può difendersi», evidenziando la necessità di «un apposito servizio di ascolto e di orientamento per vittime di violenza con disabilità (ancor di più se intellettiva e/o relazionale), minori e non».

Invece, in occasione dell’ 8 marzo, l’ Aipd (Associazione italiana persone Down) pone l’ accento «sull’ importanza dell’ autonomia» e dell’ occupazione femminile: i dati dicono che nel 2012 solo 39 ragazze con sindrome di Down – conosciute dall’ associazione – hanno attivato un percorso di inserimento lavorativo (16 a Nord, 9 al Centro e 14 al Sud). «Auspichiamo che sempre di più le persone con sindrome di Down, soprattutto le ragazze, vedano riconosciuti i propri diritti di vivere una vita quanto più possibile completa – ha dichiarato Mario Berardi, presidente dell’ Aipd –.

Essere donna e affermarsi nel mondo del lavoro è difficile, lo è ancor di più per una donna con sindrome di Down, per la quale sembra a volte più che sufficiente che abbia qualche attività in casa».

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