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Diritti umani, Italia in ritardo

Rapporto sull'attuazione delle 92 raccomandazioni Onu curato da un Comitato di 86 Ong. Dal trattamento dei migranti all'assenza del reato di tortura. Le cose fatte e ciò che manca.


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Sui diritti umani l'Italia rischia di rimanere al palo. A due anni dalle 92 raccomandazioni Onu che chiedevano al nostro Paese un decisivo salto in avanti, qualcosa è cambiato, ma molto resta da fare. L'Italia, unica tra gli Stati Ue, non ha ancora un'autorità indipendente garante dei diritti umani. Il nostro ordinamento giuridico non prevede il reato di tortura. E la delicatissima questione dei diritti di migranti e rifugiati politici resta un nodo per molti versi irrisolto.

Il Comitato per la promozione e la protezione dei diritti umani, una rete di 86 Organizzazioni non governative che svolge un insostituibile lavoro di ricerca e sensibilizzazione, ha appena pubblicato il Secondo Rapporto di monitoraggio sull'attuazione da parte dell'Italia delle 92 raccomandazioni formulate dal Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite. Tantissimi gli aspetti presi in esame: dai diritti dei bambini a quelli delle donne, dalle discriminazioni razziali alle condizioni dei lavoratori, dalla libertà di stampa all'educazione. Sono passati due anni da quando il nostro Paese, in qualità di "State under review" (Stato sotto revisione), è stato chiamato a render conto pubblicamente del proprio operato a Ginevra, davanti al Consiglio dei Diritti Umani.

Questo organismo non ha nulla a che vedere con un tribunale internazionale: nato nel 2006, per rimpiazzare la vecchia Commissione Diritti Umani, è costituito da 47 Paesi membri eletti per tre anni. Il confronto, dunque, avviene tra pari, attraverso un meccanismo chiamato Revisione Periodica Universale. In sostanza lo Stato "sotto esame" presenta una serie di documenti sintetici sull’ attuazione degli obblighi internazionali che vengono scrutinati in una seduta pubblica. Successivamente il Consiglio formula una serie di raccomandazioni, che, pur non avendo valore vincolante, servono a richiamare l'attenzione su aspetti specifici e a sollecitare gli interventi necessari. Questo sistema garantisce un alto livello di trasparenza: le sedute sono trasmesse via web, quindi accessibili a tutti. La revisione si ripete ogni quattro anni.

Nel 2010 l'Italia ha ricevuto 92 raccomandazioni (ne ha accolte 80 e rigettate 12): il 60% di esse riguardano migranti, rifugiati e richiedenti asilo politico. «Il nostro Paese non ha ratificato la Convenzione Onu sui diritti dei lavoratori migranti. Quindi, al momento, la revisione periodica universale è una delle rare occasioni di confronto internazionale su questi argomenti - spiega Carola Carazzone, portavoce del Comitato per la Promozione e la Protezione dei diritti umani e presidente del Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo) – Attualmente le persone che si trovano in territorio italiano in condizione di clandestinità, vengono ancora definite "irregolari". Ma c'è un dato che dovrebbe farci riflettere: solo un terzo dei migranti rinchiusi nei Cie (Centri di Identificazione e di Espulsione) vengono poi espulsi, gli altri rimangono sul nostro territorio. Ci sembra inaccettabile che reati amministrativi, a volte dovuti anche a lungaggini burocratiche, vengano di fatto puniti con una detenzione di questo tipo».

Non si può dire che tutto sia fermo a due anni fa: «Va segnalata una nota positiva: tra i primi atti dell'attuale ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri c'è l'abolizione delle circolari Maroni che impedivano ai giornalisti l'ingresso nei Cie». Certo, però, l'integrazione è un traguardo ancora molto lontano. Anche su molti altri punti l'Italia non può permettersi di restare indietro: «Dal 2002, anno della costituzione del Comitato, ci battiamo per la nascita di un'istituzione indipendente, trasparente e competente che faccia da garante per i diritti umani nel nostro Paese - prosegue Carazzone - Molti si oppongono, obiettando che sarebbe una "macchina" non necessaria. Noi invece la riteniamo uno strumento indispensabile, in uno Stato che voglia davvero definirsi democratico».

Non solo. Pochi giorni fa si è celebrata la Giornata mondiale contro la tortura: «è impensabile che il nostro ordinamento continui a non prevedere il reato di tortura. Porre rimedio a questa lacuna è un'assoluta priorità». Come possiamo poi dimenticare la tragedia delle violenze sulle donne, che secondo dati Istat ha colpito solo l'anno scorso oltre 6 milioni di persone? «Il Comitato – si legge nel Rapporto 2012 – sollecita lo Stato parte a mettere enfasi su misure globali per affrontare la violenza contro le donne, in famiglia e nella società e assicurare che le vittime femminili abbiano immediata protezione». Una richiesta che vale in modo particolare per le fasce più a rischio «come le donne Rom e Sinti, migranti, più anziane, diversamente abili». In questioni così delicate e urgenti il ruolo della società civile sarebbe decisivo, ma sicuramente manca un'informazione adeguata: «A distanza di due anni, non esiste ancora una traduzione ufficiale italiana del testo delle 92 raccomandazioni Onu, cosa che certo non contribuisce a renderlo accessibile. Inoltre chiediamo al Governo di preparare, così come raccomandato dal Consiglio Diritti Umani, un Rapporto di Medio Termine, cioè un documento che descriva la situazione italiana attuale, in attesa della prossima revisione del 2014. Ci sembra una questione di serietà e credibilità internazionale, tanto più che l'Italia è stata da poco riconfermata membro del Consiglio dei 47. Come possiamo "far le pulci" agli altri Stati se noi per primi non osserviamo le richieste del Consiglio?».

Anche per sopperire a queste carenze il Comitato sta facendo un imponente lavoro di follow up, ovvero di monitoraggio periodico con rapporti annuali, traduzioni e utili contributi. Molto di questo materiale è liberamente consultabile sui siti www.comitatodirittiumani.net e www.volint.it   «Per cambiare davvero la situazione - conclude Carazzone - non basta un lavoro politico, ma ci vuole uno scarto culturale. Troppo spesso continuiamo a pensare che la riflessione sui diritti umani non ci riguardi. Magari ci impegniamo come paladini a difesa di terre e popoli lontani (cosa giusta, ovviamente) ma finiamo per dimenticare le emergenze che abbiamo dentro casa. In realtà, in materia di diritti umani, nessun Paese può dirsi davvero immune e tutti devono sentirsi chiamati a render conto del proprio operato».

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