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Danzare la vita

L’ ex ballerino Luca Masala dirige una delle più note accademie di danza.


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Difficile incontrarlo: non si ferma mai a lungo nello stesso posto. «Sono un gitano», dice di sé. «In fondo, nomade è la vita di tutti i ballerini ». Luca Masala, determinato cagliaritano di 38 anni, da ottobre è direttore dell’ Accademia Princesse Grace di Monaco a Montecarlo. La sua famiglia, la moglie Beatrice, attrice, e le figlie Joy e Gilda, di 16 e 13 anni, vivono in Germania, dove lui le raggiunge appena può. In questo momento è in Francia, a Parigi, dove sta ultimando la coreografia del Faust all’ Opéra Garnier. La solita bella storia di talenti italiani all’ estero.

La solita brutta storia di eccellenze emigrate per trovare lavoro e fama. Prima ballerino, poi coreografo e maestro di ballo, oggi direttore di accademia con una carriera rapida e celebrata. All’ estero. Qui, nel suo Paese, di Luca Masala, quasi nessuno ha sentito parlare. In realtà, è stato per cinque anni primo ballerino al Bayerisches Staatsballett di Monaco di Baviera. E appena ha deciso di scendere dal palco è stato chiamato a dirigere la prestigiosa scuola di Montecarlo, dopo Marika Besobrasova, grande nome internazionale della danza. Chiamato nientemeno che dalla principessa Caroline di Monaco, presidente della fondazione che sostiene l’ accademia. «Sua madre aveva fortemente voluto la scuola», spiega Luca, «perché sognava di creare la compagnia del Principato. Caroline ha studiato con la Besobrasova. Sulle pareti della scuola ci sono le foto di lei piccolina sulle punte». Anche Luca è stato un piccolino sulle punte.

Come tanti maschietti ha iniziato per caso, guardando la sorella. «Gioia ha iniziato a danzare a 5 anni, a Cagliari», racconta Luca. «Era molto dotata e le insegnanti consigliarono a mia madre di portarla in un’ accademia importante. I miei la iscrissero da Liliana Cosi e Marinel Stefanescu, a Reggio Emilia. Mi trasferii lì anch’ io, con la mamma e mio fratello. Un giorno, andando a prendere Gioia, vidi un maestro che insegnava danze tradizionali russe: salti prodigiosi e piroette. Mi innamorai della danza a prima vista».

Si trovò bene con Stefanescu?
«Sì, ma dopo due mesi volevo già smettere: alle elementari mi prendevano in giro. Le solite battute da bambini: “balli come le femmine”. Mio padre, che era abituato a vedermi cambiare sport ogni paio di mesi, ebbe un’ idea. Mi disse: “Se vuoi davvero smettere, vai tu a parlare col maestro. Stefanescu era un omone severo. Almeno era così nei miei ricordi. Si infuriò: disse che ero fatto per ballare e che mio padre non poteva permettermi di commettere un tale errore. Soprattutto per paura di lui, ma anche per mancanza di convinzioni (non volevo smettere, odiavo solo essere deriso), continuai».

Come Billy Elliott. Sempre in quella scuola?
«Sì, ma per poco. Era privata e cara. Mio padre ritenne che se davvero eravamo così dotati, come sosteneva Stefanescu, forse ci avrebbero preso anche alla Scala, allora gratuita. Fu così: all’ audizione, su 800 bambini ne presero tre, tra cui io e Gioia. I primi mesi vivevamo da soli a Milano in una famiglia, poi i miei si trasferirono da Cagliari per stare con noi. Mio padre, allora giornalista, cambiò lavoro pur di aiutarci».

– Per voi, nomadi anche i genitori...
«Grazie al loro esempio, è stato per me più facile adattarmi a un’ esistenza sempre in tournée. La Scala è stata una bella esperienza. In classe il livello era alto: due soli ragazzi, io e Massimo Murru, grandissimo ballerino. A un certo punto, però, io e mia sorella capimmo che lì non avremmo avuto futuro. I ruoli importanti erano affidati soprattutto agli stranieri e a ballerini ospiti provenienti da altri teatri, non ai diplomati della Scala, come accade per fortuna oggi. Tentammo l’ audizione all’ American Ballett e ancora una volta ci presero».

Quanti anni avevate quando vi siete trasferiti a New York?
«Eravamo giovanissimi: mia sorella ne aveva 17, io 15. È stato il più bel regalo dei nostri genitori: una grande esperienza di danza ma soprattutto di vita. Stavamo da soli in un appartamento: avevamo un badget e imparammo presto a gestirci e a tirare la fine del mese».

Da fratelli, vi siete aiutati nelle rispettive carriere di ballerini?
«Da piccoli era solo un aiuto pratico di vita: quando avevamo nostalgia di casa, nei piccoli disagi, se eravamo malati. Da grandi, quando ci siamo ritrovati a ballare nelle stesse compagnie ad Anversa, in Belgio, e a Wiesbaden, in Germania, abbiamo iniziato ad aiutarci anche professionalmente. Provavamo passi e ruoli, quando non ci sentivamo preparati, ci davamo consigli tecnici».

Oggi Luca e Gioia si sono ritrovati ancora una volta. Lei è prima ballerina ai Ballets de Montecarlo. Anche lei, una bella storia di talento italiano volato via. Anzi bellissima, come è lei. Scelta per la sua avvenenza anche da una rivista francese, Cote, per rappresentare il made in Italy. Al suo fianco, due eccellenze da noi ben più note: Renzo Rosso della Diesel e re Giorgio Armani.

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