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L'appello: «Digiuniamo insieme per la pace»

Il missionario gesuita,in un documento inedito scritto qualche mese fa, aveva lanciato la proposta affinché il prossimo 3 agosto, prima della fine del Ramadan, diventasse «giorno di digiuno e preghiera per la riconciliazione e la giustizia in Siria»


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«Il mese di Ramadan non riguarda solo i musulmani ma ogni persona di buona volontà e di retta intenzione, affinché cerchi il bene di suo fratello nel rispetto dei suoi propri valori e simboli religiosi»: padre Paolo Dall'Oglio, più volte durante i suoi incontri pubblici, aveva lanciato un appello affinché il 3 agosto diventasse «giorno di digiuno e preghiera per la riconciliazione e la giustizia in Siria».   

Tale appello è contenuto nel documento inedito Pace nell'Islam, pace nella Chiesa, che mi ha inviato, scritto durante un ritiro, dal 17 al 20 marzo scorso, a Parigi, presso la Comunità dell'Arca St. Antoine (nata nel 1948, si ispira al principio gandhiano della nonviolenza, e vuole essere un luogo di riconciliazione e pacificazione tra tutti gli essere viventi).

«Riuniti a Parigi», scrive padre Paolo, «abbiamo pensato a lungo alla condizione insopportabilmente dolorosa del popolo siriano. Una rivoluzione iniziata nonviolenta, per chiedere libertà, dignità e democrazia, ma la comunità internazionale – a parte pochissime eccezioni – ha abbandonato il popolo siriano. A causa di questa negligenza, la rivoluzione si è trasformata in un massacro perpetrato da un regime criminale, sotto gli occhi incuranti delle nostre società civili».  

Poi Dall'Oglio sottolinea la «manipolazione ingannevole delle coscienze a cui è sottoposta l'opinione pubblica». Una manipolazione che, secondo lui, avviene sventolando la bandiera dell'islamofobia. «Da più parti, per la Siria, si invoca il pericolo dell'Islam radicale, ma è una scusa per sottrarsi al dovere di proteggere i civili, ma tutti i civili devono essere protetti, indipendentemente dalla loro scelta politica. La paura dell'Islam sfrutta le posizioni pacifiste nonviolente e anti-imperialiste, al fine di paralizzare l'Europa e salvare il regime di Assad.
Noi invece vogliamo essere al fianco dei siriani nella loro lotta per la democrazia. Ci impegniamo in una jihad (“combattimento spirituale”) per la giustizia e la verità (nello spirito della “satyagraha” gandhiana).
Ci preme salvare la popolazione dal massacro e aprire un percorso per l'armonia nazionale. Guardando alla situazione mediorientale, ci angosciano le tensioni, i conflitti violenti tra musulmani, tra sunniti e sciiti, spesso alimentati da pressioni esterne legate a interessi strategici internazionali; questo sfigura il volto dell'Islam e nuoce alla sua reputazione di comunità della pace (Umma es-Salaam). La pace nell'Islam è essenziale per la pace nel mondo e per la pace di tutte le Chiese e le religioni. Tradizionalmente, cristiani, ebrei e musulmani di una stessa città si invitavano a vicenda, come un'unica famiglia, per condividere l'Iftar (pasto serale di rottura del digiuno nel mese di Ramadan), nello spirito di ospitalità di Abramo. Questo perché si riconoscevano in un comune destino di speranza, dolore, felicità e comunione».  

Per ricreare quello spirito «dobbiamo partecipare anche noi al digiuno del mese di Ramadan. In questo mese benedetto, tutti i musulmani uniti nella preghiera, e noi con loro, devono chiedere la pace e la giustizia nel mondo».  

La proposta, dunque, era di quella di un’ iniziativa comune per sabato 3 agosto con l’ auspicio che tutta l'Europa l'adottasse. «Digiuno, ognuno a seconda della propria costituzione fisica, preghiera, momenti di condivisione con i musulmani, tutto lasciato alla discrezione di ciascuno». Purché «in spirito di solidarietà spirituale, cristiani, ebrei, e appartenenti ad altre religioni, intercedano con insistenza presso il Misericordioso, l'Onnipotente, affinché voglia accordare alla Umma musulmana la grazia dell'unità e dell'armonia», con il conseguente impatto benefico «che questa grazia avrebbe nella sicurezza e nella tranquillità mondiali».

Infine, un pensiero di vicinanza ai «nostri fratelli e sorelle prigionieri, ostaggi, rifugiati, a quanti soffrono, vittime delle distruzioni, a quanti piangono i loro congiunti, e così pure a quanti reclamano libertà, giustizia, uguaglianza e il diritto a una vita degna di questo nome. Il mese di Ramadan è tempo di penitenza e di conversione. Chiediamo per tutti la grazia del pentimento, anche per i criminali e per gli oppressori». Consapevoli, conclude, che «non c'è forza e aiuto che in Dio, Amico degli uomini».  

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