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Dal referendum una lezione per tutti. Greci compresi

Il rispetto delle regole finanziarie non può diventare una galera economica per 11 milioni di persone. Ma per stare in gruppo bisogna rispettare le regole. Ue e Grecia lo capiranno?


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E adesso? Al di là dei nuovi entusiasmi (una lezione alla Merkel) e dei vecchi pessimismi (è la fine della Ue, dell’ euro e di chissà che altro), il voto dei greci nel referendum fortissimamente voluto da Tsipras cambia poco i termini del problema. Che non è mai stato solo finanziario ma anche, forse soprattutto, politico: che cosa deve fare l’ Unione dei Paesi europei con una nazione che ha sperperato i fondi strutturali, ha falsificato i bilanci, ma è pur sempre dentro l’ Unione? Metterla in castigo, costringerla a "compiti a casa" così duri da trasformarsi in una specie di galera economica per 11 milioni di greci, o aiutarla a cambiar strada, a modernizzarsi, investendo anche a fondo perduto sul suo sviluppo?

Dopo mesi di passione, dopo la netta vittoria del premier Tsipras e del suo “no” (61,3% dei voti) alle proposte della Ue, questo gioco dell’ oca ci riporta al via: Europa della solidarietà o dei regolamenti? Dopo aver buttato mesi in retorica e dilazioni, Tsipras deve dimostrare ai greci (ma erano poi davvero interessati al referendum? L’ affluenza è stata solo del 65%) di aver ottenuto qualcosa. E a questo non basterà aver scaricato il ministro Varoufakis, in un gioco fin troppo evidente di poliziotto cattivo (Varoufakis, appunto, ormai non più presentabile) e poliziotto buono (lo stesso Tsipras).

L’ Europa dei banchieri e dei bilanci in ordine, a sua volta, deve scegliere: abbandonare i greci al loro destino e la Grecia alla condizione di Paese fallito o aprire le porte a una diversa filosofia dell’ europeismo. Nessuno sta in gruppo facendosi beffe dell’ interesse collettivo. Ma nessun gruppo scarica il più debole al primo accenno di crisi. Lo capiranno, gli uni e gli altri?

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L'ex ministro dell'Economia greco Varoufakis (Reuters).
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