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Crisi della famiglia, istruzioni per l'uso

Loro compito è lanciare un salvagente alle coppie in difficoltà. Si chiama Retrouvaille, Ritrovarsi. E' un programma nato nel 1977 in Canada per aiutare le coppie a riscoprire (e conoscere, anche) la vocazione del matrimonio. Così i loro coordinatori vedono l'Instrumentum laboris in preparazione all'assemblea dei vescovi di ottobre.


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Precisano di non essere esperti, né di avere ricette pronte. Loro compito è lanciare un salvagente alle coppie in difficoltà. Si chiama Retrouvaille, "Ritrovarsi", un programma nato nel 1977 in Canada per aiutare le coppie a riscoprire (e conoscere, anche)  la vocazione del matrimonio. Parole forse retoriche, altisonanti. Ma il punto, come è emerso anche dall'Instrumentum laboris, il documento di preparazione al Sinodo di ottobre, è proprio questo.

«Per “giocare all’ attacco”», spiega don Maurizio Del Bue, uno dei coordinatori nazionali di Retrouvaille, «la Chiesa deve non solo considerare la pastorale familiare con i suoi aspetti di crisi ma deve saper parlare della famiglia come soggetto bello per la Chiesa e per la società. Deve saperla valorizzare e farla crescere come cellula fondamentale non solo della società ma anche della Chiesa. Sì, è vero, essa è minata da tante problematiche e attacchi. Ma è anche il volto di “come” Dio ama la sua Chiesa. Questo va detto con forza, va messo non solo al centro delle riflessioni teologiche ma dobbiamo mettere in grado le famiglie di sviluppare questa loro bellezza donatagli anche dal sacramento nuziale».

Facile a dirsi, certo. Occorre camminare in cordata e incontrare le persone giuste sul cammino.
È l’ esperienza che hanno fatto Simone e Giulia Fatai, i due coordinatori nazionali insieme a don Maurizio di Retrouvaille. Erano sull’ orlo della separazione, racconta Giulia, fino a quando non hanno incontrato persone che con la loro testimonianza e difficoltà «ci hanno aiutato a superare i problemi e non semplicemente a rimettere insieme la relazione ma a costruirne una nuova, più solida».
Visto da qui, l’ appiattirsi del dibattito del Sinodo sulla Comunione ai divorziati risposati suona riduttivo. Dice don Maurizio: «Ci rendiamo conto che è una questione importante, ma credo che una regola morale nuova o diversa non possa cancellare la ferita della separazione o il dolore di uno strappo, che poi molto spesso si riversa anche sui figli». Per questo occorre altro: «Qualunque decisione venga presa in futuro dal Sinodo», spiega, «c’ è bisogno di preti vicini agli sposi e di sposi che aiutino altri sposi. Crediamo che una crisi, anche profonda, non possa fermare l’ amore di Dio, la riconciliazione e la rinascita». In ogni caso, il realismo è la prima virtù del cristiano. E il metodo scelto per discutere di questi temi piace: «Abbiamo apprezzato le domande da cui è nato il documento preparatorio», afferma Simone, «ci ha colpito la volontà di diffusione capillare della riflessione, che fa intuire di una Chiesa intesa come popolo di Dio, che si pone di fronte alla famiglia, non solo come un problema da risolvere, ma come una risorsa a cui poter attingere per la crescita della Chiesa ma anche della società».

In Retrouvaille l'esperienza è la prima fondamentale "terapia": «La nostra storia è passata anche da una forte crisi matrimoniale che è iniziata con la mancanza di dialogo e si è evoluta con conseguenze gravi e dolorose quasi fino a considerare la possibilità della separazione», racconta Giulia. «Grazie a Dio, abbiamo incontrato sulla nostra strada persone che con la loro testimonianza di risurrezione inserita in un programma ci hanno aiutato a guarire e superare le nostre difficoltà. Il programma, insieme alle nostre scelte di guarigione, insieme anche all'aiuto e alla forza derivanti dal nostro Sacramento ed anche ad una comunità parrocchiale che si è dimostrata presenza attiva e discreta, ci hanno permesso di arrivare ad una nuova realtà matrimoniale. Non abbiamo solo "rimesso insieme" la nostra relazione ma ne abbiamo costruita una nuova, fondata su basi molto più solide. Nel percorso di guarigione abbiamo sperimentato una svolta fondamentale per e nel nostro matrimonio: da famiglia oggetto di pastorale, cioè da famiglia aiutata dalla Chiesa a superare la sua crisi, siamo diventati soggetto di pastorale, cioè, abbiamo capito ed intuito che nella misura in cui noi donavamo ad altri le nostre ferite, le nostre esperienze, i nostri dolori ma anche la nostra storia di risurrezione, noi continuavamo il nostro processo di guarigione e liberazione».


Secondo don Maurizio occorre anche insistere sulla formazione e l'educazione: «È auspicabile», spiega, «prevedere anche percorsi per giovani, perché possano arrivare al matrimonio con questa consapevolezza. È Dio che ha scelto il sacramento delle nozze per dare un volto al Suo volto. È Lui che ha voluto scegliere l'amore umano, tra un uomo una donna, per dire "come" Lui ama la sua Chiesa».

Per Simone occorre anche uno sguardo nuovo su questi temi: «Il sacramento del matrimonio, insieme al sacramento dell'Ordine, sono istituiti per allargare il Regno di Dio. Questo», continua, «pone la famiglia in una luce nuova. Non è solo una realtà da custodire, proteggere, guarire, aiutare perché in difficoltà ma diventa per la Chiesa una risorsa importante, capace di essere immagine dell'amore trinitario, testimone di bellezza e di gioia. Come richiamano anche i documenti del magistero, sicuramente adesso grande importanza va data alla formazione spirituale ma anche teologica delle famiglie e dei giovani che si preparano ad essere famiglia. Per essere soggetti attivi nella costruzione del Regno di Dio bisogna avere ben chiaro la sacramentalità del matrimonio, la sua valenza teologica e la sua missione specifica».

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Da sinistra: don Maurizio Del Bue con Giulia e Simone Fatai; il team nazionale di Retrouvaille. ,
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