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La crisi? Come in una guerra

L'ultimo rapporto del Centro studi di Confindustria evoca una drammatica immagine: "I danni fin qui provocati sono quelli simili a un conflitto. Colpite le parti vitali del Paese"


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Immaginate l’ Italia in guerra. Una strana guerra. Un conflitto che non fa vittime, ma solo danni. Con un nemico invisibile, che dispone di una flotta immmensa di bombardieri. Le bombe sono ad altissima tecnologia: distruggono ogni cosa, in particolare i gangli economici del Paese, ma risparmiano le vite umane. Ogni giorno stormi di bombardieri attraversano i cieli italiani, come avveniva durante la Seconda Guerra Mondiale. Non bombardano le città, ma  riversano il loro carico devastante sulle migliori imprese, le migliori infrastrutture, quei servizi ritenuti cruciali per l'Azienda Italia.

Un bollettino di guerra annuncia i danni permanenti, tra effetti diretti e indiretti. Ecco che viene rasa al suolo una fabbrica di componenti industriali. Ed ecco che domani una superstrada si chiude all’ improvviso. Ed ecco, il giorno dopo, venir giù un intero centro di servizi. Niente vittime. Solo disoccupati e quindi privazioni, difficoltà economiche, infelicità, depressione, drammi familiari. I giovani non ci sono, sono assenti, è come se fossero partiti per la strana guerra, anche se stanno in mezzo a noi. Ma se ne stanno socialmente immobili, in preda alla rassegnazione, alla precarietà, all’ immobilismo. Questo scenario è quello che stiamo vivendo oggi. Lo ha delineato, sulla base degli utlimi dati macroeconomici, il Centro studi di Confindustria. Un’ immagine forte ma efficace per farci capire la situazione. “Non siamo in guerra”, spiega il rapporto del Centro studi, “ma i danni economici fin qui provocati dalla crisi sono equivalenti a quelli di un conflitto. E a essere colpite sono state le parti più vitali e preziose del sistema Italia: l’ industria manifatturiera e le giovani generazioni”.

Ma il Centro studi va oltre. Dice espressamente che questa guerra va combattuta, anzi, la stiamo combattendo: “L’ aumento e il livello dei debiti pubblici sono analoghi, in quasi tutte le democrazie avanzate, a quelli che si sono presentati al termine degli scontri bellici mondiali. Una sorta di guerra c’ è stata ed è tuttora in corso, ed è combattuta dentro l’ Europa e dentro l’ Italia”. A scatenarla, questo conflitto, “sono stati errori recenti e mali antichi. Gli errori recenti sono stati inanellati nella gestione dell’ eurocrisi”. Ed ecco l'ultimo "bollettino". La recessione italiana già si è dimostrata più grave del previsto. Per il 2012 l’ economia calerà del 2,4 per cento contro il l’ 1,6 per cento indicato qualche mese fa. Analoga è la differenza nello scenario per il 2013: da + 0,6 a - 0,3 per cento.

“Siamo nell'abisso”, dice il direttore del Centro studi, Luca Paolazzi che, tuttavia, prevede “un rientro dell'eurocrisi entro la primavera”. Non aiuta certo la pressione fiscale che, depurata dal sommerso, “schizzerà al 54,6 per cento” nel 2013. Le entrate fiscali sono "in forte accelerazione", +5,2% quest'anno, per poi rallentare al +2,6% nel 2013. A preoccupare Viale dell’ Astronomia è, soprattutto, il forte derioramento del mercato del lavoro: nel 2012 l’ occupazione calerà dell’ 1,4 per cento (-1 per cento già acquisito al primo trimestre) e dello 0,5 per cento nel 2013. Solo sul finire dell’ anno prossimo le variazioni congiunturali torneranno positive e, al netto della Cig, il 2013 si chiuderà con 1 milione e 482 mila posti di lavoro in meno rispetto al 2008 (-5,9 per cento).

La disoccupazione, osserva il Centro studi, prosegue la corsa osservata negli ultimi mesi con il tasso che raggiungerà il 10,9 per cento a fine 2012 e il 12,4 per cento a fine 2013.  Questa guerra ci impoverirà tutti, o quasi. “A sei anni dall'inizio della crisi, nel 2013 l'Italia si troverà con un livello di benessere, misurato in Pil pro-capite, del 10 per cento inferiore alla media 2007”. Con un notevole impatto sui consumi: “Quelli delle famiglie diminuiscono nettamente (-2,8%), conseguenza della fiducia al minimo storico, dell'ulteriore riduzione del reddito reale disponibile, della restrizione dei prestiti e dell’ aumento del risparmio precauzionale”.  La guerra continuerà. Ma possiamo ancora vincerla. 

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Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi.
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