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«Sotto le bombe chiedo a Dio: “Dove sei?”»

Dopo la partenza dei pochi religiosi, Alberto Cairo, fisioterapista della Croce Rossa internazionale, è rimasto uno degli ultimi cattolici in Afghanistan. «In questo orrore», racconta, «la fede traballa, ma resta fondamentale, mi dà una marcia in più». Ecco l'intervista rilasciata al settimanale Credere


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Dopo la partenza del responsabile della missio sui iuris, padre Giovanni Scalese, missionario Barnabita, e dopo l’ abbandono forzato dell’ Afghanistan da parte delle suore di Madre Teresa e delle religiose a servizio della Onlus “Pro bambini di Kabul”, Alberto Cairo, fisioterapista della Croce Rossa internazionale, è oggi uno dei pochissimi cattolici — «forse il solo» — rimasti nel travagliato Paese. Cuneese, 69 anni, 31 dei quali a servizio dei disabili (ne ha curati 210 mila), in questa intervista esclusiva a Credere racconta come vive la drammatica situazione del Paese e come la fede la sostenga nei momenti più bui. L’ abbiamo raggiunto via Skype a poche ore dal terribile attentato che ha provocato a Kabul quasi 200 morti (fra cui 13 marines) e 200 feriti.

Non le è venuta voglia di andarsene?

«Quando le ambasciate hanno invitato gli stranieri a partire, ho messo sulla porta il cartello “Non parto!”, perché tanti si interrogavano sul mio futuro. Assicurare i miei collaboratori che voglio restare dà loro forza».

Cosa prova la gente oggi in Afghanistan?

«Fino a qualche giorno addietro ansia e disperazione. Oggi anche orrore. A differenza di 25 anni fa, quando i talebani arrivarono la prima volta, ora la gente è più informata. Si sperava che, col loro ritorno, in cambio della libertà sarebbe stata data almeno la pace. Invece no: i talebani non controllano i terroristi. Quindi moltissimi vogliono scappare, perché nemmeno più la sicurezza è garantita. Una situazione terribile».

E lei? Vedendo scene che hanno sconvolto il mondo, dalle persone aggrappate agli aerei ai bambini salvati dai soldati in maniera straziante, cos’ ha sentito?

«Tantissima tristezza. Non ho mai visto la gente così confusa, così disperata. Tante persone con un lavoro e un futuro si sono decise a partire, pronte a rinunciare a tutto. Sanno bene che la vita in Europa sarà durissima per un migrante, e tuttavia partono. Ho perso una decina di collaboratori che hanno preso la via dell’ estero, tra cui alcune ragazze giovani molto preparate. C’ è una sfiducia generalizzata: persino tra gli stessi sostenitori dei talebani si respira ansia sul futuro. Nel mio lavoro c’ è anche un’ attività di supporto psicologico. Ma oggi, qui, come faccio a rassicurare la gente? Viviamo un’ angoscia infinita».

Lei è in Afghanistan da molti anni. Cosa la sostiene in momenti così difficili?

«Sono qui per aiutare. Come Croce Rossa ci rivolgiamo in particolare alle vittime di guerra. Ebbene: nei momenti critici, come ora, i bisogni della popolazione sono ancora maggiori. Cosa si riuscirà a fare? Non lo sappiamo. In ogni caso, io vado avanti pensando agli ultimi. A volte stringendo i denti, a volte turandomi il naso…».

Perché ha scelto di diventare fisioterapista?

«Per caso. Mentre studiavo Giurisprudenza, fisioterapia era una specie di hobby. A 28 anni, giovane avvocato, ho deciso che avrei potuto coniugare la mia passione per la fisioterapia con quella per i viaggi, mettendomi a servizio di Ong che operano nel mondo. Mi sono formato alla “Nostra Famiglia” di Bosisio Parini (Lecco) ed è una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Lì, infatti, c’ è un’ ottima scuola, specie per quanto riguarda i bambini con paralisi cerebrali. Se cominci da quel genere di situazioni, poi sai far tutto! Senza la “Nostra Famiglia” non credo sarei diventato quel che sono. Vale anche per l’ esperienza in Sud Sudan, condotta con l’ Ovci (ong legata alla “Nostra Famiglia”, ndr): è stata una palestra meravigliosa! Quando poi ho fatto domanda alla Croce Rossa Internazionale pareva che dovessero inviarmi in Africa, poi mi hanno dirottato sull’ Afghanistan. Ma va bene così!».

Prova più soddisfazione per l’ opera di recupero delle persone o rabbia per le tremende ferite della guerra?

«Entrambe. La rabbia è tanta, ma più forte è la gioia di vedere una persona che cammina di nuovo, che in qualche modo rifiorisce. Del resto, se mi mettessi a piangere o imprecare ogni volta che vedo qualcuno che ha perso braccia o gambe saltando su una mina… Mi dà forza la gioia di vedere gli altri contenti: basta e avanza per andare avanti».

Qual è il suo rapporto con la fede?

«Sono cattolico, anche se pratico un po’ a modo mio. Finché si è potuto, andavo abbastanza regolarmente a Messa a Kabul il venerdì; dopo il Covid questo è diventato impossibile. La fede cattolica è parte della mia vita, anzi mi arricchisce sicuramente. Vivo dei conflitti con la Chiesa, ad esempio sulla questione del sacerdozio alle donne e sul rapporto con gli omosessuali. Sono cose per me diffcili da capire, perché considero l’ inclusione il valore più importante. Detto ciò, sono cattolico e spero di morire cattolico. Per me la fede è molto importante. E, le assicuro, ci sono dei momenti in cui avere la fede ti dà una marcia in più».

E tuttavia — specie stando in un posto come l’ Afghanistan — ci sarà anche l’ esperienza del dubbio, no?

«Certe volte la mia fede è traballante. Mi sorprendo a chiedermi: “Signore, cosa stai facendo? Guardi giù o ti sei addormentato?”. Se sei in Afghanistan oggi ti vengono dubbi come questi. Quando il 26 agosto la bomba è esplosa all’ aeroporto di Kabul, mi sono domandato: “Ma Dio dov’ era? Non può dormire tutto il tempo!”».

Ha conosciuto da vicino preti e suore che si sono alternati in Afghanistan. Ci racconta?

«Le quattro Piccole sorelle di Gesù (arrivate in Afghanistan nel 1956 e rimaste sino a pochi anni fa, ndr) erano i miei angeli custodi: nei momenti di tristezza le chiamavo e mi consolavano. Quando sono partite per me si è spenta una luce. Ho avuto modo di conoscere anche le suore di Madre Teresa, che gestivano un orfanotrofio per bambini con handicap molto seri. Glielo avevo suggerito io: “Così nessuno vi potrà accusare di proselitismo”, dissi loro. Pure le Missionarie della carità hanno dovuto abbandonare il Paese, così come un gruppo formato da più congregazioni che si occupa di bambini con disabilità tramite “Pro bambini di Kabul Onlus”. Infine, sono stato in continuo contatto con padre Giovanni Scalese, che per 7 anni ha presidiato la “missio sui iuris” nel Paese ed è rientrato in Italia pochi giorni fa».

La sua partenza dall’ Afghanistan ha messo fine alla secolare presenza del Barnabiti nel Paese. Lei, quindi, ora rimane uno dei pochissimi cattolici in Afghanistan?

«Può darsi, in effetti. Forse ci sono altri cattolici tra i pochi stranieri rimasti. La comunità cattolica era molto ridotta ultimamente: ci trovavamo a Messa il venerdì (20-30 persone al massimo); ora la chiesa è chiusa e siamo costretti a pregare in casa».

Come si immagina il futuro di questo Paese?

«Difficile fare previsioni, ma ormai — visto che i talebani hanno preso tutto — il loro regime resterà per tanto tempo. C’ è quindi da augurarsi che sia meno rigido e più aperto di prima. La comunità internazionale dovrà vigilare che i diritti vengano tutelati. Non solo... Tra un po’ l’ interesse sul Paese si spegnerà, e diventa fondamentale, quindi, che l’ attenzione sull’ Afghanistan rimanga viva».

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