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Dal Cottolengo obiezione di coscienza alle Dat

Don Arici, in passato direttore nazionale della pastorale sanitaria della Cei, esprime una forte contrarietà alla legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento: «Le nostre riserve sono motivate dalla questione di un’ autodeterminazione che mortifica il rapporto medico-paziente e la professione stessa del medico».


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«Faremo obiezione di coscienza». Il Cottolengo, storica istituzione torinese, da sempre impegnata nell'assistenza agli ultimi e nella cura dei malati, non applicherà la legge sul biotestamento, appena approvata. Quello che arriva dal superiore generale, don Carmine Arice, è un no deciso, senza cedimenti: «Non possiamo eseguire pratiche che vadano contro il Vangelo. In coscienza, non possiamo assecondare una richiesta di morte». La legge però non prevede l'obiezione di coscienza per le istituzioni sanitarie private. «Ci asterremo comunque, con tutte le conseguenze del caso». E se non ci saranno alternative «andremo sotto processo, perché, in un possibile conflitto tra la legge e il Vangelo, siamo tenuti a scegliere il Vangelo».

Sulle Dat (Disposizioni Anticipate di Trattamento) previste dalle legge, il sacerdote, che in passato è stato direttore nazionale della pastorale sanitaria della Cei, esprime una forte contrarietà «Le nostre riserve sono motivate dalla questione di un’ autodeterminazione che mortifica il rapporto medico-paziente e la professione stessa del medico: cristallizza una volontà espressa in tempi diversi dalla situazione che si sta vivendo». Ma, secondo il superiore del Cottolengo, c'è un pericolo ancora più grande, ed è quello che tante volte papa Francesco ha definito “cultura dello scarto”. «Il rischio è che le persone più deboli, come i malati e gli anziani, siano portati, in modo più o meno subdolo, a “togliere il disturbo”. Tutto questo è inaccettabile e non ci appartiene».

Don Arice aveva già affrontato l'argomento pochi giorni fa, durante la presentazione del suo libro “Nascere, vivere e morire oggi. Tra desiderio diritti e dignità” (Edizioni Paoline). «Non mi risulta che qualcuno dei nostri ospiti abbia mai chiesto di morire» aveva detto in quell'occasione. «Ogni vita merita di essere vissuta, se le persone sono trattate con dignità, umanità e amore. Questo sarebbe il vero tema su cui riflettere: che cosa fare perché nessuno si trovi mai nelle condizioni di chiedere la morte».

Il tema del fine vita pone enormi questioni etiche, proprio perché interroga l'uomo nella sua dimensione più profonda. In quali casi – ci si domanda spesso, anche all'interno del mondo cattolico – è lecito sospendere idratazione e nutrizione a un malato? La Chiesa (lo ha ribadito, pochi giorni fa, il Santo Padre) è contraria tanto alle pratiche che inducono la morte, quanto all'accanimento terapeutico. «La sospensione dell’ idratazione della nutrizione sono già accettate dalla Chiesa» fa notare don Arice. «Il criterio della proporzionalità delle cure è stato fissato già da Pio XII ed è ripreso in modo esplicito nella Carta per gli Operatori Sanitari, approvata da Papa Francesco. In questo documento si afferma che nutrizione e idratazione sono da mantenere quando “non risultino troppo gravose” mentre in altri casi “non sono giustificate”».

Infine, sull'eventualità di procedimenti giudiziari a carico del Cottolengo per inosservanza della legge, il superiore generale lancia una provocazione: «E' andato a processo Marco Cappato, che accompagna le persone verso il suicidio assistito, possiamo andarci anche noi».

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