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«Cosa ho scoperto marciando verso il Perdono d’ Assisi»

Compie quarant’ anni la marcia dei giovani verso la Porziuncola, “fermata” quest’ anno dalla pandemia. Una pellegrina che c’ era l’ anno scorso racconta la sua esperienza: «Ti insegna la familiarità con i limiti e a sentirti figlio e fratello in cammino verso il dono più grande»


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Alle sei e mezza, d’ estate, cantano i galli.

Non lo saprà mai chi non è già in cammino, chi non si è alzato poco prima del sole, chi non ha messo la sua vita in spalla per farsi pellegrino. Chi sta fermo non si accorge dell’ oro del sole che infuoca l’ oro del grano mietuto; e di come e di quanto cambi la durata di un minuto, se lo si attraversa in silenzio o cantando, in salita o in discesa, sotto il sole di mezzogiorno o nella brezza dell’ alba.

Non si accorgerà mai nemmeno di sé stesso, e di tutto il resto in conseguenza, chi un giorno non s’ incammina, verso un posto che è il suo posto: preparato per tutti e per ciascuno, promesso. È un riassunto della vita, la Marcia francescana, esperimento di devozione e di festa tentato per la prima volta quarant’ anni fa da un gruppo di frati toscani, subito esteso in tutta Italia e non solo, e per i ragazzi mutato in tradizione dai frati minori di Assisi del Servizio Orientamento Giovani.

Per la prima volta, quest’ anno, la Marcia non ci sarà, fermata da un male che ha bloccato il mondo. Ma non per questo è ferma: il cammino verso la Porziuncola, che ogni anno chiama alla Festa del Perdono migliaia di pellegrini, troverà la sua mèta il 2 agosto, anche quest’ anno, nella data che Francesco ha scelto per portare tutti in Paradiso. Solo che quest’ anno si marcia con le preghiere, le dirette, i ricordi e gli hashtag sui social del Sog.

Vuole pellegrini, il Dio della Bibbia: il peccato sta nel fermarsi - per sazietà o per sconfitta - prima che sia compiuta la Promessa. I ragazzi - dalla maturità scolastica a quella della vita, è il ventaglio delle età - ne fanno esperienza marciando tra i girasoli e i borghi umbri, per dieci giorni: il suono del loro passare è scandito dal tintinnio delle tazze di latta appese agli zaini. Lo stesso suono dei campanelli dei lebbrosi che furono terrore e strumento di salvezza per Francesco, nella sua conversione. Mendicanti: hanno tutto. “Certo che non manca niente”, usa dire padre Francesco Piloni, fino a ieri a capo del Sog, e oggi Ministro Provinciale dell‘Umbria, “siete Figli del Re”.

Questo è la marcia del Perdono: imparare a sentirsi figli, nello scoprirsi fratelli. Non un’ esperienza mistica, né un viaggio introspettivo: la Marcia è un dono, concreto, e per questo spirituale. Ed è il dono - per dirla con Ricoeur - che spiega il Perdono. Perché solo, un uomo, è pieno di limiti. Ma la Marcia, la fa un corpo che ha duecentocinquanta cuori, e cinquecento gambe, e che è accompagnato da quasi altrettanti cuori, e altrettante gambe, di frati, di suore e di ragazzi che si mettono a servizio per accompagnare fratelli sconosciuti: e allora sì, che il cammino si può fare perché la comunione è fatta di mani tese, di gratuità, e di Parola.

(Un momento della marcia dello scorso anno)

Nella Bibbia, dove tutto è essenziale, c’ è qualcosa che pare uno spreco, che si ripete tante volte quanti sono i giorni di un anno, e una di più, ché l’ uomo trema spesso, e facilmente, e bisogna ricordargli che non è solo: “Non temere”. Non avere paura. Non si stanca Dio di rinnovare la carezza ai figli che Lui accompagna.

Marciando verso il suo Perdono, quella Parola ritorna, mai detta, ma sempre agita. Non temere, non puoi essere solo. Non avrai mai fame, né sete. Sarai stanco e provato. Sarai ferito, e qualcosa in te si romperà, si segnerà: per la fatica, per il peso, per il dolore. Per la frustrazione. Ma non sarai solo. Nessuno lo dice. Tutto lo mostra, però. Sembra che debba mancare tutto, e invece tutto si scopre abbondante.

Quello che regala la marcia è una familiarità con i limiti: tentare di superarli non è opzione da valutare, tanto vale fare i conti con la propria umanità. Perché la natura è un dato, e quando il tuo corpo ti ferma, tu non puoi che fermarti. La marcia mostra fin dove puoi spingerti: per prima cosa, scopri fin dove non puoi. Ciascuno offre quello che ha, che può, che sa: i suoi doni e i suoi talenti, che si incastrano come un puzzle là dove mancano doni e talenti nel fratello che sta accanto, e insieme si va.
Lo zaino è pesante: c’ è dentro la vita. Non sono quelle tre maglie, quel pezzo di sapone per lavarle e quel sacco a pelo per dormirci dentro: sono i pensieri e le ferite, le speranze e le preghiere. Sono queste le cose che pesano, sono queste anche le cose che muovono le gambe, o che le bloccano d’ un tratto. Perché sa spezzare anche la pelle, il cammino. Si disfa dentro le scarpe, allo sfregare di ogni passo, per insegnare una cosa. Non certo il dolore, quello si conosceva prima di partire. Ti insegna, il tuo piede ferito, che andare avanti non è facile. Ma prima di questo, ti mostra il velo di una suora medico, mentre lei si china su quella tua ferita, si piega ai tuoi piedi, e te li lava dalla polvere, per curarteli in cambio di niente: come in un eterno Giovedì Santo.

In marcia tutto si spezza. Si spezzano le durezze del cuore, i confini che ciascuno si pone. E si spezza la schiena, sotto il peso dell’ inutile che ciascuno ha con sé. Ma tutte le porte sono aperte, al passare dei pellegrini, e ognuno li accompagna per quanto può, perché giungano ad Assisi a sentirsi dire “Baciate questa terra santa, ed entrate nella Porziuncola”.

Perdonati, amati, attesi, pronti a partire da quella piazza, da quel 2 agosto, verso la vita. Perché è in cammino che si impara l’ amore, e che l’ amore si moltiplica come lievito. Baciate questa terra santa, ed entrate. Trecento teste si chinano a terra, trecento schiene, cariche di giorni e cariche di zaini, si piegano in un movimento solo, trecento bocche cercano il suolo: non c’ è - non può esserci - libertà più grande e più vera di quel singolo momento di affidamento e abbandono. E poi è una corsa e un canto, l’ ingresso in Porziuncola, le mani si cercano, lacrime tra i sorrisi. Gli zaini, familiari zavorre, cadono sulla piazza mentre chi attende i pellegrini già canta il benvenuto, bentornati a casa.

La mèta - si scopre marciando - è proprio il viaggio.

(Un gruppo di pellegrini durante la Marcia)

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