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Trivulzio, la commissione: «Straordinario assenteismo». I familiari delle vittime: «Delusi»

La commissione d'inchiesta sulle morti nella casa di riposo, voluta da Regione Lombardia e Comune di Milano, ha consegnato la sua relazione in cui evidenzia scarse protezioni per gli operatori e ritardi negli interventi. Il portavoce dei familiari delle vittime Azzoni: «Ignorato il nostro contributo»


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Esprimono «profonda delusione» per i risultati presentati dalla Commissione di verifica della Gestione Emergenza Covid-19 presso il Pio Albergo Trivulzio (Pat) voluta da Regione Lombardia e Comune di Milano. Sono i parenti delle vittime che si sono riuniti in un’ apposita associazione e hanno presentato un esposto in Procura: «Notiamo come siano completamente assenti i contributi forniti da noi parenti delle vittime», dice Alessandro Azzoni, presidente dell'Associazione Felicita che raduna i familiari delle vittime del Pat. «Associazione Felicita conferma i propri dubbi rispetto all'efficacia della Commissione costituita da ATS Città Metropolitana, realtà quest'ultima responsabile di non aver effettuato i controlli di sua competenza sull'organizzazione e la gestione della struttura da parte della Dirigenza Pat. È un dato di fatto come non siano state accertate nella relazione le carenti procedure interne della Direzione considerata l'assenza del Documento Valutazione Rischi obbligatorio e d'importanza fondamentale dal punto di visto operativo», osserva Azzoni. «Spiace notare come la Commissione nulla eccepisca rispetto alla mancanza da parte della Direzione di un documento aggiornato volto a contemplare tutti i rischi per i lavoratori del Pat, in particolare rispetto all'esposizione a agenti biologici», continua. L’ associazione Felicita «rimarca in questa sede come la correttezza delle procedure e dei protocolli interni per strutture come il Trivulzio avrebbe potuto fare la differenza rispetto alle garanzie di tutela della salute e della sicurezza sia dei pazienti, sia del personale sanitario. E ancora la dimostrata, oggi più che mai resa evidente dalla relazione, volontà di nascondere il problema pregresso dell'assenteismo ordinario il quale, a maggior ragione, doveva essere segnalato e non nascosto per celare l'emergenza. Per non parlare degli operatori sanitari costretti a spostarsi da un reparto all'altro senza aver ricevuto gli strumenti di protezione e indicazioni operative utili per affrontare il rischio Covid - conclude associazione Felicita -. In ultimo non si può dimenticare la lettera del 17 aprile scorso sottoscritta da un centinaio di medici, infermieri e operatori del Pio Albergo Trivulzio che hanno dichiarato, testualmente, «di essere stati lasciati completamente soli, senza direttive che prevedessero protocolli aziendali diagnostico/terapeutici, univoche direttive sul trattamento dell'epidemia e delle norme d'isolamento, senza la possibilità di fare tamponi, senza DPI fino al 23 marzo».

Ma quali sono i risultati emersi dalla commissione di verifica? L'assenteismo del personale definito «straordinario», l’ innesco del virus partito dagli operatori del Pat e non dai pazienti trasferiti nella struttura a seguito dall’ ordinanza regionale della Lombardia dell’ 8 marzo.

«Il virus all'interno portato dagli operatori di assistenza»

«Già a fine febbraio» il Pio Albergo Trivulzio «metteva in isolamento alcuni casi con sintomatologia simil-influenzale che, col senno di poi, riconosciamo probabilmente essere stati casi di coronavirus. Quindi erano presenti già allora. L'ipotesi è di un ingresso precoce dell'infezione dall'esterno, probabilmente attraverso gli operatori di assistenza o gli educatori, con poi una propagazione interna che ha raggiunto il suo massimo nella seconda metà del mese di marzo», ha evidenziato Vittorio Demicheli, direttore sanitario dell'Ats di Milano, durante la presentazione dei risultati della commissione di verifica da lui presieduta. Demicheli ha spiegato che «questa ipotesi è incompatibile rispetto a quella di un innesco partito da pazienti trasferiti durante l'emergenza Covid».

Demicheli ha spiegato che «non hanno trovato riscontro documentale» le affermazioni secondo cui al Pio Albergo Trivulzio vigesse il divieto di trasferire pazienti al pronto soccorso e, per gli operatori, di non indossare mascherine. «Noi abbiamo semplicemente cercato di trovare un riscontro, se esisteva, delle affermazioni che via via ci venivano proposte. Sul supposto divieto di trasferire persone in pronto soccorso e su quello di non indossare mascherine, non abbiamo trovato riscontro documentale o nei numeri che abbiamo raccolto in queste affermazioni», ha detto Demicheli. Rispondendo ai cronisti, Demicheli ha tenuto a sottolineare anche che «non è compito però di questa commissione formulare alcun giudizio di responsabilità. Copia di tutta documentazione è già stata trasmessa alla Procura della Repubblica che, se ravviserà elementi di responsabilità, deciderà di procedere. Io invito tutti ad aspettare e a respirare profondamente prima di sparare dei giudizi, ci mancherebbe altro che ci esponessimo noi per primi». Nella relazione, ha aggiunto, «troverete 14 trasferimenti, a dimostrazione che durante l'emergenza le persone che si aggravavano e che potevano essere trasferite in pronto soccorso sono state trasferite».

La commissione ha evidenziato che nel primo quadrimestre dell'anno, il rapporto tra decessi osservati e decessi attesi al Pio Albergo Trivulzio è stato pari a 1.7 mentre quello corrispondente nelle Rsa di ATS Milano è stato pari a 2.2 e, in particolare, nel periodo marzo-aprile la mortalità nella sezione Rsa del Pat è stata «molto inferiore» a quello delle altre Rsa nel medesimo periodo e «di poco superiore» a quello verificatosi nella popolazione generale over 70 di ATS. Per quanto riguarda gli ospiti del Pat ricoverati nelle strutture di cure intermedie, la mortalità, si legge ancora nella relazione, «risulta inferiore sia a quella media della popolazione generale over 70 che a quella osservato nelle analoghe strutture di ricovero per Cure Intermedie presenti nel territorio di ATS Milano».

Un altro aspetto sollevato dalla commissione è l’ assenteismo del personale che «mostra livelli piuttosto elevati già in condizioni ordinarie nelle varie strutture del Pat ma ha raggiunto livelli straordinari durante l'emergenza: in alcuni reparti e per alcune figure le assenze hanno interessato il 65% della forza lavoro». Questo si legge nella relazione della commissione che sottolinea che «particolare criticità alla gestione dell'emergenza è stata apportata dal marcato assenteismo del personale di assistenza che ha assunto dimensioni molto superiori all'atteso» e che«un livello così elevato di assenze dal lavoro difficilmente trova spiegazione nella diffusione del contagio tra gli operatori come rivelano gli indici di infortunio specifico segnalati dalla struttura».

«Non sempre il Pat è riuscito ad applicare le procedure di tutela degli operator»

Infine, la commissione evidenzia «alcune criticità interne» che sarebbero alla base dei problemi evidenziati al Pat che «non è sempre riuscito a dare adeguata applicazione alle procedure di tutela degli operatori durante l'emergenza da SARS-CoV-2. La presenza di casi sospetti in diverse strutture del Pat fin dai primi giorni di epidemia è coerente con l'ipotesi di un'introduzione precoce dell'infezione (attraverso personale, visitatori e pazienti ambulatoriali) e di una successiva propagazione interna tra ospiti e pazienti, che le procedure di isolamento adottate (in camera singola o per coorte) non sono riuscite ad arginare in modo efficace«, si legge nella relazione. Per quanto riguarda i fattori esterni al PAT, la Commissione cita la scarsa disponibilità di Dpi e la difficoltà di un loro reperimento, l'indicazione ministeriale di effettuare i tamponi nasofaringei per ricerca di RNA virale solo all'ingresso in ospedale», mentre quelli interni riguardano «un elevato tasso di assenteismo del personale, anche prima dell'emergenza sanitaria» e «la difficoltà dell'Unità di Coordinamento a incidere efficacemente sui comportamenti concreti anche per la presenza di criticità relazionali accentuate dalle difficoltà a comunicare direttamente soprattutto durante le fasi iniziali dell'emergenza. La gestione delle varie fasi dell'epidemia e il contenimento delle sue conseguenze sono state rese difficili, anche, dalle stesse complesse caratteristiche di base, strutturali e funzionali, del PAT con riguardo alle modalità di accesso e fruizione dei vari e diversificati servizi erogati dall'Istituto».

Soddisfatti del lavoro della commissione Maurizio Carrara e Giuseppe Calicchio, rispettivamente presidente del Consiglio di Indirizzo e direttore generale del Pat: «La relazione fa giustizia del grande lavoro svolto dal Pat nelle eccezionali e gravi condizioni in cui si è sviluppata la pandemia a Milano e in Lombardia nel primo quadrimestre del 2020», commentano, «dal 25 febbraio la Protezione Civile aveva bloccato le acquisizioni periferiche di DPI; i tamponi a ospiti e personale è stato possibile farli solo da metà aprile; le indicazioni d'uso dei DPI ffp2 e anche completi per personale che operava con esposizione a droplet e con pazienti sintomatologici erano già operative con i bollettini di febbraio».

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