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«Io, prete, ho visto tanta gente morire col virus e sulle Messe dico: siamo cauti»

La riflessione di don Claudio Del Monte, cappellano della clinica Humanitas Gavazzeni e parroco di Santa Croce a Bergamo: «Ho paura che riparta il contagio. Siamo in grado di distribuire la comunione senza contatto? Chi sanifica dopo ogni funzione la chiesa visto che prima le pulizie le facevano gli anziani ora a rischio? Io dovrei limitare l’ accesso in chiesa: con quale criterio dire sì a uno e no all’ altro?»


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Sulla questione della celebrazione delle Messe nella fase 2, con i protocolli di sicurezza in discussione e l’ ampio dibattito che ne è seguito, pubblichiamo la riflessione di don Claudio Del Monte, che è cappellano presso la clinica Humanitas Gavazzeni di Bergamo, una delle provincie più colpite dal coronavirus, e anche parroco della Chiesa di Santa Croce nel quartiere della Malpensata, a sud della città.

In queste settimane, presso la clinica Humanitas Gavazzeni di Bergamo, ho accompagnato all'incontro definitivo col Signore, decine di ammalati vittime del coronavirus. Il Covid-19 è impietoso. La crisi respiratoria che produce è terribile. Io ora ho paura. Paura che riparta un altro contagio. L'influenza spagnola del secolo scorso ce lo insegna. Non vorrei assistere di nuovo a un dramma analogo a quello che ha stravolto la nostra città e la nostra regione negli ultimi due mesi, e che ora, a seguito dell'isolamento sociale imposto dalle autorità, pare abbia allentato la morsa. Le scuole non apriranno fino a settembre.

Restano ancora chiusi ristoranti, bar, pub e tutti gli ambienti di pubblica prossimità perché potenzialmente pericolosi. Così ci raccomanda il governo, supportato dal comitato tecnico-scientifico. Tra gli ambienti di pubblica prossimità, credo vi siano anche le nostre assemblee liturgiche, come pure gli incontri di preghiera delle altre religioni (ad es. la preghiera musulmana del venerdì in questo periodo di Ramadan). Non vorrei un giorno, nemmeno troppo lontano, essere accusato di leggerezza dai miei parrocchiani, per avere ignorato un pericolo così letale, come il contagio di questo micidiale virus, ancora così presente tra noi.

Micidiale anzitutto per i nostri anziani, profondamente desiderosi di partecipare alla Santa Messa, ma al tempo stesso i più esposti alla malattia. Sul Covid-19, dopo quello che ho visto in ospedale, non voglio né scherzare, né minimizzare. Possiamo chiedere a coloro che non sapevano cosa fare per soccorrere i loro cari in affanno respiratorio, oppure chiederlo a chi lo ha vissuto sulla propria pelle, indossando rigide mascherine per interminabili giorni, o avvolti dal voluminoso casco respiratorio oppure intubati in terapia intensiva.

«Come parroco farei molta fatica a limitare gli accessi in chiesa»

Come parroco farei molta fatica a limitare gli accessi in chiesa, escludendo arbitrariamente qualcuno. Se poi anche avvisassimo di questa selezione all’ ingresso, temo che diversi fedeli, pur di esser presenti alla funzione, arriverebbero in chiesa con largo anticipo, esponendosi a un maggior rischio di contagio. Quanti poi a causa della mascherina, faranno fatica a respirare – certamente alcuni anziani – inizieranno presto a tossire (o a starnutire, magari, per l'allergia stagionale ai pollini) venendo facilmente redarguiti dai presenti, con un evidente imbarazzo collettivo.

Al termine di ogni funzione occorrerà sanificare gli ambienti, almeno le panche. Ma coloro che in modo fiero volontariamente puliscono la chiesa, sono spesso anziani volontari, di cui scrivevo poc'anzi. La distribuzione della Comunione avverrebbe in rigoroso silenzio, evitando l’ esclamazione «Il corpo di Cristo / Amen», onde evitare il possibile contagio per l’ eccessiva vicinanza. Il sacerdote deve poi appoggiare la particola sulla mano del fedele, non certo sulle labbra, sanificando le sue dita all'inizio delle Comunioni e ripetendo il gesto ogni qualvolta sfiora, anche accidentalmente, le mani dei fedeli in procinto di comunicarsi.

Sarebbe forse meglio lasciar cadere la particola sulle mani, per evitare ogni contatto. Ma mi chiedo: siamo vicendevolmente capaci di compiere ripetutamente questi gesti? Per tutti questi motivi sono dell'idea che è meglio attendere ancora le evoluzioni dei contagi nelle prossime settimane, soprattutto nella speranza di sapere, attraverso i tamponi, qual è effettivamente l'indice di propagazione del virus nelle nostra regione. Detto questo, per venire incontro alle legittime richieste dei fedeli, ritengo che l'unica celebrazione eventualmente possibile, sia quella in memoria dei defunti, di cui non abbiamo potuto celebrare il funerale.

Se infatti l'accesso in chiesa è limitato, per esempio, ad un massimo di quindici persone, scelte dalla famiglia colpita dal lutto, già l'accesso verrebbe facilmente contingentato. Chiuse poi le porte della chiesa e nella giusta distanza, si potrebbe celebrare l'Eucarestia, sanificando al termine con facilità gli ambienti.

La distribuzione delle Comunioni sarebbe ugualmente delicata, ma con pochi fedeli molto più facilmente gestibile. Sono convinto che in questo tempo possiamo continuare a pregare dalle case, stando in famiglia. Il Signore infatti conosce bene le privazioni alle quali siamo invitati e costretti. Mi sono permesso di offrire alcuni spunti di riflessione su una questione così delicata e che tanto ci coinvolge, in attesa d’ indicazioni che ci verranno dal dialogo tra la Cei e il Governo.

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