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«Colpa dei figli. E anche di noi padri»

In “Belli di papà” è un genitore che vuole rendere i suoi ragazzi più responsabili. Ma alla fine...


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Lungi dal famosissimo personaggio del “terrunciello”, che gli diede fama nei lontani anni Ottanta, e dalla comicità del Derby (inteso come cabaret), Diego Abatantuono è cresciuto come attore lavorando con registi che hanno saputo tirar fuori le sue autentiche qualità artistiche: Gabriele Salvatores (Mediterraneo, Marrakech Express), Ettore Scola (Concorrenza sleale), Luigi Comencini (Il ragazzo di Calabria), Pupi Avati (Regalo di Natale, Il testimone dello sposo, Gli amici del bar Margherita).

Gli capita ora sempre più spesso di vestire i panni del padre alle prese con bizze e problemi delle nuove generazioni. Lui, demolitore di luoghi comuni e perbenismi. Sarà per quell’ aria da patriarca, con i capelli grigi e il pizzo. Sarà perché nella vita reale ha tre figli grandi (Marta, trentenne e sposata, Matteo, 20 anni e Marco, 18) che non ha mai smesso di seguire con giocosa severità. Un ruolo già esplorato in Happy Family di Salvatores e adesso calzato a pennello su di lui per Belli di papà.

«Siamo partiti da un film messicano con l’ idea di farne una storia italiana», spiega Abatantuono, 60 anni portati con milanese leggerezza. «Il regista Guido Chiesa e Giovanni Bognetti hanno scritto un copione intrigante, che tocca temi attualissimi (famiglia, lavoro, denaro, rapporto tra genitori e figli) declinandoli in modo divertente. Senza grossolanità».

- In effetti, guardando il film si ride ma poi si riflette...

«È ciò che volevamo. Belli di papà ha l’ ambizione di essere un film spassoso e allo stesso tempo non superficiale, capace di attualizzare il dibattito generazionale. Io faccio Vincenzo, industriale lombardo figlio di emigrati pugliesi. Vedovo con tre figli tra i 20 e i 25 anni: Chiara (Matilde Gioli), Matteo (Andrea Pisani) e Andrea (Francesco Di Raimondo). Ragazzi non cattivi ma cresciuti nella bambagia: spendaccioni, viziati, superficiali».

- Qualcuno li ha definiti bamboccioni...

«Esatto. Per riportarli alla realtà Vincenzo organizza una messinscena: socio fuggito all’ estero, buco in società con denuncia per bancarotta, conti e passaporti bloccati. Unica possibilità, darsi alla latitanza nella casa di famiglia nella città vecchia di Taranto. La notizia sconvolgente è che i ragazzi dovranno finalmente rimboccarsi le maniche,  e qui cominciano i problemi. Mille vicissitudini e bagno di umiltà, ma i tre dimostreranno capacità insospettate. Sarà il padre, invece, a ritrovarsi di fronte a responsabilità che fino a quel momento aveva finto di ignorare».

- Insomma, la colpa non è tutta e soltanto dei ragazzi?

«Mai. Io e quelli della mia generazione siamo stati privilegiati rispetto a genitori e nonni, passati attraverso le guerre. Poi abbiamo cercato di agevolare il più possibile i nostri figli. Troppo. Invece dei soldi, cerchiamo di regalare loro del tempo. Cerchiamo di ascoltarli, di condividere con loro quello che facciamo e che pensiamo, cerchiamo soprattutto di essere onesti con loro. Pronti ad aiutarli, certamente, ma anche disposti a farci aiutare».

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