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Clima: passi avanti, ma non basta

Analisi dell'accordo frutto di estenuanti negoziati alla Conferenza promossa dalle Nazioni Unite in Messico, a Cancun. L'opinione di Wwf, Terra, Greenpeace ed Enea.


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A giorni di distanza dalla conclusione della Conferenza sul clima promossa dalle Nazioni Unite in Messico, a Cancun, si possono tirare le somme con maggiore lucidità. Da una parte si può dire che i Governi hanno scongiurato il fallimento totale, concordando un pacchetto di decisioni che saranno la base per il sostegno di ulteriori negoziati nel corso del prossimo anno, con l’ obiettivo di raggiungere un risultato finale in occasione della Conferenza delle Parti di Durban, Sudafrica, nel 2011, appunto.

Ma il bicchiere è forse più mezzo vuoto che mezzo pieno: a Cancun era necessario trovare una soluzione alla crisi climatica, invece si è arrivati ad una mediazione al ribasso. L'Unione europea non ha giocato un ruolo leader, nascondendosi dietro l'inerzia di altri Paesi e utilizzando i negoziati sul clima per promuovere l'espansione del mercato del carbonio. I firmatari del Protocollo hanno semplicemente riconosciuto in modo più fermo la necessità di ridurre le emissioni in misura compresa tra il 25 e il 40 per cento entro il 2020 e che è necessario fare molto di più per raggiungere l’ obiettivo condiviso della limitazione dell’ aumento della temperatura media complessiva del pianeta che non deve superare i 2 gradi. Eppure, secondo Susann Scherbarth, di Friends of the Earth, il pacchetto adottato potrebbe mettere il pianeta sulla buona strada per un aumento catastrofico della temperatura fino a 5 gradi.

Positivo l'accordo per la creazione del Green Climate Fund, un fondo per far decollare l’ economia verde nel mondo con 100 miliardi di dollari l’ anno, gestito dalla Banca mondiale, ma non basta. «I Governi ora hanno bisogno di identificare fonti di finanziamento innovative, come un sistema di prelievi imposti al settore internazionale dei trasporti aerei e marittimi, attualmente non regolamentato, che sarebbe rivolto all’ 8 per cento delle emissioni globali e simultaneamente sarebbe in grado di garantire miliardi di dollari di finanziamenti di lungo termine», commenta Mariagrazia Midulla responsabile clima del Wwf Italia. Le misure più importanti sono ancora in dubbio, il futuro quadro normativo non è chiaro, e manca l'impegno vincolante a profondi tagli alle emissioni per i ricchi paesi e industrializzati, mentre la Banca mondiale mantiene un ruolo nella gestione dei finanziamenti per il clima, e continua la spinta alla commercializzazione dei crediti di carbonio.

«Il mercato del carbonio non è la soluzione. L'Emission trading system messo in campo dall'Unione europea non è stato in grado di ridurre sostanzialmente le emissioni, mentre ha bloccato misure ben più efficaci. Anche sul piano Redd (riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado forestale) è stato adottato un linguaggio ambiguo, che non scioglie i nodi fondamentali, che possono fare di questo programma una leva per la protezione delle foreste, o possono farne un motore della deforestazione e dell'espropriazione delle terre indigene», commentano all'associazione ambientalista Terra!

Dal canto suo, Greenpeace punta il dito contro i Paesi contrari al rinnovo del Protocollo di Kyoto, ovvero Stati Uniti, Giappone e Russia. «Gli Usa sono arrivati con impegni deboli per ridurre i gas serra e, nonostante siano stati per lungo tempo il principale Paese per emissioni di gas serra, hanno affossato diverse parti importanti degli accordi, mettendo fortemente in discussione il risultato», afferma Wendel Trio, di Greenpeace international.

La sintesi forse più efficace ce la offre Vincenzo Ferrara (Enea), fisico dell’ atmosfera, che dal 1992 al 2006 ha rappresentato l'Italia tra i climatologi mondiali: «Si è discusso e si è deciso su cose collaterali senza avere nessuna idea di quello che sarà il futuro o i futuri trattati sul clima. È come stabilire come saranno le maniglie delle porte di una casa di cui manca il progetto». D'altronde era inevitabile, visto che dopo la Conferenza del 2009 svoltasi in Danimarca, a Copenhagen, i Governi erano venuti a Cancun con le ossa rotte, già sapendo che un vero accordo vincolante - se mai si raggiungerà - verrà discusso nel 2011 in Sudafrica.

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