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Chiesa, su divorziati risposati dibattito aperto, non da oggi

Tra chi frena sulle possibili aperture emerge anche il cardinale australiano Pell. Ma ad auspicare un dibattito aperto già ci pensò Benedetto XVI nel 2005 e nel 2006. Storia di un confronto franco, a tratti aspro. Spesso poco noto. E le possibili soluzioni...


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La discussione attorno al problema se concedere o meno la comunione ai divorziati risposati non è improvvisamente scoppiata con l’ elezione di papa Francesco e con la famosa omelia di Santa Marta nella quale Jorge Mario Bergoglio, poco prima del Concistoro straordinario sulla famiglia aperta dalla ormai altrettanto famosa relazione del cardinale Walter Kasper, invitava a non condannare, ma accompagnare le persone quando un amore fallisce e non fare “casistica della loro situazione”.

E’ altrettanto vero, tuttavia, che mai papa Francesco ha parlato della possibilità di dare la comunione in questi casi, come è vero che ai cardinali riuniti nel Concistoro, prima di ascoltare la relazione di Kasper, ha detto che va prodotta una “pastorale coraggiosa, intelligente e fatta con amore”, che non rinunci mai alla prospettiva della misericordia. La relazione di Kasper ha avuto subito “opposizioni pesanti” nel dibattito in quel Concistoro. L’ ammissione è del cardinale tedesco di Monaco di Baviera Reinhard Marx. E queste opposizioni sono continuate in questi mesi con puntuali interventi e libri. L’ ultimo che uscirà tra pochi giorni in vista del Sinodo è del cardinale George Pell, superprefetto del recente nuovo dicastero dell’ economia in Vaticano, che ribadisce, almeno secondo quanto anticipato dall’ agenzia cattolica americana Catholic News Service, che “la dottrina e la pratica pastorale non possono essere in contraddizione” e quindi “non si può mantenere l’ indissolubilità del matrimonio consentendo ai risposati di ricevere la comunione”.

Eppure la discussione va avanti da anni e resta una questione aperta sulla quale discutono teologi e pastoralisti. Anche Joseph Ratzinger, che da teologo aveva partecipato con passione al dibattito, divenuto Papa lo ha ammesso. Ne ha parlato compiutamente in due occasioni: in un colloquio con i preti della diocesi di Aosta il 25 luglio 2005 e nel discorso alla Rota romana il 28 gennaio 2006. Entrambe le volte Benedetto XVI ha suggerito di affrontare un caso specifico e cioè quello dell’ eventuale nullità di un matrimonio celebrato senza fede, per coloro che sono passati ad una nuova convivenza e che chiedono, tornati ad avvicinarsi alla pratica cristiana, di poter fare la comunione, continuando a vivere da coniugi la nuova unione. Ratzinger in realtà ha posto il problema generale e ha autorizzato, da Papa, a proseguire la discussione.

Ecco le sue parole precise: “Sappiamo tutti che questo è un problema particolarmente doloroso per le persone che vivono in situazioni dove sono esclusi dalla comunione eucaristica e naturalmente per i sacerdoti che vogliono aiutare queste persone ad amare la Chiesa, ad amare Cristo. Questo pone un problema. Nessuno di noi ha una ricetta fatta, anche perché le situazioni sono sempre diverse. Direi particolarmente dolorosa è la situazione di quanti erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal Sacramento. Questa è realmente una sofferenza grande e quando sono stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ho invitato diverse Conferenze episcopali e specialisti a studiare questo problema: un sacramento celebrato senza fede. Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale non oso dire. Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito. Ma data la situazione di sofferenza di queste persone, è da approfondire”.

E’ esattamente quello che ha fatto Bergoglio, lasciando che il dibattito proseguisse senza alcun intervento dall’ alto in vista del Sinodo che comincia ad ottobre. Attualmente le regole in vigore consentono la comunione solo a chi, pur continuando a vivere con una persona diversa da quella sposata con il sacramento del matrimonio, rinuncia ai rapporti sessuali. Semplificando la discussione riguarda il ruolo della Chiesa e  dei giudici dei tribunali ecclesiastici da una parte e il ruolo della coscienza personale dall’ altra. In termini canonici si tratta il primo del cosiddetto foro esterno e il secondo del cosiddetto foro interno. Fino al 1973 la Congregazione della dottrina della fede ammetteva “probata praxis in foro interno”, cioè approvava l’ ammissione ai sacramenti sulla base della scelta della coscienza dei singoli, autorizzata dal confessore. Così l’ ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati, che tuttavia avevano fatto un percorso di fede e di penitenza, era diventata una prassi abbastanza diffusa soprattutto nelle diocesi americane e nelle Chiese dei Paesi del Nord Europa. Nel 1981 la “Familiaris Consortio” di Giovanni Paolo II ribadì le regole severe della tradizione della Chiesa. Ma non sopì il dibattito. Bisogna precisare che esso è molto articolato e complicato per i fedeli normali oltre che essere per sua natura molto complesso dal punto di vista teologico e giuridico. Per esempio una settore della discussione distingue tra matrimonio valido e matrimonio fruttuoso, cioè che ha un senso per le persone nel loro essere cristiani. Non è una questione da poco, perché comporta una riflessione sulla disciplina delle cause di nullità. Anzi è il cuore del problema, come anche lascia capire Benedetto XVI.

Qui tuttavia si apre un capitolo enorme del dibattito teologico sulla relazione tra sacramento e fede e quindi sulla distinzione tra sacramento valido e sacramento fruttuoso. Nell’ ordine della Grazia la questione vale per tutti i sacramenti, ma, a causa delle implicazioni giuridiche e pubbliche del matrimonio, le conseguenze sono più evidenti proprio nel matrimonio. Sostanzialmente si può dire che senza una fede viva non si può realizzare un matrimonio valido. Come si fa tuttavia a provarlo? Bastano i giudici o un ruolo lo ha anche la coscienza dei singoli, il foro interno, nella decisione?

E qui si apre un altro capitolo della discussione. Il cardinale Ratzinger ne ha parlato ampiamente in un testo apparso in un libro dell’ Editrice vaticana (Lev) nel 1998 Sulla pastorale dei divorziati risposati intitolato A proposito di alcune obiezioni contro la dottrina della Chiesa circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, che si trova in rete. E’ un testo di non troppo difficile lettura che tuttavia non chiude tutte le porte al dibattito, ma in esso si inserisce. Così come qualche anno prima gli stessi problemi erano stati posti dai vescovi tedeschi della Renania, tra i quali due teologi di prestigio Karl Lehmann e Walter Kasper oggi cardinali, i quali certamente si spinsero più avanti e ventilarono la possibilità che, a date condizioni, si potesse dare la possibilità ai divorziati risposati di accadere alla Comunione.

La cosa non piacque a Roma e i vescovi tedeschi vennero richiamati, dalla Congregazione per la dottrina della fede proprio sul punto della coscienza, che non può decidere della validità o meno del matrimonio, perché significherebbe negare “che il matrimonio esiste come realtà della Chiesa, vale a dire come sacramento”. Ma il richiamo all’ obbedienza non servì a far recedere il dibattito tra i teologi. In cima alle lista delle questioni c’ è il problema della nullità e qui si apre un capitolo enorme di discussione sul quale la bibliografie e gli interventi sono sterminati. E anche le contraddizioni. Lo stesso Ratzinger ha più volte denunciato l’ inefficienza e l’ inaffidabilità di alcuni tribunali ecclesiastici. Ma accanto a questo c’ è tutta una discussione sul rapporto tra vincolo giuridico e vincolo dell’ amore, sulla legge e ancora sulla coscienza. Il padre Giordano Muraro, teologo domenicano, apprezzato moralista, ne ha scritto ampiamente in articolo intitolato Alla ricerca di una via d’ uscita pubblicato dalla rivista CredereOggi nel 2003, che si trova anch’ esso in rete. Padre Muraro pone alla termine della sua riflessione una domanda drammatica e chiede perché “quando ci troviamo di fronte a persone che vivono il nuovo rapporto con serietà e impegno”, si deve pensare che “c’ è perdono per tutto, eccetto che per il fallimento dell’ amore?”. 

Ma nel dibattito oltre alle analisi ci sono anche le proposte concrete come quella di don Alberto Bonandi, sacerdote di Mantova, docente di teologia morale, che sulla rivista della Facoltà teologica di Milano “Teologia” nel 2006 ha proposto una via per arrivare alla comunione ai divorziati risposati. Don Bonandi parte da una premessa e cioè che la regola attuale prevede come leciti molti aspetti del matrimonio in una seconda unione, come l’ affetto, la coabitazione, l’ educazione dei figli, ma non le relazione sessuale. Questo, spiega, non è coerente, anzi contraddice l’ insegnamento della Chiesa sull’ unità dei fini del matrimonio, quello unitivo e quello procreativo. Ed ecco la sua proposta: un cammino di riconciliazione con Dio e la Chiesa, senza riconoscere nullo il primo matrimonio. Esso resta, ma dopo un percorso con un tempo congruo seguito da un sacerdote che fa riferimento al vescovo c’ è il perdono e la riammissione alla comunione. Dal punto di vista teologico si distingue tra validità del matrimonio, che resta, e condizioni per la riconciliazione sacramentale: “L’ ammissione ai sacramenti non può essere decisa privatamente dal singolo fedele in base ad un proprio individuale giudizio di coscienza, ma passa integralmente attraverso la celebrazione ecclesiastica e il ministero sacerdotale”. E’ un altro contributo al dibattito di questi anni.

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