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«Cara Brittany, la tua vita merita di essere vissuta comunque»

A Philip Johnson, oggi trentenne, nel 2008 è stato diagnosticato un tumore al cervello di 3° grado e un anno e mezzo di vita. Oggi è lui che scrive a Brittany di non mollare anche se «capisco che quando ti dicono che hai questo lasso di tempo, senti come se dovessi morire domani».


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Astrocitoma anaplastico. è stata questa la diagnosi per Philip Johnson sei anni fa quando era ufficiale della Marina statunitense nel Golfo Persico e una speranza di vita di un anno e mezzo. «Ricordo il momento in cui ho visto le immagini computerizzate del cervello. Sono andato nella cappella della base e sono caduto a terra piangendo. Ho chiesto a Dio "Perché io?"», ha scritto Johnson in un articolo pubblicato il 22 ottobre sul sito web della diocesi di Raleigh (Stati Uniti) e intitolato Cara Brittany: le nostre vite valgono la pena di essere vissute, anche con un tumore a cervello.

«Perderò gradualmente il controllo delle mie funzioni corporee in età giovane, dalla paralisi all'incontinenza, ed è molto probabile che scompaiano anche le mie facoltà mentali e che arrivi a confusione e allucinazioni prima della mia morte», scrive Johnson dopo aver consultato i suoi medici.
«La mia vita significa qualcosa per me, per Dio e per la mia famiglia e i miei amici, e tranne una guarigione miracolosa continuerà a significare qualcosa anche molto dopo che sarò paralizzato in un letto d'ospedale». E ancora: «La mia famiglia e i miei amici mi vogliono bene per quello che sono, non solo per i tratti di personalità che se ne andranno lentamente se questo tumore avanzerà e si prenderà la mia vita».


Lui che nel frattempo è entrato in seminario, rispondendo a una chiamata sentita sin da ragazzo. Lui che, pur riconoscendo lo sfinimento della situazione e la "umana" tentazione di porre fine alla sua vita "nei propri termini", rivolgendosi a Brittany dice: «Cara Brittany, le nostre vite valgono la pena di essere vissute anche con un tumore al cervello».   

Johnson che nella sua preparazione al sacerdozio è stato capace di servire altre persone con malattie in fase terminale e ha imparato «che la sofferenza e il dolore del cuore che sono parte della condizione umana, non devono essere sprecati e interrotti per paura o cercando il controllo». E ha concluso: «Non cerchiamo il dolore per se stesso, ma la nostra sofferenza può avere un grande significato se cerchiamo di unirla alla Passione di Cristo e di offrirla per la conversione o le intenzioni degli altri».

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