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Caetano Veloso abbraccia l'Italia

Il grande musicista, in tournée in diverse città del nostro Paese, ci parla dei prossimi mondiali in Brasile, della sua passione per i giovani, del padre e di quando fu costretto all'esilio.


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Arriva in Italia Caetano Veloso, che mancava da quattro anni, se si esclude la breve parentesi sanremese della penultima edizione in coppia con il pianista Stefano Bollani. Domani la tappa a Torino, sarà a Padova il 2 maggio, Milano il 5, Roma il 7, Bari il 9 e Sassari il 13. Presenterà il repertorio del suo quarantanovesimo album, Abraçaço, il disco pubblicato poco più di un anno fa che chiude la trilogia iniziata nel 2006 con Cée e seguita nel 2009 con Zii&Zie. Sarà con la Banda Cê, tre musicisti decisamente più giovani di lui, di cui va molto fiero e che, ancora una volta sottolineano il suo sterminato interesse nei confronti dei giovani, delle loro esperienze, della loro musica.

Un profilo d'autore così autentico, un timbro vocale che rimanda alle radici della cultura brasiliana ma anche alla storia della musica contemporanea. Icona più splendente del Brasile, Caetano diede linfa vitale al movimento tropicalista di fine anni Sessanta.  

Più di quarant'anni fa fu costretto all'esilio forzato dalla dittatura militare. Quanto l'ha segnata questa esperienza?
«Tanto, segni che porto sempre con me. Alla fine degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta capitavano anche queste cose. Ho pagato un prezzo molto caro, solo per aver fatto valere la mia arte, essere convinto che il movimento tropicalista potesse scuotere il nostro Paese. Ma anche nell'esilio ci sono degli aspetti positivi». 

Cosa scoprì in Inghilterra?
«Nel 1970, arrivato in Inghilterra, lavorai sulla chitarra, sapevo di avere un modo anticonvenzionale di suonarla, battendo sulle corde riuscivo a tirar fuori note. E al centro del mio nuovo disco Abraçaço che sentirete dal vivo durante questo tour, ho posizionato proprio il beat della chitarra, costruendo gli arrangiamenti attorno a queste pulsazioni, un po' come si fa nella musica elettronica». 

Ha molto collaborato con suo figlio, ora si è circondato di musicisti di trentanni e passa più giovani di lei. È sempre molto attento alle nuove tendenze?
«Mi guardo in giro, cerco di captare il fermento culturale che si muove tra loro. Mi affidai a Pedro Sá, il chitarrista e coproduttore insieme a mio figlio Moreno dei miei ultimi tre dischi per realizzare la nuova sintesi musicale che propongo tra il samba e la musica elettronica di oggi. È stato lui, che conosco da quando andava a scuola con Moreno, a consigliarmi gli altri due musicisti».

Però va forte anche come talent scout: ha scoperto Maria Gadù, il rapper Criolo, quali altri nomi ci consiglia?
«Emicida, il nuovo fenomeno della scena hip hop di San Paolo e non solo. Presto ne sentirete parlare».

Parlare di Brasile in questo momento fa pensare alla World Cup e ai Giochi Olimpici. Sono manifestazioni che stanno aiutando l'economia del Brasile?
«Molta gente sta protestando per l'irrazionalità degli investimenti e lo spreco di soldi pubblici. In molti ci interroghiamo se questi nuovi stadi saranno utilizzati anche dopo il Mondiale. Noi brasiliani siamo un popolo molto coscienzioso, nonostante ci descrivano sempre per il nostro impulso emotivo e irrazionale».

Nel 1950, l'ultima volta che il Brasile ospitò la World Cup, aveva 8 anni. Quali ricordi conserva?

«Mio padre era un uomo molto coraggioso e generoso, ma anche piuttosto duro. Quando l'Uruguay ci sconfisse in finale, fu la prima volta che lo vidi piangere. Quell'anno la nostra nazionale era favorita,  il colpo fu proprio duro da assorbire».

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