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Breve e chiara, l'omelia perfetta secondo il Papa

Il richiamo di Francesco da Bratislava: «Non andate oltre i dieci minuti». Don Bassano Padovani: «Il Papa ha ragione ma la lunghezza non è l’ unico problema, oggi molti predicatori scadono in moralismi e visioni ideologiche». E Ratzinger una volta scherzò: «Una conferma della divinità della fede viene dal fatto che sopravvive a qualche milione di omelie ogni domenica»


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È uno dei punti dolenti della Messa. Quando papa Francesco, lunedì scorso, durante il suo incontro con i vescovi, i sacerdoti e i religiosi slovacchi, ne ha accennato, le suore hanno subito applaudito e il Papa, a braccio, ci ha scherzato su: «L’ applauso l’ hanno incominciato le suore, che sono vittime delle nostre omelie!».

L’ omelia perfetta non esiste. In questi anni, però, Bergoglio ha cercato di dare suggerimenti concreti: «Pensiamo ai fedeli, che devono sentire omelie di 40, 50 minuti, su argomenti che non capiscono, che non li toccano…», ha detto a Bratislava, dove ha lanciato un vero e proprio appello: «Per favore, sacerdoti e vescovi, pensate bene come preparare l’ omelia, come farla, perché ci sia un contatto con la gente e prendano ispirazione dal testo biblico. Un’ omelia, di solito, non deve andare oltre i dieci minuti, perché la gente dopo otto minuti perde l’ attenzione, a patto che sia molto interessante. Ma il tempo dovrebbe essere 10-15 minuti, non di più», è stata l’ indicazione del Pontefice che ha raccontato la sua esperienza personale: «Un professore che ho avuto di omiletica, diceva che un’ omelia deve avere coerenza interna: un’ idea, un’ immagine e un affetto; che la gente se ne vada con un’ idea, un’ immagine e qualcosa che si è mosso nel cuore».

Anche Ratzinger ci scherzò su una volta, quando era ancora cardinale. «Per me una conferma della divinità della fede viene dal fatto che sopravvive a qualche milione di omelie ogni domenica», disse sorridendo il porporato che sarebbe diventato Papa nel 2005, durante una cena a Bassano del Grappa, agli inizi degli anni Novanta. A raccontare l’ aneddoto fu il giornalista e scrittore Vittorio Messori, che nel 1984 ha scritto con Ratzinger il libro-intervista Rapporto sulla fede.

La questione dell’ omelia torna spesso d’ attualità. Nel febbraio 2018, durante un’ udienza generale, papa Francesco fu altrettanto chiaro: «L'omelia deve essere ben preparata e deve essere breve», disse raccontando a braccio un aneddoto, «mi diceva un sacerdote che una volta che era andato in un'altra città dove abitavano i genitori, il papà gli aveva detto: “Tu sai, io sono contento perché con i miei amici abbiamo trovato una chiesa dove si fa una Messa senza omelia"». E mise in guardia i preti: «Quante volte vediamo che durante l'omelia c'è chi si addormenta, altri chiacchierano, o si esce fuori a fumare una sigaretta. Ecco, tutti lo sapete!».

Il dibattito va avanti da decenni. Nel 2009, l’ allora segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata, in un intervento pubblicato sull’ Osservatore Romano, fu durissimo: «Spesso le nostre parole e la nostra pastorale tutta», disse, «risultano una poltiglia melensa e insignificante, come una pietanza immangiabile o, comunque, ben poco nutriente. È questione», aggiunse, «di atteggiamento e di vita, non solo di parole, anche se pure le nostre parole e le nostre stesse omelie dovrebbero prendere a modello questa sorta di criterio regolativo che ci viene dalle parole del vecchio Simeone: nello stesso tempo annunciare la salvezza e mettere di fronte alla decisione. Sarebbe oltremodo deplorevole», aggiunse, «far diventare le omelie occasioni per scagliare accuse e contumelie, rimproveri e giudizi di condanna; ma anche il contrario risulta insulso, quando le nostre parole si riducono a poveri raccatti di generiche esortazioni al buonismo universale». Parole che suscitarono un ampio dibattito con Vittorio Messori che, intervistato sulla Stampa, disse: «Talvolta mi viene la voglia di strappare il microfono dalle mani del prete». A suo avviso, le prediche della domenica diventano spesso «un’ occasione sprecata; un quarto d’ ora buttato via dal clero di fronte ad un’ audience costituita da circa un terzo degli italiani, un pubblico impensabile per qualsiasi programma televisivo».

Papa Francesco nella Cattedrale di San Martino a Bratislava incontra i vescovi, i sacerdoti e i religiosi slovacchi (Ansa)

Don Bassano Padovani, trentacinque anni di Messa alle spalle, attuale parroco della chiesa dell’ Addolorata di Lodi, ha insegnato Omiletica per dieci anni nel Seminario diocesano: «Sono pienamente d’ accordo con quello che dice il Papa», spiega, «per noi la difficoltà maggiore è trovare il metro giusto per sintonizzarci con l’ uditorio che spesso è abbastanza variegato per età, livello culturale, situazione di vita». Don Padovani segue una strategia precisa: «Di fronte a una platea che non conosco, scelgo il gradino più basso: esposizione semplice che punta su un’ idea, la sviluppa e chiude. Non vado oltre i 10, massimo 13 minuti», spiega, «in alcuni casi, magari con i ragazzi, faccio un’ omelia dialogata e inevitabilmente i tempi si allungano».

Saggiamente don Padovani riconosce che la «lunghezza non è l’ unico problema: di fronte a un’ omelia che non ha né capo né coda sia 5 minuti che 30, per chi ascolta, diventano insopportabili. Certo, meglio 5 che 30, ovviamente», sorride, «però tutto sommato, visto che le Messe festive in Italia durano in media tre quarti d’ ora, riusciamo a stare nei tempi». Ma qual è il livello medio delle omelie oggi? «Purtroppo molti predicatori scadono in moralismi, visioni ideologiche, sfoggio di cultura. L’ obiettivo è affrontare la pagina del Vangelo e spiegarne le implicazioni nella vita concreta. Tutte le settimane ascolto 6-7 prediche tra quelle proposte dal sito “Cerco il tuo volto”. Ne trovo molte sganciate dalla realtà e, a volte, anche dalla sensibilità dei fedeli».

A “svantaggio” dei preti, secondo Padovani, c’ è anche l’ abbondanza di letture che, dice, «è debordante dal punto di vista comunicativo. Se devo far capire le relazioni tra le due letture e il Vangelo non mi bastano dieci minuti. Ecco perché bisogna puntare sul brano evangelico e spiegarlo chiaramente». L’ altro problema, sottolinea, è che «non abbiamo un feedback dei fedeli e molte volte non sappiamo se le nostre omelie sono interessanti o no. Per questo ogni settimana posto un pensiero su Facebook per capire come viene recepito tra le persone. Una sorta di mini sondaggio».

Qualche anno fa, nel libro del teologo don Nicola Bux, Come andare a Messa e non perdere la fede, Messori scrisse un saggio sul problema dell’ omelia consigliando ai preti di predicare secondo queste tre regole auree del giornalismo: 1) semplificare, 2) personalizzare, 3) drammatizzare. Suggerì anche di concentrarsi su un solo argomento e di riuscire sempre a parlare rivolgendosi al meno colto dei fedeli. «Soprattutto un cristiano», scrisse, «dovrebbe essere ben conscio di una verità: non esiste nessuna realtà o nessun concetto, per quanto “alti”, che non possano essere espressi con parole comprensibili alla maggioranza».

Al tempo stesso, il buon predicatore, secondo Messori, dovrebbe saper far passare certe idee «più che attraverso un ragionamento astratto, attraverso le vicende di persone concrete con nome, cognome, età... Alla gente non importano i proclami, ma le esperienze; non le teorie, ma le storie. Di qualunque cosa vogliate parlare, evidenziatene il risvolto umano».

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