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Bottom Up!, a Torino il progetto per rammendare le periferie

Il progetto è nato dalla collaborazione fra la Fondazione per l’ Architettura / Torino e l’ Ordine degli Architetti del capoluogo piemontese. È stato presentato sabato scorso nella prestigiosa cornice del Padiglione Italia della Biennale


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Si può rammendare la periferia di una città, un po’ come si fa con una stoffa? Sì, è possibile. E l’ espressione “tessuto urbano” lo dimostra chiaramente. Nasce proprio da questa consapevolezza un progetto architettonico che punta a ricucire le città. Si chiama “Bottom Up!”. E’ nato a Torino, ma sabato sarà presentato a Venezia, nell’ ambito della Biennale Architettura, durante una giornata di discussione ed eventi, patrocinata dal Senato della Repubblica. Partiamo dal nome. Bottom up è un’ espressione inglese che potremmo tradurre con “dal basso verso l’ alto”. L’ idea è proprio questa: partire “dalla strada” e “dal piccolo” per proporre modelli costruttivi capaci di includere i cittadini in un percorso di rigenerazione. Così l’ architettura rivela la sua profonda missione politica (nel senso originario e più nobile del termine): l’ organizzazione degli spazi diventa un modo per costruire socialità, per riattivare un senso comunitario.

Il progetto nasce dalla collaborazione fra la Fondazione per l’ Architettura / Torino e l’ Ordine degli Architetti del capoluogo piemontese. E tante sono le voci che sabato, nella prestigiosa cornice del Padiglione Italia della Biennale, si alterneranno per ragionare su questa esperienza. Il tutto, nel contesto di “Comunità Resilienti”, titolo e tema del padiglione nazionale. Accanto ai rappresentanti degli enti coinvolti, interverranno, ad esempio, Oscar Farinetti (il fondatore di Eataly), ma anche esperti in progettazione urbana, come Angioletta Voghera, economisti e artisti.

Finora Bottom Up!, raccogliendo donazioni per oltre 142mila Euro, ha potuto sostenere 11 progetti di rigenerazione urbana che hanno coinvolto diverse zone di Torino, comprese le aree più fragili e marginali, spesso trascurate dalla progettazione tradizionale. Ad esempio, nel quartiere Aurora, è iniziato un intervento su uno spazio verde, da restituire alla collettività, ma si prevedono anche laboratori per la scuola Chagall, frequentata al 90% da alunni con origini straniere. All’ interno del carcere minorile Ferrante Aporti nascerà un teatro aperto al pubblico, che coinvolgerà in prima persona i ragazzi detenuti.

A Mirafiori Sud (zona dalla forte tradizione operaia, per decenni legata agli stabilimenti Fiat e oggi alla ricerca di una nuova identità) sta prendendo vita una rete di orti urbani diffusa su una superficie di 6 ettari. In un’ altra area periferica un forno sociale diventerà un punto di riferimento capace di offrire, con il pane, stimoli culturali e stili di vita sani. C’ è perfino un progetto di cucina itinerante, che gestirà le eccedenze alimentari nel multietnico mercato di Porta Palazzo e in altre zone cittadine. Insomma, il concetto di architettura si declina nella maniera più ampia e inclusiva possibile. Tutto questo con il coinvolgimento di tante realtà culturali, solidali e aggregative presenti sul territorio. La speranza è che i modelli virtuosi messi in campo da Bottom Up! si possano riprodurre anche in altre città italiane ed europee. Ecco allora l’ importanza della giornata di approfondimento del 29 maggio (che sarà trasmessa anche in live streaming).

«In oltre un anno, l’ architettura è stata il baricentro di un sistema di connessioni virtuose di soggetti attivi nell’ educazione, nella solidarietà, nell’ integrazione, nella psicologia, nella socialità, che sta ridisegnando spazi e luoghi laterali di Torino, che diventano comunità resilienti» spiega Alessandra Siviero, presidente Fondazione per l’ Architettura / Torino. «È dunque fondamentale metterci in ascolto e condividere il percorso e le riflessioni che emergono al Padiglione Italia, in questa Biennale che sarà di grande ispirazione per pensare ai futuri modi di vivere e convivere». «Le competenze degli architetti e la loro capacità di "tradurre i bisogni" delle comunità e delle committenze costituiscono gli strumenti e le risposte di "resilienza professionale", ovvero fattori di reazione al cambiamento e alle sfide globali future sull'ambiente, sulla società e sulla qualità della vita» aggiunge Cristina Coscia, presidente dell’ Ordine degli Architetti di Torino.

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