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Boldrini: «No all'industria della paura»

«La criminalizzazione dei migranti e la logica dell'invasione», scrive il presidente della Camera, «ha cambiato il Dna dell'Italia. È la globalizzazione dell'indifferenza di cui il Papa ha parlato a Lampedusa»


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Per anni, con argomentazioni e dati, ho cercato di contrastare la fabbrica della paura, quella basata sulla criminalizzazione dell'altro e sulla logica dell'invasione. L’ ho fatto perché capivo quanto questa dimensione fosse una minaccia e mettesse in discussione le basi della convivenza civile. Quanto la paura diventasse ostacolo insormontabile per mettersi nei panni altrui, condizione necessaria per dimostrare solidarietà e comprensione.

Anno dopo anno ho visto il mio Paese cambiare, trasformarsi, disconoscere il proprio Dna. Ho visto la paura insinuarsi, erodendo la nostra naturale propensione verso l’ altro. I giovani, le donne e i bambini che arrivavano sulle nostre coste smettevano di essere considerati persone con le loro storie, le loro vite, i loro drammi, per diventare numeri. Ma i numeri suscitano ben poca emozione, anche quando finiscono in fondo al mare. I migranti nel linguaggio comune e spesso in quello istituzionale venivano definiti “clandestini”, cioè persone pericolose, dannose, che provocavano paura.

Striscioni razzisti negli stadi, ordinanze dei sindaci basate sulla discriminazione, cattivismo istituzionale nei confronti dei migranti rivendicato con orgoglio. Pratiche di respingimento in alto mare condannate dalla Corte Europea per i diritti dell’ uomo. Tutto questo e molto altro ha caratterizzato gli ultimi 10 anni, spesso nell’ indifferenza generale. Le reazioni contro un tale vento d’ odio, contro il razzismo sempre meno velato, sono state sporadiche e solitarie. L’ Italia è stata come “anestetizzata”, insensibile e sorda non solo a chi chiedeva aiuto ma anche a chi reclamava semplicemente il rispetto dei propri diritti. E purtroppo questo atteggiamento è stato trasversale, ha toccato - seppure con sfumature diverse - la gran parte delle forze politiche. Certamente un fenomeno non solo italiano, inasprito dalla durezza della crisi, che ha riguardato e riguarda molti Paesi europei.

La “globalizzazione dell’ indifferenza” di cui ha parlato Papa Francesco da Lampedusa. La visita del Pontefice costituisce uno spartiacque: c’ è un prima e un dopo la sua immagine sul molo con i migranti. Il richiamo alle responsabilità collettive e di ciascuno sembra aver fatto breccia, sia pure con qualche resistenza, proprio nel mondo politico. Certo, il cammino è ancora lungo per l’ Italia: mentre gli Stati Uniti eleggono per la seconda volta un presidente che è figlio di un immigrato afro-americano, in Italia un’ alta carica istituzionale si permette di definire “orango” una ministra di origini africane.

Eppure sembra che qualcosa stia cambiando, anche se timidamente. All’ indomani degli insulti alla ministra Cécile Kyenge, ad esempio, in Senato c’ è stata una mozione di solidarietà nei suoi confronti, una “solidarietà trasversale - come lei stessa ha detto - che non ha colore, non ha appartenenza politica. E’ semplicemente una lotta per i diritti umani e per una nuova convivenza”. Le sue parole sono segnali di speranza, la prova di come ci sia sempre un’ alternativa all’ odio.

Laura Boldrini
(presidente della Camera dei Deputati)

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Papa Francesco tra i migranti a Lampedusa (Reuters).
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