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In Italia? A proteggerci pensa la famiglia

Certamente uno degli antidoti alla rivolta nel nostro Pasese è la coesione sociale generata da famiglie, reti di parentela, di vicinato, di auto mutuo aiuto, di volontariato, di imprese sociali. Perché la protesta, soprattutto se violenta, è sempre una scorciatoia verso soluzioni peggiori.


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In questi lunghi anni di crisi nessun contesto mondiale è stato risparmiato da proteste di piazza, esasperate da una drammaticità crescente e spesso da preoccupanti manifestazioni di violenza. Vere e proprie rivolte, spesso con morti e feriti, sia tra i manifestanti che tra le forze dell’ ordine. Con modalità diverse le proteste sono nate in Paesi molto poveri, ma anche nei Paesi del G8, nella ricca Europa e nell’ Africa più povera, e anche tra i BRICS, i Paesi emergenti, le rivolte brasiliane di questi giorni, che mischiano calcio e povertà, la protesta è diffusa, agitata e spesso violenta (come purtroppo anche la repressione, in molti contesti). La domanda allora non è: “perché scendono in piazza?”, ma sarebbe: “Perché NON scendono in piazza?” In particolare la domanda si pone nel nostro Paese, tuttora duramente e lungamente provato da politiche restrittive, da un’ economia recessiva, e dalla marginalità e precarietà di crescente fasce di popolazione, in primis i giovani.

Certamente uno degli antidoti alla rivolta violenta è in una riserva di capitale sociale, presente in Italia, costituito dalla forte coesione sociale della società civile, e in primis della famiglia. Le nostre piazze non sono piene di una rivolta violenta, rabbiosa e disperata non perché non ce ne siano buoni motivi, ma perché nel vivo della quotidianità, all’ interno delle case, nel tessuto relazionale del volontariato e delle comunità locali, esiste un patrimonio di solidarietà che protegge le persone dalla violenza dell’ impatto della crisi, e insieme impedisce lo sbocco violento e rabbioso. Dobbiamo apprezzare questa capacità di coesione sociale, generata da famiglie, reti di parentela, di vicinato, di auto mutuo aiuto, di azione volontaria, di imprese sociali, perché la violenza è sempre una scorciatoia verso soluzioni peggiori, che spesso non proteggono gli ultimi, ma si limitano a cambiare la classe dei privilegiati.

Ma fino a quando le famiglie e le reti sociali sapranno e potranno resistere, senza un reale cambiamento delle politiche di contrasto alla crisi e delle regole della globalizzazione? Ci pensino seriamente, le classi dirigenti del Paese e degli organismi internazionali, per costruire un nuovo modello di sviluppo, di welfare, di economia.

Da ultimo, conviene forse ricordare che custodire la coesione sociale non significa tacere e obbedire per principio ai potenti. La protezione dalle derive di protesta più violente e irrazionali non deve essere considerata un alibi per i cittadini, per non far sentire la propria voce a tutti i potenti del mondo. Forse bisognerà inventare nuove modalità per occupare le piazze di tutto il mondo, ma da famiglie, per difendere gli ultimi, senza violenza, ma dando voce a chi non ha voce.

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