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Ecco chi si occupa dei bambini invisibili

Che fine fanno i bambini nati nel circuito della tratta? A volte spariscono e diventano invisibili alle istituzioni e alla società. Impossibili da rintracciare. Sono figli di mamme che forse solo gli operatori e i volontari dell'accoglienza hanno a cuore. Persone forti e coraggiose che a Trieste presso la Casa "La Madre" vedono in queste donne e nelle loro creature esseri umani da curare e a cui affezionarsi. Come Promise, portata con l'inganno dalla Nigeria in Italia per prostituirsi, un viaggio dell'orrore con tappa nei lager libici dove in seguito alle violenze sessuali concepisce Adam che poi scompare...


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Bambini che spariscono nel nulla. Perduti, forse per sempre. Una tragedia che si consuma, per fortuna in numeri almeno apparentemente ridotti (ma può consolare questo?) nel nostro Paese. Naturalmente parliamo di “figli di un dio minore”, quelli che nascono da donne straniere, spesso africane, entrate nel drammatico giro della tratta delle schiave del sesso, che rimangono incinte nell’ odissea che le porta dai loro villaggi alle nostre strade. È il caso di Adam, figlio di Promise (nomi di fantasia).

Per capire la storia del piccolo Adam bisogna ripercorrere l’ odissea della mamma. «Promise è arrivata da noi molto provata, sfinita da un’ odissea che mai ci saremmo potuti immaginare», racconta Vera Pellegrino, direttrice della casa “La Madre” della Fondazione diocesana Caritas Trieste, che ha accolto madre e figlio nel 2016. Vera è una donna dolce, dal tratto gentile ma fermo. Quando racconta storie come questa le brillano gli occhi. Si vede che non sta parlando di semplici “utenti” della casa da lei gestita per conto della Caritas triestina, ma di creature umane a cui, nella relazione di cura e accoglienza, si è affezionata. «Promise veniva da una famiglia povera della Nigeria, come tante altre sue compagne di sventura che arrivano da noi in Italia, vittime della tratta. Ha visto morire il padre che lavorava nei campi per garantire la sussistenza della famiglia. In questi casi la tradizione locale vuole che gli orfani vengano “spartiti” tra gli zii, che li rendono di fatto schiavi, sottoponendoli spesso a sevizie e violenze. Quando è riuscita a scappare da quella prigione con l’ aiuto di qualcuno del suo villaggio, è caduta dalla padella alla brace. Un uomo, infatti, l’ ha presa con sé come “fidanzata”, ma lei di fatto ha vissuto ancora in schiavitù, finché questi non l’ ha venduta a dei trafficanti di donne di Lagos».

Il racconto continua nel suo drammatico sviluppo. Prima il deserto, direzione nord, la rotta dell’ odierna tratta delle schiave. Maltrattamenti, violenze, fame e sete per creare sottomissione nelle ragazze. Poi l’ arrivo in Libia, la lunga attesa con altre sofferenze inaudite: prostituzione, carcere, un lager nella migliore delle ipotesi. Molti bambini, come detto e come è il caso di Promise, vengono concepiti lì proprio durante quel soggiorno obbligato. Alla fine la partenza col barcone e poi, finalmente, Lampedusa. Prima di arrivare sull’ isola però l’ imbarcazione si buca e comincia ad entrare acqua. Il terrore della morte, del naufragio, persone buttate a mare, annegamenti... Alla fine il salvataggio, il centro di accoglienza, le pratiche burocratiche e, finalmente, l’ approdo a casa “La Madre” a Trieste. Il racconto di Vera pare un’ odissea.

Arrivate a destinazione, cioè da noi in Italia, pronte per il “mercato” locale, ricomincia un’ altra vita. Si fa per dire... «Alle ragazze i trafficanti consegnano un cellulare per poterle ricontattare una volta giunte in Italia. Naturalmente se sopravvivono... I trafficanti sono ben organizzati, ne controllano i movimenti», spiega la direttrice della casa di accoglienza. Vera riferisce di un’ altra circostanza che non è proprio un dettaglio. Prima di partire i trafficanti praticano sulle ragazze il rito del juju, una specie di vudù, un rito magico di cui porteranno per sempre i segni sul petto. Un modo per ricattarle con le tradizioni dei paesi di origine, per creare con loro un legame indelebile e metterle sotto pressione, anzi sotto ricatto, perché non “tradiscano”. «È una cosa che le ragazze raccontano poco», spiega Vera, che di storie così ne ha sentite troppe.

Una storia questa, purtroppo, di ordinaria violenza sulle donne, sempre costrette a correre sul filo, al confine tra legalità e illegalità. Quello che è stravolgente della già incredibile storia di Promise, però, è la sorte di Adam, il bambino che lei ha concepito dopo aver subito l’ ennesima violenza in Libia. «Dopo qualche tempo che erano qui da noi Promise è scappata ed è tornata in clandestinità con il suo bambino. Abbiamo saputo più tardi che era tornata a prostituirsi in strada e che di Adam si erano perse le tracce». Registrato all’ anagrafe, è sparito dai radar. Un caso di difficile soluzione, anche perché le indagini in questi casi sono estremamente difficili.

Casi come questo dei cosiddetti “bambini invisibili” rappresentano un tema delicato, su cui si stende un velo di omertà e silenzio. Nell’ ambito del progetto europeo AMIF “Right Way” sono stati organizzati lo scorso ottobre dalla Caritas di Trieste, attiva in prima persona sul campo con Casa “La Madre”, e l’ Associazione Jonas di Trieste ben tre webinar sul tema “Invisibili. I figli della tratta. Tali eventi erano collegati a un’ omonima mostra fotografica svoltasi nei locali di Eataly di Trieste, che ha voluto, con delicatezza, porre il problema dei bambini nati nel contesto della tratta. Creature che intrecciano il loro destino con il nostro e di cui però un giorno, come dice il claim della mostra, all’ improvviso manca il nome all’ appello. Bambini divenuti invisibili. Pedofilia? Traffico di organi? Venduti a genitori disposti a tutto pur di avere un figlio? Un tema che scuote le nostre coscienze a volte un po’ distratte. Certamente numeri bassi, di cui esistono comunque poche statistiche e un’ altrettanto scarsa pubblicistica, come conferma Vera Pellegrino. E, di conseguenza, una scarsa capacità di intervento da parte delle istituzioni, fenomeni tutti che ingenerano un triste fenomeno di rimozione sociale, forse perché troppo doloroso.

È però sicuramente un segno di civiltà che fa ben sperare che da questi drammi nascosti non sia assente anche la società civile con una fitta rete di volontari, che dedicano tempo ed energie a curare le ferite di queste donne e a sensibilizzare il pubblico sulle loro storie. «Questa è proprio la particolarità che caratterizza Casa “La Madre”», ci conferma Pellegrino. «L’ accoglienza che tentiamo di fare è basata innanzitutto sulla relazione, sulla possibilità di vedere l’ altro in senso positivo. In questo è fondamentale la presenza dei volontari. La nostra comunità di fatto è costituita da mamme, bambini, operatori e volontari – donne, uomini e a volte intere famiglie – che partecipano molto attivamente alla costruzione e alla realizzazione del progetto». È il caso di Andrea Vicenzi, ingegnere sposato con figli, con un impegno fisso in parrocchia e tanto tempo speso a Casa “La Madre” come volontario. Andrea è stato proprio uno dei fotografi che ha collaborato alla mostra. «La possibilità ed il tentativo di fotografare qualcuno che potenzialmente sarebbe potuto un giorno diventare invisibile, ed il cui volto comunque non si può vedere – soprattutto quello dei bimbi – è sicuramente un compito che mi ha da subito “catturato”, sia per la sua difficoltà di fotografare “qualcosa che non si può vedere”, sia per la sua portata simbolica. L’ entrare in relazione con i bambini e con le loro mamme e il fotografarli si è incentrato primariamente sullo scambio di sguardi: guardare e poi fotografare per vedere e per essere visti. Anche in assenza di volti ritratti, il nostro è stato il tentativo di mostrare con uno scatto come su questi bambini si posino molti sguardi di amore, e che lo stesso sguardo delle madri verso di loro possa rigenerarsi nel percorso di accoglienza che vivono a Casa “La Madre”».

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