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Bagnasco: «Primo: educare all'amore»

Per il presidente della Cei la questione della Comunione ai divorziati risposati «non esaurisce tutti i problemi del rapporto tra coppie e matrimonio cristiano. L’ educazione affettiva viene ben prima di tutti i problemi di dinamica di coppia. Oggi si fatica ad amarsi, i giovani non sanno più cosa vuol dire volersi bene».


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«Non fissiamoci sulla questione della Comunione ai divorziati risposati, punto spinoso, ma che non esaurisce tutti i problemi del rapporto tra coppie e matrimonio cristiano, né è vero che se risolviamo questo si colma il divario che a volte c’ è oggi tra dottrina della Chiesa sul matrimonio e i comportamenti dei fedeli». Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana e arcivescovo di Genova, invita a riflettere bene sulle questioni che saranno sul tavolo del Sinodo e sulle priorità. La questione della Comunione è marginale? «Non dico questo. Sottolineo il fatto che se ci fossimo dovuti occupare solo di questo non si sarebbe organizzato un Sinodo così lungo, in ben due tappe e preceduto da un Concistoro dove tutti i cardinali del mondo hanno convenuto con il Papa che l’ argomento della famiglia è davvero centrale per le nostre società oggi in tutti i continenti».

Quindi qual è il problema principale?

“L’ educazione affettiva, che viene ben prima di tutti i problemi di dinamica di coppia. Oggi si fatica ad amarsi, i giovani non sanno più cosa vuol dire volersi bene. Educare all’ amore è condizione essenziale perché poi si sia capaci di scelte definitive».

Il sacramento del matrimonio è diverso dagli altri?

«Direi che ha una Grazia specifica, una sorta di tesoretto che forse neppure le famiglie cristiane comprendono in modo adeguato. Manca consapevolezza e dunque significa che siamo carenti nella formazione al matrimonio. E siamo pronti a rivedere tutto, compresi i corsi pre-matrimoniali».

Perché è specifico?

«Perché è l’ unico sacramento che coinvolge due persone. Dio entra nella coppia, non nei singoli. E’ il sacramento dell’ amore a tre».

Da cosa è insidiato?

«Dalla fatica della fede, dal sostegno non sempre sufficiente della comunità cristiana alle coppie, da un clima generale che non considera più il matrimonio e la famiglia come nucleo centrale della società».

Le ragioni sociali?
«Economiche prima di tutto: casa e lavoro. E poi i tempi di armonizzazione tra la lavoro e famiglia diventati impossibili, la domenica sparita. Ma soprattutto va messo in risalto il fatto che la famiglia non è più il soggetto interlocutore della politica».

Una soluzione, secondo lei?

«Creare reti di famiglie non solo per leggere insieme la Bibbia nelle parrocchie, ma anche reti che abbiamo peso sociale. La famiglia deve essere la prima impresa per lo Stato, perché la famiglia genera capitale umano, perché educa i figli e senza capitale umano uno Stato non va da nessuna parte».

E l’ Italia?
«Oggi senza l’ impegno silenzioso di tantissime famiglie per gli anziani, per i giovani, per i bambini sarebbe già in default».

Il Sinodo deve occuparsi di tutto ciò?
«Naturalmente. La crisi socio-economico è causa di molti problemi. E poi c’ è la crisi della fede. Nessun tema sta fuori dal Sinodo, neppure quello delle separazioni e dei divorzi, e neppure quello dell’ aggiornamento delle procedure canoniche per rendere le cause di nullità del matrimonio più snelle e con maggiori certezze. Qui non si tratta di cambiare la dottrina, ma di migliorare procedure. Benedetto XVI ha più volte chiesto una riflessione più approfondita in merito. E certamente questa volta al Sinodo se ne parlerà, credo ampiamente».

Tornando alla questione dei divorziati e della loro ammissione ai sacramenti c’ è una via?
«Ne parleremo al Sinodo. Io voglio solo sottolineare che ci sono alcune prassi pastorali che sono legate più profondamente di altre alle verità dottrinali. Su questo tema occorre un approfondimento lungo e serio e non certo dettato solo da buone intenzioni e sulla base di emozioni. Occorrono solidi approfondimenti e ragioni di ordine teologico».

E la Chiesa intanto che fa?

«Continua ad accogliere, come ha sempre fatto, nella comunità divorziati, risposati, coppie in crisi. In Italia c’ è una prassi pastorale dell’ accoglienza che si è sempre perseguita e nessuno mette queste persone ferite alla porta. Se dovesse accadere il vescovo deve intervenire. L’ accoglienza è il segno dell’ amore di Dio».

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