Il peso della dittatura sull'Argentina di oggi

L'ex dittatore Jorge Videla è morto. Ma il Paese continua a fare i conti con le drammatiche conseguenze del regime militare (1976-1983), responsabile della sparizione di 30mila persone.


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Quando pensa all'Argentina, il 29% degli italiani (intervistati per il sondaggio "L'Argentina vista dagli italiani") ca con la mente agli eventi politici che hanno segnato la storia di questo Paese, alla dittatura militare (1976-1983), al dramma dei desaparecidos - gli oppositori o presunti tali che furono fatti sparire nel nulla in quegli anni -, alle Madri (e le Abuelas) di Plaza de Mayo, che ancora oggi, con costanza e tenacia irriducibili, continuano a manifestare a Buenos Aires per fare luce sulla sorte dei loro figli e nipoti scomparsi durante il regime.  E se la stragrande maggioranza dei nostri connazionali - sempre secondo il sondaggio - sa che nel Paese latinoamericano oggi vige la democrazia, un 9% resta convinto che ci sia ancora la dittatura. 

Negli ultimi trent'anni - da quando, nel 1983, nel Paese è finita la dittatura - l'Argentina ha costruito una democrazia solida e matura. Ma le ferite inferte dal passato di violenza e oppressione non si sono ancora chiuse. Le conseguenze drammatiche delle azioni del regime si riverberano sulla società e sulla coscienza collettiva del Paese, sulle vite di tante famiglie distrutte.      

Lo sguardo verso il passato si riflette ancora oggi con forza nel cinema argentino. Uno degli esempi più recenti è il film Infanzia clandestina di Benjamin Avila (uscito nelle sale italiane lo scorso agosto), nel quale il regista, classe 1972, lancia uno sguardo sulla dittatura attraverso gli occhi di un ragazzino di 12 anni figlio di una coppia di rivoluzionari che lotta contro il regime, e per questo costretto a vivere in clandestinità, sotto falso nome, ispirandosi alla sua stessa vicenda autobiografica.  A riflettere sul regime è stata anche Paula Markovitch, regista argentina residente in Messico, con il film del 2010 El premio (Il premio), storia una bambina di sette e di sua madre - il padre è un oppositore politico del regime - che si trasferiscono in una piccola città dove nessuno le conosce e dove vivono isolate per nascondere la verità sulla loro esistenza.  E poi La mirada invisible, sempre del 2010, di Diego Lermann (classe 1976), ambientato a Buenos Aires nel 1982 - nel periodo in cui cominciano le contestazioni contro il regime: storia di una ragazza che lavora come sorvegliante del Liceo nazionale, la scuola superiore nella quale si forma l'élite politica del Paese.

Lo scorso 17 maggio l'ex dittatore Jorge Videla è morto. Aveva 87 anni e ha chiuso la sua vita in prigione, nel carcere di Marco Paz, dove stata scontando due ergastoli per crimini contro l'umanità commessi tra il 1976 e il 1981 quando era a capo del regime: negli anni della dittatura circa 30mila persone sparirono nel nulla, secondo i dati degli organismi per i diritti umani. Molte, dopo essere state torturate, vennero gettate nel Rio de la Plata o nel mare con i famigerati "voli della morte". Tantissimi furono anche gli esiliati. Nel 2006 Videla era stato inoltre condannato a 50 anni di carcere per il sequestro dei figli dei desaparecidos, circa 500 bambini strappati alle loro madri chiuse nei centri di detenzione - poi fatte sparire - e ceduti ad altre famiglie con adozioni illegali.  

Eppure, con la morte di Videla l'Argentina non ha chiuso i conti con il suo passato. Come ha commentato il Premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel, "la sua morte non chiude un ciclo, l'Argentina continua a cercare ancora i suoi desaparecidos".  E non smette di scavare negli orrori commessi, per fare luce sull'enormità della tragedia vissuta.

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