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Anche la Chiesa soffre la tentazione di schierarsi contro chi "non è dei nostri"

Mercoledì 15 novembre il Santo Padre ha incontrato nella Sala Clementina in Vaticano la comunità del Pontificio Collegio Pio latino americano. Nel discorso, il monito a non cedere alle colonizzazioni ideologiche e a non diventare "chierici di stato". Un'invito alla Chiesa di essere terra d'incontro secondo l'insegnamento di Oscar Romero


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Sono lieto di potervi incontrare e di unirmi all’ azione di grazie per i 160 anni di vita del Pontificio Collegio Pio Latinoamericano. Grazie al rettore, il padre gesuita Gilberto Freire, per le sue parole a nome di tutta la comunità sacerdotale e dei collaboratori laici che rendono possibile, con il loro lavoro quotidiano, la vita di famiglia.

La particolarità forse più nota del vostro collegio è il suo essere latinoamericano. È uno dei pochi collegi romani che, con la sua identità, non si riferisce a una nazione o a un carisma, ma cerca di essere il luogo d’ incontro, a Roma, della nostra terra latinoamericana, la Patria Grande, come ai nostri padri della patria piaceva sognarla. E così fu sognato il Collegio e così è voluto dai suoi vescovi che privilegiano questa casa offrendo a voi, giovani sacerdoti, l’ opportunità di sviluppare una visione, una riflessione e un’ esperienza di comunione espressamente “latinoamericanizzata”.

Tra i fenomeni che attualmente colpiscono con forza il continente ci sono la frammentazione culturale, la polarizzazione del tessuto sociale e la perdita di radici. Ciò si acuisce quando si fomentano discorsi che dividono e diffondono vari tipi di scontri e odi verso quanti “non sono dei nostri”, persino importando modelli culturali che poco o nulla hanno a che vedere con la nostra storia ed identità e che, lungi dal meticciarsi in nuove sintesi come in passato, finiscono con lo sradicare le nostre culture dalle loro tradizioni più ricche e autoctone. Nuove generazioni sradicate e frammentate! La Chiesa non è estranea alla situazione ed è esposta a questa tentazione; sottoposta allo stesso clima, corre il rischio di smarrirsi, rimanendo prigioniera di questa o quella polarizzazione o sradicata, se si dimentica della sua vocazione a essere terra d’ incontro (cfr. sant’ Óscar Romero, IV Carta Pastoral – Misión de la Iglesia en medio de la crisis del País, 6 agosto 1979, n. 23). Anche nella Chiesa si subisce l’ invasione delle colonizzazioni ideologiche.

Da qui l’ importanza di questo tempo a Roma e soprattutto nel Collegio: per poter creare vincoli e alleanze di amicizia e di fraternità. E ciò non attraverso una dichiarazione di principii o gesti di buona volontà, ma affinché in questi anni possiate imparare a conoscere meglio e a fare vostre le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei vostri fratelli; possiate dare un nome e un volto a situazioni concrete che i nostri popoli vivono e affrontano e sentire come vostri i problemi di chi vi sta accanto.

Il “Pio” può aiutare molto a creare una comunità sacerdotale aperta e creativa, gioiosa e piena di speranza, se sa aiutarsi e soccorrersi, se è capace di radicarsi nella vita degli altri, fratelli figli di una storia e di un patrimonio comuni, parte di uno stesso presbiterio e popolo latinoamericano. Una comunità sacerdotale che scopre che la forza più grande di cui dispone per costruire la storia nasce dalla solidarietà concreta tra voi oggi, e continuerà domani tra le vostre Chiese e i vostri popoli per essere capaci di trascendere l’ ambito puramente “parrocchiale” e guidare comunità che sappiano aprirsi agli altri per tessere e curare la speranza (cfr. Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 228).

Il nostro continente, segnato da vecchie e nuove ferite, ha bisogno di artigiani di relazione e di comunione, aperti e che confidino nella novità che il Regno di Dio può suscitare oggi. E questo voi potete cominciare a svilupparlo fin da ora. Un parroco nella sua parrocchia, nella sua diocesi, può fare molto — e va bene — ma corre anche il rischio di bruciarsi, di isolarsi e raccogliere per sé. Sentirsi parte di una comunità sacerdotale, in cui tutti sono importanti — non per essere la sommatoria di persone che vivono insieme, ma per le relazioni che si creano, il sentirsi parte di questa comunità — riesce a risvegliare e promuovere processi e dinamiche capaci di trascendere il tempo (è bene ricordare che “meglio essere in due che uno solo […] Se cadono, l’ uno rialza l’ altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi” (Qo 4, 9-10).

Questo senso di appartenenza e di riconoscimento aiuterà a liberare e stimolare creativamente nuove energie missionarie che diano impulso a un umanesimo evangelico capace di trasformarsi in intelligenza e forza propulsiva nel nostro continente. Senza questo senso di appartenenza e di lavoro fianco a fianco, al contrario, ci disperdiamo, ci debilitiamo e, fatto ancor peggiore, priveremo tanti nostri fratelli della forza, della luce e della consolazione dell’ amicizia con Gesù Cristo e di una comunità di fede che dia orizzonte di senso e di vita (cfr. Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 49). E così, poco a poco, e quasi senza rendercene conto, finiremo con l’ offrire all’ America Latina “un Dio senza Chiesa, una Chiesa senza Cristo e un Cristo senza popolo” (Omelia nella Messa di Santa Marta, 11 novembre 2016) o, se vogliamo dirlo in modo diverso, un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo… puro gnosticismo rielaborato.

Il nostro continente è riuscito a plasmare nella sua tradizione e nella sua memoria una realtà: l’ amore per Cristo e di Cristo si può manifestare solo nella passione per la vita e per il destino dei nostri popoli e nella particolare solidarietà con i più poveri, sofferenti e bisognosi (Cfr. Guzmán Carriquiry, Recapitulando los 50 años del Celam, en camino hacia la v Conferencia, n. 31).

Cari fratelli, questo ci ricorda l’ importanza del fatto che per essere evangelizzatori con tutta l’ anima, affinché la nostra vita sia feconda e si rinnovi con il passare del tempo, è necessario sviluppare il piacere di stare sempre vicini alla vita della nostra gente; non dobbiamo mai isolarci. La vita del presbitero diocesano vive — consentitemi la ridondanza — di questa identificazione e appartenenza. La missione è passione per Gesù, ma, al tempo stesso, è passione per il suo popolo. È imparare a guardare dove lui guarda e a lasciarci commuovere da ciò per cui lui si commuove: sentimenti profondi per la vita dei fratelli, specialmente dei peccatori e di tutti quelli che sono stanchi e sfiniti, come pecore senza pastore (cfr. Mt 9, 36). Per favore, mai rannicchiarsi in ripari personali o comunitari, che ci allontanino dai nodi dove si scrive la storia. Affascinati da Gesù e membri del suo Corpo, dobbiamo inserirci a fondo nella società, condividere la vita di tutti, ascoltare le loro preoccupazioni… rallegrarci con coloro che sono nella gioia, piangere con quanti piangono e offrire ogni eucaristia per tutti quei volti che ci sono stati affidati (cfr. Esortazione apostolica Evangelii gaudium, nn. 269-270).

Trovo perciò provvidenziale poter unire questo anniversario alla canonizzazione di sant’ Óscar Romero, ex allievo del vostro istituto e segno vivo della fecondità e della santità della Chiesa Latinoamericana. Un uomo radicato nella Parola di Dio e nel cuore del suo popolo. Questa realtà ci permette di entrare in contatto con quella lunga catena di testimoni nella quale siamo invitati a radicarci e a ispirarci ogni giorno, specialmente in questo tempo in cui siete “fuori casa”. Non abbiate paura della santità, non abbiate paura di consumare la vita per la vostra gente.

Nel cammino di meticciato culturale e pastorale non siamo orfani; la nostra Madre ci accompagna. Lei ha voluto mostrarsi così, meticcia e feconda, e così sta accanto a noi, Madre di tenerezza e di forza che ci riscatta dalla paralisi o dalla confusione della paura perché sta semplicemente lì, è Madre.

Fratelli sacerdoti, non la dimenticate e, con fiducia, chiediamole di indicarci il cammino, di liberarci dalla perversione del clericalismo, di renderci ogni giorno di più “pastori di popolo” e di non permettere che diventiamo “chierici di Stato”.

Un’ ultima parola per la Compagnia di Gesù — in presenza del suo Generale e dei gesuiti che sono qui — che fin dall’ inizio ha accompagnato il cammino di questa casa. Grazie per il vostro lavoro e per il vostro compito.

Una delle note distintive del carisma della Compagnia è di cercare di armonizzare le contraddizioni senza cadere in riduzionismi. Così volle sant’ Ignazio quando pensò ai gesuiti come uomini di contemplazione e di azione, uomini di discernimento e di obbedienza, impegnati nel quotidiano e liberi per partire (cfr. Jorge Mario Bergoglio, Meditaciones para religiosos, nn. 93-94). La missione che la Chiesa mette nelle vostre mani esige da voi saggezza e dedizione affinché, nel tempo in cui sono nella casa, i ragazzi possano nutrirsi di questo dono della Compagnia, imparando ad armonizzare le contraddizioni che la vita presenta e presenterà loro, senza cadere in riduzionismi, guadagnando in spirito di discernimento e libertà. Insegnare ad affrontare i problemi e i conflitti senza paura, a gestire il dissenso e il confronto; insegnare a svelare ogni tipo di discorso “corretto” ma riduzionista, è compito cruciale di quanti accompagnano i fratelli nella formazione. Aiutateli a scoprire l’ arte e il piacere del discernimento come modo di procedere per trovare, in mezzo alle difficoltà, le vie dello Spirito, gustando e sentendo internamente il Deus semper maior. Siate maestri di grandi orizzonti e, al tempo stesso, insegnate a farsi carico di ciò che è piccolo, ad abbracciare i poveri, i malati, e ad accettare gli aspetti concreti della vita di tutti i giorni. Non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo divinum est.

Ancora grazie per avermi permesso di celebrare con voi i primi 160 anni di cammino. Nel congedarmi, desidero salutare anche le vostre comunità, i vostri popoli e le vostre famiglie. E, per favore, non vi dimenticate di pregare e far pregare per me.

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