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Tra conferme e aperture: ecco cosa cambia in concreto

Conviventi, separati, divorziati risposati: quando, come e perché chi vive situazioni "irregolari" può accostarsi ai sacramenti della confessione e della comunione. Il valore e la portata del "discernimento". Le indicazioni degli ultimi Papi, dei Sinodi dei vescovi e del Catechismo della Chiesa cattolica. Le riflessioni del teologo don Maurizio Gronchi.


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I pastori non possono sentirsi soddisfatti dall’ applicazione delle leggi morali, che talvolta sono pietre scagliate sulla vita delle persone dai loro cuori chiusi e nascosti dietro gli insegnamenti della Chiesa, magari invocando la legge naturale. A questo proposito, la Commissione Teologica Internazionale si è così espressa: «la legge naturale non può dunque essere presentata come un insieme già costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione» (n. 305). Pertanto – prosegue il Papa – «a causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’ aiuto della Chiesa. Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti» (ib.). 


Questa coraggiosa affermazione si fonda non soltanto sul principio delle circostanze attenuanti della teologia morale, ma si radica in un dato centrale della fede: Dio non ci ama “nonostante” le nostre imperfezioni, altresì Egli ama il nostro limite, assume la nostra vulnerabilità, cura le nostre ferite, e per mezzo della morte e resurrezione del suo Figlio dona lo Spirito che ci salva. Dio stesso si è fatto vulnerabile per mostrarci che ama la nostra debolezza, e non la sopporta. Chi ama è fragile, perché si espone alla possibilità del rifiuto, e Dio corre questo rischio con noi. Benedetto XVI ha espresso questa verità con solare chiarezza: «Dio si è fatto vulnerabile. Nel Cristo crocifisso vediamo che Dio si è fatto vulnerabile, si è fatto vulnerabile fino alla morte. Dio si interessa a noi perché ci ama e l’ amore di Dio è vulnerabilità, l’ amore di Dio è interessamento dell’ uomo»[1].

La difficoltà di riconoscere l’ amore divino per la vulnerabilità e le ferite – senza giustificare alcuna forma di quietismo – probabilmente dipende da un’ idea semi-pelagiana con cui siamo tentati di valutare la responsabilità umana di fronte al dono di grazia. La perfezione idealizzata a cui tendere – specie nella realtà matrimoniale – fa talvolta dimenticare che l’ amore umano non basta a se stesso come risposta a quello divino. Di conseguenza, chi ama, ama sempre nel limite, e la perfezione non può essere meta da raggiungere, ma solo dono da accogliere. Questa è la realtà che ci testimoniano i santi, non immuni dalle cadute ma sempre pronti a lasciarsi rialzare. In altri termini, quella che può apparire come una affermazione concessiva, ispirata alla benevola comprensione dei limiti di coloro che vivono in situazioni “irregolari”, in realtà significa molto di più, e vale per tutti i battezzati: è l’ orizzonte della vita cristiana, in cui ognuno avanza lentamente sotto il peso della propria fragilità sostenuta dalla grazia e animata dalla carità. Per questo papa Francesco ripete quanto già scritto nell'Evangelii gaudium: «Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà» (ib.).

Dal punto di vista pastorale, l’ Esortazione più avanti cita in nota (cfr. n. 311) una significativa raccomandazione di san Giovanni Paolo II indirizzata ai confessori: si tenga conto che il sincero proponimento insieme alla prevedibilità della caduta non pregiudica l’ autenticità del proposito. «Se volessimo appoggiare sulla sola nostra forza, o principalmente sulla nostra forza, la decisione di non più peccare, con una pretesa autosufficienza, quasi stoicismo cristiano o rinverdito pelagianismo, faremmo torto a quella verità sull’ uomo dalla quale abbiamo esordito, come se dichiarassimo al Signore, più o meno consciamente, di non aver bisogno di Lui. Conviene peraltro ricordare che altro è l’ esistenza del sincero proponimento, altro il giudizio dell’ intelligenza circa il futuro: è infatti possibile che, pur nella lealtà del proposito di non più peccare, l’ esperienza del passato e la coscienza dell’ attuale debolezza destino il timore di nuove cadute; ma ciò non pregiudica l’ autenticità del proposito, quando a quel timore sia unita la volontà, suffragata dalla preghiera, di fare ciò che è possibile per evitare la colpa»[2].

Alla luce di questa sapiente indicazione, anche coloro che vivono in situazioni “irregolari” possono presentarsi al confessore almeno una volta l’ anno, in base al diritto e dovere di obbedire al precetto della Chiesa che vale per ogni battezzato[3], per verificare il loro progresso nella vita cristiana attraverso il discernimento ecclesiale. Sebbene la loro condizione non corrisponda pienamente alla legge divina, ad essi è vivamente raccomandata la via caritatis (cfr. n. 306), poiché «la carità copre una moltitudine di peccati» (1Pt 4,8). La loro partecipazione all’ Eucaristia è sempre occasione di grazia e di purificazione[4], poiché «L’ Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (EG 47).

Nella nota 351 – dove viene ripresa questa citazione – il Papa prospetta una conseguenza pastorale, in modo prudente e audace: «In certi casi, potrebbe essere anche l’ aiuto dei Sacramenti»[5]. Infine, non si dimentichi che alla globalità del rito eucaristico, in quanto memoriale della Pasqua del Signore, è sempre stato riconosciuto il valore remissivo dei peccati – dalla tradizione patristica[6], liturgica[7], teologica[8] e dogmatica[9] –, anche di quelli più gravi[10].  

 [1] Benedetto XVI, “Lectio divina” al Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma nella Basilica di San Giovanni in Laterano (11 giugno 2012).
[2] Giovanni Paolo II, Lettera al Card. William W. Baum e ai partecipanti al corso annuale sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica, 22 marzo 1996, 5.
[3] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2042; Codice di Diritto Canonico, can. 989; Concilio Lateranense IV, Cap. 21, DH 814.
[4] Cfr. Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Post-sinodale Familiaris Consortio, 84; Benedetto XVI, Esort. Apost. Post-sinodale Sacramentum Caritatis, 29.
[5] Cf. Ch. Schönborn, Conferenza stampa di presentazione dell’ Esortazione Apostolica post-sinodale del Santo Padre Francesco “Amoris laetitia”, sull’ amore nella famiglia, 8 aprile 2016: «Nel senso di questa “via caritatis” (AL 306) il Papa afferma, in maniera umile e semplice, in una nota (351), che si può dare anche l’ aiuto dei sacramenti in “certi casi”. Ma allo scopo egli non ci offre una casistica, delle ricette».
[6] Cfr. Ambrogio, De Sacramentis, IV, 6, 28, PL 16, 464; ibid., IV, 5, 24, PL 16, 463; Cirillo di Alessandria, In Joh. Evang. IV, 2, PG 73, 584-585.
[7] Cfr. A. Tanghe, L’ Eucharistie pour la rémission des péchés, in Irénikon 24 (1961) 165-181; J.A. Garcia, La Eucaristía como purificación en los textos litúrgicos primitivos, in Phase 8 (1967) 66-77.
[8] Cfr. Tommaso d’ Aquino, Summa Theologiae, IIIª Pars, q. 79, a. 3 co.
 [9] Cfr. Concilium Tridentinum, Decretum de ss. Eucharistia. Cap. 2. De ratione institutionis sanctissimi huius sacramenti, DH 1638; Id., Doctrina et canones de ss. Missae sacrificio, Can. 3, DH 1753. [10] Cfr. Concilium Tridentinum, Doctrina et canones de ss. Missae sacrificio. Cap. 2. Sacrificium visibile esse propitiatorium pro vivis et defunctis, DH 1743: «Hujus quippe oblatione placatus Dominus, gratiam et donum paenitentiae concedens, crimina et peccata etiam ingentia dimittit».

Don Maurizio Gronchi

Maurizio Gronchi, presbitero della diocesi di Pisa, è professore ordinario di cristologia alla Pontificia Università Urbaniana in Roma, consultore della Congregazione per la dottrina della fede e della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi. Ha partecipato in qualità di esperto alle due Assemblee sinodali sulla famiglia (2014 e 2015). Tra le sue pubblicazioni, segnaliamo: Trattato su Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore, Queriniana, Brescia 2008, 20122; Jesus Christ, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2013; Chiesa sinodo famiglia, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016.

 

Questo  testo è tratto da:  Amoris laetitia. Una lettura dell’ Esortazione apostolica postsinodale sull’ amore nella famiglia, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2016, pp. 208, euro 12, di prossima pubblicazione.     

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