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Alzheimer contagioso? Gli esperti negano

Uno studio inglese lancia l’ allarme sulla possibile origine infettiva della più comune forma di demenza. Ma gli specialisti in materia mettono in dubbio la serietà della ricerca ed escludono qualsiasi implicazione virale o batterica nello sviluppo della patologia.


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di Paola Rinaldi

Il morbo di Alzheimer come quello della mucca pazza? L’ ipotesi choc arriva da Oltremanica, dopo che uno studio – pubblicato sulla rivista Nature – ha svelato la possibilità di contagio per la più comune forma di demenza. Nello specifico, i ricercatori dell’ University College di Londra hanno analizzato il cervello di otto pazienti deceduti per la malattia di Creutzfeldt-Jakob, la variante umana dell’ encefalopatia spongiforme bovina (meglio nota come “mucca pazza”), riscontrando nella materia grigia e nelle pareti dei vasi sanguigni la presenza di placche della proteina beta-amiloide, uno dei segni tipici dell’ Alzheimer.

Tutti i pazienti in passato si erano sottoposti alla somministrazione di un ormone della crescita, estratto dall’ ipofisi di persone decedute (una procedura comune in Gran Bretagna, nel periodo compreso fra il 1958 e 1985) e contaminato con le proteine responsabili della demenza: da qui l’ ipotesi del contagio, avvenuto attraverso una procedura medica.

 

NESSUN ALLARMISMO

“Si tratta di affermazioni irresponsabili, diffuse da professionisti di dubbia serietà”. Non usa mezzi termini il professor Marco Trabucchi, presidente dell’ Associazione italiana di Psicogeriatria (www.psicogeriatria.it) e ordinario di Neuropsicofarmacolgia presso l’ Università “Tor Vergata” di Roma, che esclude qualsiasi dimostrazione scientifica sulla possibile origine infettiva dell’ Alzheimer. “Il mondo della salute è spesso soggetto a ipotesi fantasiose, come quella che anni fa aveva correlato anche la schizofrenia a un virus: l’ importante è non cadere nel falso allarmismo, perché questa notizia non nasconde nulla di nuovo, nulla di dimostrato e soprattutto nulla di serio”. Se è vero infatti che la presenza di beta-amiloide nel cervello viene considerata un sintomo di Alzheimer, non esiste un assoluto rapporto causa-effetto.


NON LASCIAMOLI SOLI. “Il rischio di informazioni come questa è che le famiglie inizino a temere i loro malati, allontanandoli o comunque negando loro l’ unica medicina attualmente disponibile: l’ amore”, commenta il professor Trabucchi. Per di più, seppure la notizia non abbia alcun fondamento, lo studio fa riferimento a una possibile trasmissione tramite procedure mediche, come la chirurgia del cervello o le trasfusioni di sangue: dunque, l’ Alzheimer non si contrae per via aerea come un banale raffreddore e neppure dal dentista. Questo è certo.

 “Al momento, l’ unica certezza riguardo questa malattia è che non sia causata da sostanze trasmissibili, ma da alterazioni a carico del metabolismo delle cellule cerebrali, di cui ancora non sono note le cause ma sicuramente non sono di origine virale o batterica”, conclude Trabucchi. “Nella normale gestione di un malato, il morbo è assolutamente inoffensivo: quindi, fra i famigliari e gli operatori sanitari non deve scattare la caccia a guanti, maschere e tutte quelle misure di profilassi tipiche delle malattie infettive, che servirebbero soltanto a isolare i pazienti”.

UN CONVEGNO PER SAPERNE DI PIÙ. Si dice d’ accordo Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia (www.alzheimer.it), che – oltre a sottolineare come uno studio condotto su otto casi non sia rappresentativo – ribadisce che la presenza di beta-amiloide non abbia un nesso di causalità assoluto. Ne è un esempio il Nun Study, una ricerca condotta negli anni Ottanta dal neurologo statunitense David Snowdon su un gruppo di suore del Minnesota, particolarmente longeve, che avevano accettato di sottoporsi alle valutazioni cliniche previste dal progetto, donando poi i loro cervelli dopo la morte per studio scientifico: alcune consorelle presentavano appunto tracce della proteina, senza però aver mai sviluppato sintomi dell’ Alzheimer.

 “La mancanza di questo automatismo deve tranquillizzare”, rimarca Salvini Porro. “L’ unico aspetto positivo della notizia choc è che si torna a parlare di Alzheimer, un problema di proporzioni enormi: in base al rapporto mondiale 2015, si stima che quest’ anno sono 46,8 milioni le persone affette da demenza nel mondo, oltre 9,9 milioni di nuovi casi all’ anno, cioè un nuovo caso ogni 3,2 secondi”.

Tra l’ altro, il 16 settembre sarà la XXII Giornata Mondiale dell’ Alzheimer, nel corso della quale la Federazione Italia diffonderà gli ultimi dati della ricerca scientifica nel corso di un convegno in programma presso Palazzo Marino, a Milano (Piazza della Scala, 2), dalle ore 9 alle 13.

 

 

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