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Aldo, Giovanni e Giacomo e queste nostre famiglie ammaccate, ma forti

Senza l'ossessione della gag e della battuta che deve condurre rapida alla risata, il film "Odio l’ estate", dal 30 gennaio al cinema, è un viaggio nelle famiglie italiane cosi come sono, senza stereotipi o semplificazioni: sull'orlo dell'implosione, ma capaci di amicizia e sorprendente tenacia


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La vita è commedia o tragedia? Era la domanda che reggeva Melinda e Melinda di Woody Allen (2004) ed è il bivio a cui immediatamente si sottopone Odio l’ estate (2020), l’ ultimo film di Aldo, Giovanni e Giacomo che ritornano ad essere diretti dal loro padre cinematografico, Massimo Venier, regista dei primi cinque fortunatissimi lavori della premiata ditta comica Baglio, Storti e Poretti.

Se la stessa casa del Salento, che visto da Milano è un miraggio, viene per errore affittata per le stesse vacanze agostane a ben tre famiglie differenti in tutto, facile attendersi la tragedia.

Ma il desiderio di fare un film diverso, retto da una riflessione autentica, nuovo secondo i ben noti canoni del trio, trasforma la situazione esplosiva in un’ ottima commedia che apre spesso al sorriso.

Senza l’ ossessione della gag e della battuta che deve condurre rapida alla risata, “Odio l’ estate” è un viaggio nelle famiglie italiane, prese cosi come sono, senza stereotipi o semplificazioni.

Il film condanna sotto lo stesso tetto in affitto un professionista del giro alto  (Giacomo, dentist of the year), un tamarro genitore a sua insaputa (Aldo, ipocondriaco, mantenuto dalla “mutua”), un lavoratore autonomo d’ altri tempi in crisi causa new economy (Giovanni, negoziante di accessori per scarpe), i loro figli e soprattutto le loro mogli, non comparse ma punto di forza della storia, attrici da applausi in perfetta simbiosi con i “mariti”: rispettivamente la splendida Lucia Mascino, la travolgente Maria di Biase e Carlotta Natoli, intensa e autorevole.

Tre nuclei che subito si scontrano ma finiscono per scegliersi e che rappresentano tre generazioni di famiglie italiane (a suggerirlo la colonna sonora) del nostro dopoguerra: quella degli anni cinquanta del “buteghìn del lüstru” (prego sciacquare i panni nel Seveso) cantati dal maestro Bruno Martino, quella proletaria anni ’ 70 di  Aldo e del suo mito Massimo Ranieri, e quella dei giorni nostri, intimista, frantumata, confusa e infelice come è per Giacomo e per Brunori Sas che canta sui titoli di coda.

Il film svolta ben presto sulla commedia perché le difficoltà interne (un vasto campionario) a queste famiglie tra padri assenti e in crisi, donne sull’ orlo della crisi (di coppia, di nervi, di sopportazione, di identità), figli impegnativi e spiazzanti (mai fidarsi delle apparenze) incontrandosi si aprono, la convivenza apparentemente forzata tra i tre nuclei, genera una condivisione che è per tutti aiuto e crescita.

La debolezza non nascosta diventa l’ occasione per la relazione, per superare il pregiudizio superficiale, la differenza di reddito, auto e cultura.

Un inno alla famiglia che non è mai perfetta, ma è come si dà, e si regge su delicatissimi equilibri, spesso antalgici. Famiglie alla prova della contemporaneità che se prese in se stesse, sciolte da legami, si candidano all’ implosione, ma che invece trovano forza e futuro perché accolgono nella propria intimità altre famiglie, come loro ammaccate, incontrate sulla vita delle vacanze e del bisogno di felicità immaginata a torto solo come temporanea e sfuggente.

Si è una commedia, “Odio l’ estate”, ma non leggera o estiva.

E il box office (in testa agli incassi nel primo week end) urla: lunga vita (cinematografica) ad Aldo, Giovanni e Giacomo.

(foto in alto: Ansa)

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