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Al Cottolengo, quando l'amore abbraccia la sofferenza


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«Rimangono attuali motivazioni, stile e destinatari. Cambiano i modi». Suor Giuliana Galli, 80 anni, distilla così il carisma di Giuseppe Benedetto Cottolengo, il santo che fondò la Congregazione cui appartiene. «Nell’ Ottocento, a Torino, il Cottolengo cominciò “per supplenza”, diremmo oggi. Si rimboccò le maniche e accolse malati, orfani, bambini abbandonati, disabili fisici e psichici, poveri. Il re Carlo Alberto si complimentò e lo incoraggiò. Ma lo Stato, allora come adesso, fatica a tenere il passo di chi nel nome di Cristo si consuma per gli ultimi».

La visita al Cottolengo significa riflettere sul limite e sul dolore, «che neppure Gesù spiega ma assume su di sé e redime». «Oggi», conclude suor Giuliana, «ci sforziamo di seguire l’ esempio del Cottolengo in molte nazioni. Africa e Asia sono le nuove frontiere, da lì provengono anche molte vocazioni. Ovunque operiamo, cerchiamo di aggiornare la mappa delle urgenze, come facciamo ad esempio a Torino, con Mamre, che accoglie rifugiati e profughi, adulti e bambini».

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