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Stefano Pontecorvo: «Per l'Afghanistan anche l'Occidente deve fare autocritica»


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«Nessuno si aspettava un crollo verticale delle istituzioni afghane, ma anche la comunità internazionale deve fare una profonda riflessione su quanto successo dopo il 2011».  Stefano Pontecorvo, alto rappresentante civile della Nato nel Paese degli aquiloni, pensa agli ultimi drammatici giorni vissuti a Kabul e affida la sua analisi a Famiglia Cristiana che pubblica un’ ampia intervista, a firma Annachiara Valle, nel numero dal 9 settembre in edicola. C’ è una lezione su tutte che questo tragico epilogo a una presenza ventennale consegna all’ Occidente.  «Quando si usa lo strumento militare in una crisi, quando si avvia un’ operazione come questa si deve definire perché si va e quali sono i parametri per dire che l’ azione ha avuto successo e puoi ritirarti».

«In Afghanistan, invece», osserva Pontecorvo, «abbiamo avuto quattro diversi obiettivi, alcuni dichiarati e altri un po’ meno. Siamo entrati per sconfiggere Al Qaeda e i talebani che l’ avevano ospitata. I talebani li abbiamo sconfitti nel giro di sei mesi e Bin Laden lo abbiamo ucciso nel 2011. Dopo quella data siamo rimasti, con uno strumento militare, a perseguire degli obiettivi politici. Non funziona così. E si è dimostrato».

L’ accordo di Doha tra i talebani e gli Stati Uniti di Donald Trump è stato un errore? «Non ho dubbi personalmente che il trattato di pace, chiamiamolo così, del febbraio 2020 abbia contribuito a rendere più critica la posizione delle forze armate e del governo afghano. Inoltre c’ è stata una incomprensione quasi assoluta della situazione da parte del presidente Ghani e di coloro che erano accanto a lui, i quali ritenevano che sarebbe stata una buona cosa il ritiro Nato perché si sarebbe dovuto combattere all’ afghana. Si riferiva a se stesso come “comandante in capo”, ma ha fatto grossolani errori di valutazione. Non ha capito l’ importanza del Nord e lo ha lasciato praticamente scoperto di truppe. Ma, accanto alle critiche per la gestione del governo afghano, dobbiamo anche noi, come comunità internazionale, fare delle profonde riflessioni».

I talebani appoggeranno il terrorismo? «Bisogna distinguere», puntualizza Pontecorvo. «L’ unico gruppo con il quale i talebani hanno strategicamente delle divergenze inconciliabili è Daesh. L’ Isis, lo sappiamo da rapporti abbastanza credibili, ha fatto una chiamata alle armi per intensificare le proprie attività in Afghanistan e per combattere i talebani. I due attentati del 26 agosto ne sono una prova. Con gli altri gruppi, invece, a partire da Al Qaeda, c’ è una comunanza, una fratellanza, una identità di ideologia religiosa, non vi sono contrarietà di base. E alcuni di questi gruppi hanno appoggiato i talebani per la conquista del Nord del Paese. Diventa difficile, a questo punto, per i talebani tener fede alla promessa che hanno fatto con gli accordi di Doha, di non consentire che l’ Afghanistan diventi una piattaforma per azioni terroristiche verso altri Paesi».

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