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Afghanistan, la missione non è ancora compiuta

Intervista al Generale Giorgio Battisti, che ha comandato quattro missioni militari italiane nel Paese asiatico. Fra pochi giorni un vertice della NATO deciderà se e come come procedere con il ritiro delle truppe straniere: "Andare via adesso significa lasciare spazio ai Talebani"


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Il   Generale di Corpo d’ Armata Giorgio Battisti ha lasciato il servizio attivo nel 2016, ma segue sempre con passione le vicende dell’ Afghanistan, dove arrivò nel 2001 al comando del contingente italiano della prima missione ISAF a Kabul (da allora, fino al 2014, ha guidato altre tre missioni sul suolo afghano). Con lui facciamo il punto sulla situazione in Afghanistan, a pochi giorni dal vertice della NATO che dovrà decidere le mosse della comunità internazionale rispetto a un Paese che da decenni rappresenta un’ area di crisi.

Quasi un anno fa,  29 febbraio del 2020, gli Stati Uniti e i Talebani hanno firmato a Doha, in Qatar, un accordo nel quale è stato fissato un calendario per il ritiro delle forze militari, in cambio di garanzie di uno stop agli attentati terroristici. L’ accordo prevede la partenza entro maggio 2021 dei soldati americani (ora ne restano 2.500) e delle forze NATO della missione Resolute Support (alla quale l’ Italia partecipa con circa 800 militari), ma la situazione resta critica e le trattative di Doha fra il governo afghano e i Talebani vanno a rilento, al punto che fonti del governo afgano citate dalla stampa locale prevedono “una nuova stagione di guerra”.

 

Generale Battisti che cosa non funziona negli accordi di Doha?

“Anche dopo gli accordi di Doha, i Talebani non hanno interrotto gli attacchi e mantengono ancora i rapporti con gli altri gruppi terroristici presenti in Afghanistan, che sono una ventina, alcuni legati ad Al Qaeda e ISIS. In Afghanistan il livello di conflittualità resta alto e quell’ accordo è sembrato quasi una resa da parte degli americani rispetto ai talebani, tanto che poi il governo afgano è stato costretto a cedere su molti punti. In base all’ accordo, il governo afghano ha liberato circa 5 mila prigionieri, mai poi 500 di loro sono stati rimessi in carcere perché erano colpevoli anche di crimini contro la popolazione e i militari stranieri. Vedo che ora il nuovo capo del Pentagono, Lloyd Austin, si mostra più prudente sul ritiro delle truppe, vedremo quali decisioni saranno prese nel vertice NATO di questo mese dedicato proprio all’ Afghanistan. Credo che andare via adesso sarebbe un errore, la missione non è ancora compiuta”.

Perché non si fermano gli attentati?

“Sono mesi che i Talebani colpiscono anche i quadri istituzionali intermedi, funzionari del governo centrale e locale, insegnanti, politici. È la stessa tattica utilizzata a suo tempo dai Vietcong in Vietnam: creare un vuoto di potere ai vertici del governo per poi inserire i loro rappresentanti. È un disegno che mira a creare un nuovo governo ispirato alla legge islamica, che rischia di vanificare i progressi fatti in questi anni dalla società civile afghana”.

Quali sono i principali progressi fatti dalla società civile afghana?

“I progressi sono stati fatti in tutti i settori. La condizione delle donne è migliorata. Quando arrivammo in Afghanistan nel 2001 le donne erano praticamente invisibili, erano la parte più nascosta della società. Oggi le bambine vanno a scuola e ci sono più donne nell’ amministrazione. Fa progressi anche la lotta alla corruzione, con la rimozione sempre più frequente di civili e militari corrotti. È un fenomeno radicato nella cultura locale, che non si estirpa in poco tempo, ma i progressi ci sono. In generale oggi quella afghana è una società certamente più evoluta. Ci sono tanti giovani che nella loro vita hanno vissuto solo la guerra e vogliono uscire da questa situazione aprendosi al mondo,  perciò  non sarà facile neanche per i talebani riportare indietro l’ Afghanistan”.

Ci sono stati progressi nella lotta alla coltivazione di oppiacei, che poi alimentano il mercato della droga?

“Il governo sta tentando di estirpare le coltivazioni, ma non è facile.  Coltivare il papavero non è troppo faticoso e rende molto perché i coltivatori vendono i loro terreni ai trafficanti di droga. Purtroppo anche in questo la comunità internazionale ha delle mancanze. A volte sono stati distribuiti dei soldi senza controllare o senza pretendere di controllare dove andavano a finire”.

Qual è il suo bilancio della missione militare italiana che, lo ricordiamo,  ha avuto 53 caduti e circa 700 feriti?

“I militari italiani, insieme ai colleghi degli altri Paesi,  hanno fatto un buon lavoro.La nostra forza è sempre stata la capacità di dialogo con le popolazioni locali”.

Si riuscirà ad accogliere in Italia le decine di afghani che in questi anni hanno collaborato con il contingente italiano?

“Credo che il Governo italiano debba farsi carico di queste persone e delle loro famiglie. Sii tratta di interpreti traduttori, addetti alle pulizie che, avendo lavorato a stretto contato con i militari italiani, agli occhi dei talebani possono sembrare dei traditori. Accoglierli è  un nostro dovere morale ed è anche una questione di credibilità, perché se non li accogliamo, la prossima volta che andremo in un Paese straniero avremo difficoltà a trovare persone che ci aiutano”.

Qui in Italia che cosa potrebbero fare?

“Potrebbero collaborare per entrare in contatto con le persone coinvolte nei flussi migratori, come quelli che attraversano i Balcani, nei quali ci sono molti afghani”.

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