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Affinati: «Il vero maestro vuole bene»

Intervista allo scrittore sulla vocazione all'insegnamento, tema affrontato dal libro di Gaston Courtois proposto da "Famiglia Cristiana" nella Biblioteca universale.


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«Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». La domanda che il giovane ricco rivolse a Gesù (Mc 10,17) continua a risuonare nella mano di un figlio tesa verso il padre, nello sguardo che lo studente avido di sapere rivolge all’ insegnante, nell’ attenzione dell’ apprendista per i gesti esperti di un anziano. Fin dal giorno in cui veniamo alla luce, nelle aule della vita rinnoviamo la domanda capace di dischiudere una via percorrendo la quale, divenuti noi stessi, possiamo occupare il nostro posto nel mondo. E quanto più il disorientamento cresce, tanto più forte è la nostalgia di quella voce.

Lo sperimentò a fondo Gaston Courtois, il grande religioso autore di Quando il maestro parla al cuore, penultimo testo della Biblioteca universale cristiana, disponibile con il numero di Famiglia Cristiana ora in edicola. Per immetterci in quell’ energia misteriosa che scorre fra un maestro e il suo discepolo, abbiamo interpellato Eraldo Affinati, scrittore e doppiamente “maestro”: come professore di lettere in un istituto professionale della Città dei ragazzi (dedicata all’ educazione dei giovani a rischio di devianza) e come fondatore e insegnante della scuola di italiano per stranieri Penny Wirton.


Maestri si nasce o si diventa? E' una vocazione o un mestiere?  
«Maestro si nasce e si diventa, allo stesso tempo. All'università, quando studiavo lettere, non pensavo che avrei fatto l'insegnante, ma la prima volta che entrai in un'aula scolastica, avrò avuto vent'anni, non ero ancora laureato, si trattava di una supplenza, capii subito d'istinto, semplicemente guardando i ragazzi, che quello era il mio mondo. Sentivo uno spazio magnetico fra me e gli alunni che avevo di fronte: lo stesso che continuo a percepire adesso, più di trent'anni dopo. Era qualcosa di profondo, legato alla mia solitudine di adolescente, che io riconoscevo, di volta in volta, nella rabbia, nell'insofferenza, nella malinconia degli studenti. Come se rivedessi me stesso in loro. C'erano ferite da sanare. Persone da rimettere in piedi. Lacrime da asciugare. Se io fossi riuscito a fare questo, pensai, avrei affermato un principio di umanità sul quale altri avrebbero potuto lavorare. Da allora ho dovuto forgiare la mia attitudine modellandola sugli ambienti nei quali mi trovavo. È come se ogni volta che mi presento davanti ai ragazzi, incidessi un solco, dentro e fuori di me. Io entrerò nella loro memoria e loro entreranno nella mia: questa consapevolezza sprigiona energia». 

In che cosa consiste l'insegnamento: nei contenuti che si trasmettono o nella relazione che si costruisce?
«I contenuti sono importanti, ma se non ci fosse la relazione non servirebbero a niente. Ogni competenza sarebbe vana se l'insegnante non fosse riuscito a conquistare la fiducia dei suoi studenti. Qualsiasi talento sarebbe sterile in mancanza di un vero rapporto. L'adulto si deve mettere in gioco mostrando di aver già compiuto le scelte che il giovane ancora non ha fatto. Solo così diventerà credibile. Il maestro è chiamato a svolgere due compiti apparentemente contraddittori: si deve mettere accanto ai suoi scolari, spalla a spalla, come fosse un amico, ma anche davanti a loro, alla maniera di un ostacolo da superare. Se riesce a fare entrambe le operazioni in modo naturale, di sicuro sarà seguito. Ma non potrà evitare di star male perché dovrà assorbire le tensioni emotive del gruppo di bambini e-o adolescenti che sarà chiamato a guidare. L'importante è restare lucidi, equilibrati, essendo i responsabili etici del rapporto umano che si crea. Proprio oggi mi è capitato di dover dividere due adolescenti venuti alle mani. Una parola di troppo e immediatamente c'è stato lo scontro fisico. Poteva finir male. È bastata una mezz'oretta per aiutarli a capire l'errore. A quindici, sedici anni, tutto avviene molto rapidamente: è sempre guerra e pace».

Che cosa ti ha insegnato la tua personale esperienza di "maestro"?
«Ho capito che bisogna rompere la finzione pedagogica: far finta di spiegare, far finta di ascoltare. Bisogna uscire dal mansionario. Assumersi la responsabilità dello sguardo altrui. Rendersi conto che il peggiore degli studenti compie sempre un passo in avanti rispetto alla situazione da cui proviene. I ragazzi devono percepire che tu sei davvero interessato a loro. I nostri padri avrebbero usato un'espressione molto più semplice che noi quasi ci vergogniamo a pronunciare: devono capire che tu gli vuoi bene. Come scrittore sapevo che l'esperienza da sola è muta, cieca, sorda; ma come insegnante ho scoperto che anche l'espressione, senza la vita, rischia di essere vuota, sterile, un semplice gioco di prestigio».

Quali sono stati, per la tua vita e per il tuo essere scrittore, i tuoi maestri? 
«Il mio primo libro, intitolato Veglia d'armi, era un breviario interiore a partire dall'opera di Lev Tolstoj, il più grande scrittore-insegnante dell'epoca moderna. Credo che oggi i contadini che imparavano da lui a leggere e scrivere siano i minorenni non accompagnati che arrivano in Italia da tutto il mondo, i quali devono riuscire a pensare nella nostra lingua, se vogliono diventare adulti e trovare un lavoro. Un altro maestro per me decisivo è stato Dietrich Bonhoeffer, sul quale ho scritto Un teologo contro Hitler. Questo grande cristiano militante, fatto impiccare dal Führer nel lager di Flossenbürg.  pochi giorni prima della fine della Seconda guerra mondiale, mi ha insegnato che la vera libertà non consiste nel superamento del limite, bensì nella sua accettazione. E infine, come non ricordare Mario Rigoni Stern, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, per aver curato tutta la sua opera nei Meridiani della Mondadori: le passeggiate che abbiamo fatto insieme, io, lui e mia moglie, nei boschi dell'Altipiano di Asiago sono state per me decisive quanto le sue pagine. Lui mi ha fatto capire cosa significa non dividere mai il pensiero dall'azione».  

Non hai l'impressione che i tempi che stiamo vivendo scontino una drammatica carenza di veri maestri?
«Io penso che i maestri ci siano ancora ma hanno perduto la ribalta dei riflettori. I falsi maestri li hanno sostituiti. Ma, prima o poi, quelli veri riprenderanno il posto che gli spetta».

Come discernere il buono dal cattivo maestro?
«Basta vedere gli occhi dei suoi scolari: se brillano, oppure restano spenti».

Per informazioni sulla Biblioteca universale cristiana (Buc): www.famigliacristiana.it/iniziative/buc

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Eraldo Affinati, insegnante, scrittore, è anche un collaboratore di Famiglia Cristiana.
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